ASSOCIAZIONE ARTICOLO 34 - «LA SCUOLA È APERTA A TUTTI»
PERCORSO DEL PENSIERO UMANO IN FUNZIONE
DELLA DIDATTICA E DELLA SCRITTURA
Prof. Giuseppe Nibbi
In viaggio sul territorio del Romanticismo galante
11-12-13 marzo 2026
SUL TERRITORIO DEL ROMANTICISMO GALANTE
SI SVILUPPANO TEMI CHE CONDUCONO
VERSO IL REALISMO “INCANTATO” …
Questo è il decimo itinerario del nostro viaggio sul territorio del Romanticismo galante e siamo sempre in compagnia di Vivant Denon.
Quindici giorni fa abbiamo concluso il nono itinerario raccontando una storia che ha come protagonista Vivant Denon, una storia in tre atti che sta a metà strada tra la tragedia e la commedia, e ne abbiamo raccontato due mentre la narrazione del terzo atto è stata rimandata a questa sera, ma è chiaro che, per raccontare il terzo atto di questa vicenda, dobbiamo richiamare alla memoria i primi due.
Primo atto: quando Napoleone, dopo il colpo di Stato militare del 18 brumaio [il 9 novembre] 1799, viene a trovarsi al vertice della Repubblica, membro di un Triunvirato insieme a Sieyès e Ducos con in mano il potere legislativo e il potere esecutivo, fa una passeggiata al Museo del Louvre e viene attratto dal quadro raffigurante il ritratto de La Gioconda, si ferma, stacca il quadro dalla parete, se lo mette sotto il braccio e se lo porta a casa; il quadro de La Gioconda nel novembre 1799 finisce nella camera da letto di Napoleone triunviro e di sua moglie Joséphine de Beauharnais; gli altri alti papaveri del regime lo imitano e una serie di Opere importanti dal Louvre si spostano in case private.
Secondo atto: quando il 28 brumaio [il 19 novembre] 1802 il cittadino Vivant Denon viene nominato da Napoleone direttore generale del Museo del Louvre, sa che molte Opere importanti conservate nel Museo vengono ora esibite nelle case degli uomini al potere: quindi, due ore dopo la sua nomina con pieni poteri emette e fa pubblicare un breve, lapidario e sarcastico comunicato: «Tutti coloro i quali [scrive ironicamente] hanno preso in prestito dal Museo Opere di proprietà della Nazione per abbellire temporaneamente le proprie dimore sono invitati a riconsegnarle nel giro di tre giorni.». Vivant Denon dovrebbe essere riconoscente a Napoleone e a sua moglie Joséphine per l’incarico ricevuto, ma di fronte al patrimonio comune che l’Arte rappresenta non ci sono né compromessi da fare né raccomandazioni da omaggiare, e Vivant Denon, ancora una volta, in nome dell’Arte, rischia e affronta coraggiosamente il potere. Napoleone, che ora è primo console a vita con poteri dittatoriali, per difendere la sua reputazione non può far altro che dare l’esempio ed è il primo a riconsegnare La Gioconda che ritorna a sorridere al suo posto nella Galleria del Louvre, e tutti quelli che hanno “preso in prestito” un’Opera seguono a ruota l’esempio del capo.
Terzo atto: Napoleone di fronte alla circolare di Vivant Denon ubbidisce senza fiatare così come gli altri che avevano approfittato del loro potere per “prelevare qualcosa” da quello che le Carte della Rivoluzione dal 1789 al 1792 avevano definito come “patrimonio pubblico della Nazione”. Nella sua posizione al vertice del potere a Napoleone non conviene sollevare alcuna obiezione, sa bene che ne sarebbe potuto nascere uno scandalo e i suoi avversari ne avrebbero potuto approfittare, anche se, in questo momento, i suoi avversari Napoleone li ha già sistemati in posti di privilegio e ne ha comprato la complicità [in seguito si fiderà solo, ma non sempre, dei parenti]. Sta di fatto che la lapidaria circolare di Vivant Denon, che intima l’immediata restituzione dei beni pubblici prelevati dal Museo di Stato, è un documento di grande valore simbolico e si capisce che da questo momento [1802] tra Vivant Denon e Napoleone comincia un tacito braccio di ferro e si capisce anche perché Vivant Denon abbia cercato nel 1810 di impedire che il matrimonio di Napoleone con Maria Luisa d’Austria si celebrasse al Louvre e perché Napoleone si sia voluto imporre sebbene non mancassero a Parigi molti posti adatti per officiare la cerimonia, e perché abbia voluto dare il proprio nome al Museo. Nel pensiero di Vivant Denon il Museo è “un luogo pubblico di proprietà della Nazione” e, quindi, ogni cittadina e ogni cittadino avrebbe potuto pretendere di sposarsi al Louvre.
La lapidaria circolare di Vivant Denon - che intima l’immediata restituzione dei beni pubblici prelevati dal Museo di Stato - è un documento che è passato sotto silenzio in quanto il fatto sembra di poca importanza, ma in realtà è un gesto rivoluzionario, e Vivant Denon dimostra di non essere un fedele servitore di Napoleone come potrebbe sembrare a prima vista, ma una sorta di oppositore in pectore [Vivant Denon sembra adottare il criterio de “lo strabismo dei Lumi” nell’epoca del Romanticismo galante].
L’ambiguità di Vivant Denon, a detta delle studiose e degli studiosi, come Anatole France, fa parte del suo carattere e va intesa come la dote con cui coltiva il dubbio: di conseguenza, perché pretende che i potenti del momento restituiscano le Opere che hanno prelevato al Louvre per abbellire le loro dimore e perché ritiene giusto che le Opere requisite nelle città conquistate dall’armata francese debbano essere restituite nonostante tergiversi e mercanteggi perché restino al Louvre? C’è una logica, dicono le studiose e gli studiosi, come Anatole France, in questa contraddizione: Vivant Denon pensa, ed è convinto, che l’unico moderno Museo, l’unico spazio che possa rendere le opere d’Arte senza un padrone ma di patrimonio comune a disposizione dell’Umanità sia in questo momento il Louvre, e con questo pensiero è coerente in quanto, e lo scrive più volte, non può sopportare l’idea che il Museo a Parigi sia di Napoleone, come non sopporta l’idea che a Berlino sia dell’imperatore, a San Pietroburgo sia dello zar, a Roma sia del papa, a Firenze sia del granduca.
Vivant Denon crede fermamente che il Museo, con tutte le Opere che contiene, debba essere un bene pubblico che serve per contenere la bellezza in funzione didattica [e questa idea non era per nulla scontata: l’abbiamo ereditata ma non ne abbiamo ancora fatto tesoro]: la persona che visita il Museo, attrezzata di catalogo e munita di repertorio, scrive Vivant Denon, deve poter compiere un investimento in intelligenza.
E allora perché la lapidaria circolare di Vivant Denon che intima l’immediata restituzione dei beni pubblici prelevati dal Museo di Stato è un documento di grande valore simbolico che crea un precedente pericoloso? Perché se dall’interno dell’amministrazione un qualunque funzionario dello Stato utilizza la sua autonomia e la sua seppur limitata autorità e adopera la sua intelligenza, il suo zelo, la sua correttezza morale ed è convinto di essere dalla parte della ragione e della Legge, può permettersi, anche con un breve comunicato di servizio, di mettere in crisi chi detiene il potere esecutivo costringendolo ad attenersi alle regole.
Per questo succede che Napoleone per reazione riesuma il Comitato di salute pubblica di Robespierre, naturalmente cambiandogli il nome e la forma, e nasce “l’Ufficio per la sicurezza della Nazione” con il compito di svolgere un’attività di controllo e di censura sugli organi d’informazione pubblici e privati, e il più alto funzionario di quest’Ufficio è Napoleone stesso. Si sa che la censura crea problemi a chi la subisce ma finisce per crearne anche a chi la esercita [la censura reprime ma stimola anche la curiosità] e, dopo la caduta di Napoleone, con il regime della Restaurazione l’unico istituto che non perde le sue prerogative è “l’Ufficio per la sicurezza della Nazione” e l’attività censoria si accentua ancora. Nel maggio del 1821, appena dall’isola di Sant’Elena arriva a Parigi la notizia della morte di Napoleone, Vivant Denon scrive sul suo Diario una serie di pensieri sui meriti e sui limiti dell’imperatore e, non a caso, fa anche un’interessante riflessione sul tema della censura e sul tema del conformismo dei giornali: Napoleone attua un ferreo controllo sull’informazione creando un rapporto viziato tra la stampa e il regime, e questo rapporto vizioso, afferma Vivant Denon, ha costituito un brutto precedente che si sarebbe perpetuato e acutizzato nel tempo [e tutt’oggi è un tema di dolente attualità].
REPERTORIO E TRAMA … per dieci minuti al giorno di lettura e di scrittura:
Quale di questi termini - controllo, ispezione, sorveglianza, indagine o quale altro – affianchereste per primo alla parola “censura”?... Avete subito un provvedimento di censura: in relazione a quale pensiero o a quale fatto?...
Scrivete quattro righe in proposito...
E ora leggiamo un frammento dal Diario di Vivant Denon, significativo ancor oggi.
Vivant Denon, Diario [maggio 1821]
La censura è un istituto ridicolo e controproducente, educa la maggioranza delle persone al conformismo e i più a non avere un proprio pensiero, allontana le menti produttive utili alla costruzione della Cultura e crea, senza dubbio, un rapporto viziato tra la stampa e il regime, e questo è un fatto molto negativo per la vita di ogni Stato. A questo proposito mi basta ricordare quando l’imperatore - che riposi in pace dopo tanta guerra - abbandonò l’isola d’Elba nel marzo 1815 e marciò alla volta di Parigi per dare vita ai Cento giorni: ricordo benissimo l’evoluzione dei titoli dei giornali in quel momento, essi fanno capire i rapporti che si erano instaurati tra la stampa e il regime. Il quotidiano Le Moniteur, per esempio, aggiornava i suoi lettori sui movimenti di Napoleone fuggito dall’Elba titolando: - 9 marzo “Il mostro è fuggito dal luogo dell’esilio. - 10 marzo “L’orco della Corsica è sbarcato nel golfo di Jouan sulla spiaggia di Cannes”. - 11 marzo “La tigre feroce si è fatta vedere a Gap. Le truppe stanno avanzando da tutti i lati per impedire i suoi progressi. Egli chiuderà la sua miserabile avventura vagando per le boscaglie come un vagabondo”. - 13 marzo “Il tiranno è ora a Lione. Al suo apparire il timore ha invaso tutti”. - 18 marzo “L’usurpatore avanza a marce forzate ma è da escludersi che possa raggiungere Parigi”. - 20 marzo “Napoleone arriverà domani alle porte di Parigi”. - 22 marzo “Ieri sera Sua Maestà l’Imperatore ha fatto il suo solenne ingresso alle Tuileries”.
Oggi arriva la notizia che “la salma del tiranno è stata composta nella prigione d’oltremare”, c’è da aspettarsi che, a breve, arrivi la notizia che “la bara di Sua Maestà l’Imperatore ha fatto il suo ingresso solenne alle Tuileries”. …
Con la sua scrittura ironica Vivant Denon è stato preveggente, perché?
L’anno dopo la morte di Napoleone, nel 1822, vengono pubblicati i suoi ricordi: infatti, Napoleone a Sant’Elena detta le sue memorie a un ufficiale, Emmanuel Dieudonné conte di Las Cases, memorie vengono pubblicate col titolo di Memoriale di Sant’Elena; questo Libro riscuote un enorme successo e suscita un’emozione fortissima anche sull’onda della commozione suscitata dalla morte di Napoleone avvenuta l’anno prima: come aveva previsto Vivant Denon, il Memoriale trasforma il tiranno in un eroe popolare e poi addirittura nell’immagine, spesso utilizzata dai regimi successivi, di un martire; il successo del Memoriale di Sant’Elena contribuisce a costruire “la leggenda imperiale”, ed è attraverso la leggenda che la Francia ha metabolizzato la figura di Napoleone, una figura che, nel bene e nel male, entra nelle pagine dei romanzi: difatti, il Memoriale di Sant’Elena è la lettura preferita di Julien Sorel il protagonista de Il Rosso e il Nero uno dei più famosi romanzi di Stendhal [pseudonimo di Henri Beyle, 1783-1842]. Nel genere letterario del romanzo della prima metà dell’800, il personaggio di Napoleone, prima liberatore e poi tiranno, diventa il pretesto perché una generazione [che è anche la generazione di Vivant Denon] faccia autocritica, e “fare autocritica” significa dedicarsi con impegno all’introspezione, all’analisi interiore, all’esame di coscienza, alla meditazione, alla riflessione, e i temi di questa Letteratura sono quelli del Romanticismo: l’esaltazione della Natura, la critica al progresso senza regole di salvaguardia, l’avversione per l’industrializzazione, la repulsione per l’educazione conformista ricevuta, la passione per lo spirito indipendente e anticonformista, l’ostilità per l’assolutismo e per le teocrazie, il gusto per le belle Arti e per la lettura, l’attrazione per la vita attiva pienamente vissuta nell’intensità dei sentimenti affettivi con slancio generoso ed eroico e il ripudio del patriarcato da parte delle scrittici. Questi temi, tipici del Romanticismo, provocano, attraverso la narrazione romanzesca, una significativa evoluzione della Letteratura verso quello che è stato chiamato “il realismo”, uno stile che tende a mettere in evidenza i temi dell’esistenza umana per cui anche la forma [la scrittura] del romanzo si evolve in modo originale senza tralasciare il fatto che «la realtà [come ha scritto Stendhal] è sempre avvolta in qualcosa di onirico, di favoloso, di incantato, di magico».
Stendhal è uno dei protagonisti di questa stagione culturale e di questa evoluzione; abbiamo di recente incontrato Stendhal [nell’aprile scorso dicendo che lo avremmo rincontrato a breve] e abbiamo letto una pagina tratta da La certosa di Parma, un romanzo in cui il protagonista, Fabrizio del Dongo, entusiasta di Napoleone si ritrova quasi inconsapevolmente nel bel mezzo della battaglia di Waterloo.
La storia della vita di Stendhal è esemplare. Stendhal [pseudonimo di Henri Beyle] nasce a Grenoble nel 1783 in una famiglia agiata [perde la madre a sette anni e cresce con suo padre che detesta], da giovanissimo s’infervora di Napoleone e sogna di guadagnarsi la gloria seguendo il suo esempio. Nel 1800 Stendhal viene per la prima volta in Italia come giovane ufficiale dei dragoni nell’esercito napoleonico e combatte per la prima volta nelle pianure lombarde e venete. Si ferma due anni a Milano, «due anni [ha scritto] di sospiri, di lacrime d’amore e di malinconia», frequenta la Scala e s’inebria della musica di Cimarosa e di Rossini. Entra poi nell’Intendenza dell’esercito francese e segue Napoleone in Germania nella campagna contro la Prussia nel 1806: assiste alla battaglia di Jena e all’ingresso trionfale dell’imperatore a Berlino. Ma ovunque - in Germania, in Austria o in Ungheria - Stendhal continua a pensare a Milano, al Lago di Como, all’Italia. Nel 1812 raggiunge a Mosca la grande armata napoleonica che ha invaso la Russia nel momento in cui inizia la disastrosa ritirata e vive questa terribile avventura della quale affronta fatiche e i rischi. Con la campagna del 1813 e la bruciante sconfitta di Lipsia comincia ad avere qualche dubbio sull’infallibilità del Napoleone condottiero e decide di chiudere il periodo avventuroso ed eroico della sua vita. Napoleone è sconfitto e la Francia viene invasa dagli eserciti alleati ma Stendhal ha un solo pensiero e un solo desiderio: tornare in Italia. Si trasferisce a Milano e vi soggiorna per sette anni. «È stato [ha scritto più volte] il periodo più felice della mia vita.»: frequenta assiduamente i circoli romantici e liberali, diventa anche sospetto alla polizia austriaca ed è costretto a tornare in Francia nel 1821.
Dal 1821 al 1830 vive a Parigi collaborando a giornali e riviste e lavorando intorno ad alcuni saggi pubblicati negli anni successivi. Nel 1830 - dopo la cosiddetta Rivoluzione di luglio per cui diventa re di Francia Luigi Filippo d’Orléans promuovendo un programma di impronta liberale - Stendhal viene nominato console di Francia a Trieste ma non ottiene il gradimento [l’exequatur] dal governo austriaco e, quindi, si rassegna ad accettare l’oscuro consolato di Francia a Civitavecchia nello Stato pontificio con il vantaggio però di essere abbastanza vicino a Roma che diventa meta abituale delle sue escursioni.
Nel 1830 compare il suo primo grande romanzo intitolato Il Rosso e il Nero e nel 1839 esce La Certosa di Parma, e questi due romanzi vengono accolti con entusiasmo da Honoré de Balzac che in un famoso articolo li definisce i due più significativi romanzi del secolo. Le lodi di Balzac danno grande soddisfazione a Stendhal ma non riesce purtroppo ad assaporare il successo perché la morte, improvvisa, lo coglie a Parigi nel 1842. Stendhal è sepolto a Parigi al cimitero di Montmartre e l’epitaffio da lui composto inciso sulla lapide è in lingua italiana: «Arrigo Beyle Milanese Scrisse amò visse 1783-1842».
REPERTORIO E TRAMA … per dieci minuti al giorno di lettura e di scrittura:
Stendhal dimostra l’amore per l’Italia scrivendo numerose Opere in proposito che potete richiedere in biblioteca: La storia della pittura in Italia, Roma, Napoli e Firenze, Vita di Rossini, Passeggiate romane, Memorie d’un turista e Diario di un viaggio in Italia…
La lettura di queste Opere è un utile esercizio per affinare il gusto del viaggio che assume un carattere “culturale” quando si tiene un diario di questa esperienza, incuriositevi...
Perché l’opera letteraria di Stendhal è importante? L’itinerario di questa sera viaggia in parallelo con il tredicesimo itinerario del prossimo viaggio quando incontreremo Michail Lermontov: Stendhal a Parigi e Lermontov a Pietroburgo viaggiano in sintonia [muoiono anche nello stesso anno, il 1842] al confine tra il Romanticismo e il Realismo, ma procediamo con ordine.
Nel modo in cui compone i suoi romanzi, Stendhal fa evolvere la Letteratura verso quello che è stato chiamato “il realismo” e, nello scrivere, diffida dell’eloquenza e dell’eccessivo lirismo poetico e sceglie di esprimere i sentimenti mediante il parlare comune e predilige le descrizioni reali di ciò che succede per cui il romanzo prende una forma originale senza però tralasciare il fatto che la realtà è sempre avvolta in qualcosa di onirico, di favoloso, di incantato, di magico di cui bisogna tener conto. Con una celebre battuta, Stendhal afferma di aver voluto, nello scrivere, prendere a modello il Codice civile riducendo le descrizioni all’essenziale praticando l’osservazione diretta e sottoponendo i personaggi a una penetrante analisi psicologica: difatti il suo stile è stato compreso appieno soltanto vent’anni dopo la sua scomparsa, cioè alla fine dell’800, come lui aveva previsto: «Mi leggeranno verso il 1880, e verso il 1900, e verso il 1935», così scrive. Per esemplificare “lo stile realista” di Stendhal, il cosiddetto “realismo stendhaliano”, bisogna rifarsi al 1833 quando fa copiare dei vecchi manoscritti italiani contenenti violenti racconti di vicende che hanno avuto luogo nell’Italia del Rinascimento: questi documenti lo ispirano e crea una serie di romanzi brevi prendendo spunto da quelle storie reali permeate però da un alone onirico, favoloso, incantato, magico che lui fa emergere [e si comincia a parlare di “realismo, favoloso, incantato, magico”]. Questa raccolta di otto romanzi brevi [Vittoria Accoramboni, I Cenci, La duchessa di Palliano, La badessa di Castro, Troppo favore uccide, Suora Scolastica, San Francesco a Ripa, Vanina Vanini] è intitolata Cronache italiane: in questi racconti emergono tutti quei caratteri [secondo lui sempre perfetti: il culto dell’Io, il fascino dell’introspezione, l’ammirazione per la lucidità di pensiero e per il modo in cui si manifestano i sentimenti] per cui Stendhal ha tanto amato l’Italia.
REPERTORIO E TRAMA … per dieci minuti al giorno di lettura e di scrittura:
In biblioteca potete richiedere Cronache italiane di Stendhal, incuriositevi...
Ora leggiamo una pagina tratta da Il Rosso e il Nero, un romanzo del quale è bene non raccontare la trama per non togliere a chi non lo ha mai letto il gusto di scoprirne l’intreccio.
Stendhal, Il Rosso e il Nero Capitolo IV - UN PADRE E UN FIGLIO
Avvicinandosi all’officina il vecchio Sorel chiamò Julien con la sua voce stentorea: nessuno rispose. Questi allora si diresse verso la baracca: entrandovi cercò invano Julien dove avrebbe dovuto trovarsi. Lo scorse a cavalcioni su una delle travi del tetto. Invece di sorvegliare attentamente il meccanismo della macchina che segava i tronchi Julien leggeva. Nulla riusciva più insopportabile al vecchio Sorel: avrebbe anche potuto perdonare a Julien la sua taglia sottile così poco adatta ai lavori di forza e così diversa da quella dei fratelli maggiori: ma la mania della lettura, a lui, che non sapeva leggere, era odiosa. Invano Sorel chiamò Julien due o tre volte. L’attenzione che il giovane prestava al suo Libro, molto più che il rumore della macchina, gli impedì di udire la voce del padre. Questi, alla fine, nonostante gli anni saltò agilmente su un tronco e di là sulla trave trasversale che sosteneva il tetto. Un colpo violento fece volare nel ruscello il Libro di Julien, e un secondo colpo altrettanto violento, che gli si abbatté sulla testa, gli fece perdere l’equilibrio. Il giovane stava per cadere in mezzo agli ingranaggi della macchina che l’avrebbero stritolato ma suo padre lo trattenne al volo con la mano sinistra: «Scansafatiche! Sino a quando continuerai a leggere i tuoi maledetti Libri mentre sei di guardia alla macchina? Leggili di sera, almeno, quando vai a perder tempo dal curato». Julien, benché stordito dalla forza del colpo e tutto insanguinato, ritornò al suo posto di lavoro. Aveva le lacrime agli occhi più per aver perduto il suo Libro che per il dolore fisico. «Vieni giù animale che voglio parlarti». Il rumore della macchina impedì ancora a Julien di udire l’ordine. Il padre che era sceso, non volendo darsi la briga di risalire, andò a prendere una lunga pertica per buttar giù le noci e la batté su una spalla del figlio. Non appena quest’ultimo mise piede a terra il vecchio lo spinse rudemente davanti a sé verso casa. «Solo Dio sa che cosa mi farà!» pensò il giovane. Passando guardò tristemente il torrente dove era caduto il Libro che prediligeva fra tutti, il Memoriale di Sant'Elena. Aveva le guance in fiamme e gli occhi bassi. Era un ragazzo di diciannove anni, di gracile apparenza, con tratti irregolari ma delicati e il naso aquilino. I grandi occhi neri, che nei momenti di tranquillità denunciavano un temperamento riflessivo e focoso, in quel momento erano pieni di un odio feroce. La figura ben fatta di Julien rivelava più agilità che vigore. Fin dalla più tenera infanzia l’espressione pensosa e il suo intenso pallore avevano fatto pensare al padre che non sarebbe sopravvissuto o che sarebbe stato in ogni caso un peso per la famiglia. Oggetto del disprezzo generale in casa, Julien odiava il padre e i fratelli. Nei giochi domenicali sulla piazza del paese era sempre sconfitto. Non era trascorso un anno da quando il suo viso gradevole aveva cominciato a suscitare qualche simpatia tra le ragazze. Disprezzato da tutti per la sua gracilità Julien aveva adorato il vecchio maggiore medico il quale, a volte, pagava a Sorel la giornata del figlio e insegnava a questi il latino e la storia, o meglio, ciò che conosceva della storia: la campagna d’Italia del 1796. Morendo gli aveva lasciato la croce della Legion d’onore, gli arretrati della sua pensione e circa quaranta volumi, il più prezioso dei quali era appena finito nel torrente. …
Julien Sorel è uno dei più noti personaggi della Storia della Letteratura.
Il Memoriale di Sant’Elena, come abbiamo letto ora, è la lettura preferita di Julien Sorel, il protagonista de Il Rosso e il Nero di Stendhal, un romanzo in cui l’autore, come riassume il titolo sibillino, contrappone “il Rosso” delle battaglie napoleoniche alle quali Julien avrebbe partecipato se fosse nato qualche anno prima, con “il Nero” dell’età reazionaria della Restaurazione per cui Julien è costretto a farsi prete.
REPERTORIO E TRAMA … per dieci minuti al giorno di lettura e di scrittura:
In biblioteca potete richiedere Il Rosso e il Nero di Stendhal in primo luogo per osservarne la forma: il romanzo, come potrete constatare, è diviso in due parti ed è composto da 75 brevissimi capitoli [30 nella prima parte e 45 nella seconda tutti numerati e corredatati da un titolo e introdotti da una citazione (meno gli ultimi quattro)] per cui il testo è stato predisposto dall’autore per essere letto applicando il funzionale metodo del LEGERE MULTUM, incuriositevi...
Molti romanzi composti nella prima metà dell’800 non sono accondiscendenti con la figura di Napoleone, ma le lettrici e i lettori di Libri in questo periodo, così come oggi, sono un numero limitato e succede, quindi, che i momenti eroici de “la leggenda imperiale” di Napoleone, dettati da lui stesso nel Memoriale di Sant’Elena, vengono divulgati a tappeto tra il pubblico attraverso un nuovo genere più immediato, diretto e accessibile: le stampe popolari, e il guardare immagini da sempre sostituisce l’esercizio della lettura. Le stampe popolari di soggetto napoleonico sono riproduzioni colorate di disegni originali riprodotti su carta o cartoncino o stoffa, che raccontano, sullo stile degli ex-voto o delle raffigurazioni dei carretti siciliani o dei cartelloni dei cantastorie, i fatti dell’epopea napoleonica. Queste stampe riproducenti - con lo stile del realismo incantato e magico - i ricordi del Memoriale di Sant’Elena, in età romantica nella prima metà dell’800, hanno un enorme successo e le stampe popolari più famose sono le cosiddette Images d’Épinal.
REPERTORIO E TRAMA … per dieci minuti al giorno di lettura e di scrittura:
Épinal è una cittadina della Lorena, oggi di circa 32 mila abitanti, sulle rive della Mosella ai piedi dei Vosgi… A Épinal si può visitare la bella chiesa romanico-gotica di St. Maurice e il Museo dei Vosgi nel quale la sezione più interessante è quella dedicata alle stampe popolari [2500 circa] e alla stamperia Pellerin già attiva alla fine del ‘700… Con la guida della Francia e navigando in rete fate una visita a Épinal, buon viaggio…
Probabilmente possedete qualche “stampa”, scrivete quattro righe in proposito…
A creare il mito di Napoleone contribuiscono anche i vecchi soldati della sua armata che si riconoscono nel Memoriale di Sant’Elena e nasce un vero e proprio stato sociale: quello di “reduce napoleonico” il quale va in giro come un pellegrino e racconta, con emozione, le sue esperienze facendo leva sulla gloria acquisita nel corso delle battaglie e magnificando la semplicità del carattere dell’imperatore.
Questa “commedia umana” non sfugge a un altro importante scrittore [che abbiamo incontrato più volte e che incontreremo ancora], Honoré de Balzac [1799-1850], autore di una settantina di romanzi importanti: uno di questi romanzi pubblicato nel 1833 su cui vogliamo puntare l’attenzione, s’intitola Il medico di campagna. Il protagonista di questo romanzo è il dottor Genassis, il quale, dopo una vita dissipata a Parigi si ritira in un villaggio rurale della Savoia e agisce da benefattore trasformando le povere contadine e i disperati contadini che lo abitano in una comunità prospera e felice. Un episodio significativo del romanzo è quando, durante una veglia, un vecchio soldato dell’armata imperiale narra come un moderno aedo in forma leggendaria l’epopea napoleonica: sono pagine in cui Balzac riporta il carattere messianico [da uomo della provvidenza e dotato d’immortalità] che la figura di Napoleone ha assunto per i suoi soldati, per il popolo e per una generazione di giovani intellettuali; però Balzac è capace di far trasparire dal racconto una pungente ironia perché si capisce che “un Napoleone” può risultare anche un soggetto dannoso per l’Umanità mentre l’Umanità avrebbe piuttosto bisogno di molte persone non eroiche come il dottor Genassis.
REPERTORIO E TRAMA … per dieci minuti al giorno di lettura e di scrittura:
In biblioteca potete richiedere Il medico di campagna di Honoré de Balzac, incuriositevi...
Ora ne leggiamo mezza pagina, sufficiente per presentare la figura del reduce napoleonico.
Honoré de Balzac, Il medico di campagna
«Parlateci dell’Imperatore!», gridarono in molti, tutti insieme. «Se proprio volete…». Allora il veterano si alzò dal suo mucchio di fieno e girò sull’assemblea quello sguardo cupo, carico di tristezza e di dolorosi ricordi che contraddistingue i veterani.
Prese la giacca per le falde, le rialzò come si trattasse di mettersi in spalla lo zaino dove una volta stavano i suoi stracci, le scarpe, tutto quel che aveva, appoggiò il peso del corpo sulla gamba sinistra, portò avanti la destra e cedette di buon grado alle richieste dell’assemblea. Buttò indietro i capelli grigi scoprendo la fronte e drizzò il capo come per mettersi all’altezza della storia meravigliosa che stava per raccontare. «Dovete sapere, amici miei, che Napoleone è nato in Corsica, la quale è un’isola francese riscaldata dal sole d’Italia, dove tutto è caldo come in una fornace e dove ci si uccide l’un l’altro, di padre in figlio, per cose da nulla: è un’idea loro. Per cominciare, sua madre, che era la più bella donna di quel tempo e per di più una gran furbacchiona, ebbe l’idea di consacrarlo a Dio per liberarlo da tutti i pericoli dell’infanzia e della vita, poiché aveva sognato, il giorno della sua nascita, che il mondo aveva preso fuoco. Era una profezia! Ella chiese dunque a Dio che lo proteggesse e Napoleone, in cambio, avrebbe rimesso in piedi la sua santa religione, che allora era a terra. Questo si pattuì, e questo è accaduto. E adesso statemi bene attenti e ditemi se quel che sentirete vi sembra cosa naturale! …
E se volete potete andare a leggere che cosa racconta e come racconta un reduce napoleonico, ma ora torniamo a Stendhal.
Come abbiamo già ricordato, Stendhal nel 1817 ha scritto un saggio intitolato Storia della pittura in Italia e nella prefazione di quest’opera scrive: «Qualunque persona sia stata catturata almeno una volta dal sorriso enigmatico e misterioso de La Gioconda sente in cuor suo il desiderio di mettersi a studiare e a scrivere benché spesso la scrittura sia un’attività pericolosa soprattutto quando si ha a che fare con la censura, anche se, quasi sempre, la censura non funziona da deterrente ma da propulsore perché stimola chi scrive e chi dipinge a sfidarla per cui la censura, paradossalmente, favorisce la produzione di opere d’Arte.». Napoleone esige dalle artiste e dagli artisti una deferenza e un’accondiscendenza assolute e ciò gli è valso il titolo di “imbavagliatore della libertà di parola e di pensiero”. Gli scrittori liberali - che quasi tutti in gioventù hanno salutato, in Napoleone, il liberatore - si oppongono alle tendenze autoritarie del regime imperiale e spesso pagano con l’esilio il loro atteggiamento ma non rinunciano a scrivere. Se questi scrittori in gioventù hanno creduto che Napoleone fosse una specie di Messia [l’Unto del Signore] sono stati poi costretti a ricredersi e a fare autocritica rimettendo le cose al loro posto perché il concetto di “Messia” è legato nella nostra cultura [ebraica, cristiana, islamica] alla figura di Gesù di Nazareth.
Uno di questi scrittori d’opposizione è René de Chateaubriand [1768-1848] il quale scrive una grande opera apologetica ed elogiativa del Cristianesimo che s’intitola Genio del Cristianesimo nella quale si esprime con l’intento di dimostrare non tanto la verità perché per Chateaubriand la fede non diventa mai una certezza da manifestare esternamente ma per lui “la fede è bellezza”, è qualcosa di piacevole da gustare nel proprio intimo. Scrive Chateaubriand: «La religione cristiana, tra tutte le religioni, è la più poetica, la più umana, la più favorevole alle Arti e alle Lettere», il suo è, quindi, un atteggiamento estetico piuttosto che una professione di fede e, difatti, siamo nel territorio del Romanticismo galante,; il Cristianesimo, secondo Chateaubriand, fa ringiovanire la Letteratura offrendole nuove fonti di ispirazione e Genio del Cristianesimo, nell’intenzione di Chateaubriand, è un’opera che non esalta la dottrina ma decanta la capacità che il Cristianesimo ha e ha avuto d’ispirare la produzione artistica e intellettuale: «E la nascita, la predicazione, i gesti, la passione, la morte, la resurrezione di Gesù di Nazareth hanno ispirato [scrive Chateaubriand] quella formidabile coltura popolare che è la Letteratura dei Vangeli che poi ha promosso [soprattutto dopo l’anno Mille] una straordinaria stagione artistica, in particolare pittorica. ». E Chateaubriand ha molte altre idee da suggerirci e lo rincontreremo nel prossimo itinerario prima della pausa pasquale.
E quando Vivant Denon, che continua ad accompagnarci in questo viaggio, esalta i pittori “primitivi” italiani i quali mettono in immagini la Letteratura dei Vangeli producendo degli autentici capolavori [Cimabue, Duccio di Boninsegna, Giotto, Beato Angelico e via dicendo, e si batte per conservarli al Louvre] non agisce a caso ma secondo un preciso “atteggiamento romantico”, già presente in potenza, secondo Vivant Denon, nell’Arte dei “primitivi italiani”, perché in queste Opere - come mette in evidenza Chateaubriand - c’è lo spirito popolare, l’afflato dei sentimenti e il manifestarsi della poesia.
REPERTORIO E TRAMA … per dieci minuti al giorno di lettura e di scrittura:
Vivant Denon, così come Chateaubriand, ha amato in particolare le Opere di Beato Angelico [Giovanni da Fiesole nato Guido di Pietro detto da Vasari “Fra’ Angelico”, 1395-1455] e ne predilige alcune... Osservate [in Catalogo, al Museo di San Marco, sulla rete] le Opere di Beato Angelico: quale, per voi, è più ricca di poesia?... Incuriositevi e scrivete quattro righe in proposito...
Concludiamo riflettendo ancora, in funzione della didattica della lettura e della scrittura, sul tema centrale che è emerso nel corso dell’itinerario di questa sera.
Nell’epoca del Romanticismo galante sono emersi contenuti [parole-chiave] e modelli formali [idee-cardine] che hanno condotto la Storia della Letteratura e del Pensiero Umano verso il cosiddetto “realismo incantato o magico”, un movimento intellettuale che è andato sviluppandosi nel tempo dando frutti significativi tanto nell’800 quanto in particolare nel ‘900; è per questo motivo che incontriamo ora un importante scrittore sebbene poco noto che abbiamo citato esattamente nel marzo scorso durante il viaggio di un anno fa mettendo in evidenza quella che è stata considerata la sua opera principale: il romanzo intitolato Le terre del Sacramento: Francesco Jovine, nato nel 1902 in una famiglia contadina a Guardialfiera, in provincia di Campobasso, in Molise [un comune oggi di circa 950 abitanti che potete visitare navigando in rete], e con la sua terra natale [con il Meridione d’Italia] Jovine ha maturato un forte legame che costituisce l’ambiente principale dei suoi romanzi. Dopo essersi diplomato all’Istituto magistrale Jovine ha insegnato come maestro a Guardialfiera e poi a Roma dove si è laureato al Magistero e ha cominciato a curare rubriche letterarie su varie riviste, tra cui I diritti della scuola, dove si è anche permesso diciamo così di ironizzare sulla drammaturgia di Pirandello, scrivendo anche un’arguta commedia intitolata Il burattinaio metafisico”, e ha osato criticare la presuntuosa supponenza di D’Annunzio [che era intoccabile].
Nel 1928 Jovine ha sposato la scrittrice e pedagogista Dina Bertoni [voglio ricordare che i genitori di Dina - Domenico e Luigia Terzi, entrambi maestri elementari emiliani - hanno combattuto per oltre quarant’anni contro il dilagante analfabetismo impegnandosi a promuovere corsi per adulti sostenendo che “senza alfabeto non c’è democrazia”].
REPERTORIO E TRAMA … per dieci minuti al giorno di lettura e di scrittura:
Con l’ausilio dell’enciclopedia e della rete andate a fare conoscenza con Dina Bertoni Jovine [1898-1970] e con il mondo popolare, intellettuale e politico che ruota intorno a questa persona, incuriositevi...
Il primo romanzo significativo [lo potete richiedere in biblioteca] che Francesco Jovine ha scritto, pubblicato nel 1934, s’intitola Un uomo provvisorio che racconta la storia del medico ventottenne Giulio Sabò che vive a Roma in modo “decadente” secondo la moda del tempo, il quale riscopre i valori autentici della vita tornando al proprio paese d’origine, ma la censura fascista proibisce questo Libro con l’accusa di “disfattismo”; per il loro antifascismo latente Francesco Jovine e Dina Bertoni, entrambi impegnati nella Scuola come direttori didattici, nel 1937 accettano un incarico da insegnanti prima a Tunisi e poi a Il Cairo; tornano in Italia nel 1940, subito dopo la dichiarazione di guerra, e s’impegnano a tessere quella che, dopo l’8 settembre 1943, sarà la rete della Resistenza. Francesco Jovine ha continuato a scrivere [articoli, romanzi, saggi] e nel 1942 appare il romanzo Signora Ava [O tiempo da Gnora Ava]. Francesco Jovine, insieme alla moglie Dina, ha partecipato attivamente alla Resistenza e dopo la Liberazione ha collaborato con vari giornali [l’Unità, Vie Nuove, Rinascita] e l’ultimo suo romanzo, che viene considerato il suo capolavoro, intitolato Le terre del Sacramento, è stato pubblicato nel 1950 pochi giorni dopo la sua morte prematura per un infarto [aveva solo 48 anni]. Nel 1942, dopo una lunga gestazione, appare come abbiamo detto il romanzo Signora Ava [O tiempo da Gnora Ava] su cui vogliamo puntare l’attenzione perché, insieme a Il Gattopardo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa, è considerato il più importante romanzo del Risorgimento italiano. Il romanzo narra gli avvenimenti che si svolgono tra il 1850 e il 1860 in Molise [a Guardialfiera] dove tutto sembra essere fermo in un eterno presente finché saranno gli eventi [che, con l’impresa garibaldina, portano alla fine del Regno borbonico] a scuotere da questa immobilità; però le vicende vissute dai protagonisti, tutte figure appartenenti al mondo contadino, fluttuano come sospese tra realtà e magia in un’atmosfera fatta di credenze, di leggende, di riti, che è quella del “realismo magico”.
REPERTORIO E TRAMA … per dieci minuti al giorno di lettura e di scrittura:
In biblioteca potete richiedere il romanzo Signora Ava di Francesco Jovine...
Incuriositevi...
Leggiamo due pagine da Signora Ava: nel testo di queste pagine Francesco Jovine ci fa riflettere e ci fa capire, in filigrana, che cos’è “il realismo magico” che ha preso campo in Letteratura dall’epoca del Romanticismo galante.
Francesco Jovine, Signora Ava
Il paese s’era messo a vivere la sua curiosa vita invernale: le giornate e le notti si confondevano, l’ombra e il buio nascevano senza violento contrasto. Il mattino spruzzava un po’ di chiaro nell’ombra con la pigrizia annoiata di un compito eterno: il paese pareva disabitato, radi i passanti, più radi i capannelli dei contadini che avvolti nei mantelli, il viso sprofondato nei baveri, passavano ore, talvolta, a guardarsi taciturni, o ad ascoltare la narrazione di un fatto a cui nessuno credeva.
Ma nell’interno delle case la vita acquistava un suo piacevole andamento; gli uomini attirati dal tepore del camino uscivano poco e si mischiavano con sempre maggiore intimità alla vita delle donne e dei ragazzi. Perciò, gente d’ordinario taciturna, non faceva che parlare, parlare; l’immobilità nello spazio trovava il suo correttivo nella mobilità della fantasia. Era il periodo dei racconti, delle favole, del ricordo di motti arguti, delle elencazioni delle genealogie. L’intreccio inestricabile delle parentele veniva dipanato dai più vecchi che si compiacevano di questa funzione di cronisti e, senza volerlo, con quell’operazione naturale della mente che è volta a rendere armoniche le disarmonie del passato davano ai semplici fatti narrati un ritmo di favolosa invenzione. Gl’interventi delle persone venivano posti nelle congiunture che più necessariamente li richiedevano: gl’incontri erano miracolosi e scioglievano agevolmente i contrasti. Il passato così inconsapevolmente composto e armonizzato si coloriva di bellezza. Il presente con le sue inquietudini appariva alla mente come provvisorio, come qualcosa che avendo termine doveva dar luogo al lontano ordine perduto. Le vicende locali passate li orientavano nei rapporti con gli altri mèmbri della comunità che erano tutti caratterizzati con virtù e difetti che, a detta degli anziani, venivano loro da fonti lontane. Rimontando di generazione in generazione quelle virtù e quei difetti acquistavano coerenza e continuità. Nel vasto dramma che ognuno si veniva componendo nella mente gli attori erano disegnati a tutto rilievo e agivano secondo la necessità interna della tradizione.
La terra intanto, sotto la pioggia e la nebbia, riposava quietamente; i contadini l’avevano abbandonata al suo riposo. Così, nera, fumigante di vapori, era misteriosa e diabolica. Il seme gettato nel suo grembo germinava segretamente secondo una legge che nessuno poteva comprendere. Solo quando le prime foglie tenerissime avevano compiuto il prodigio di aprirsi un varco tra le zolle tutto si faceva chiaro. Allora interveniva l’idea di Dio, il crescere, il verzicare avvenivano nella luce, nel regno delle cose evidenti che la ragione raggiungeva. Per le piante e il grano cresciuti si potevano invocare i santi, scongiurare con preghiere il fulmine e la grandine, ma la vita segreta della terra sfuggiva ai certi poteri del cielo: non si poteva influire su di lei come sul ventre gravido delle donne che con gesti di oscura magia. Ma la terra più che il cielo aveva una legge ferrea, il grano nasceva sempre. Ma Dio e il cielo potevano, talvolta, non mandare la spiga. …
Senza che ci sia possibilità di opporsi a questa sciagura? L’opposizione fermenta in modo informe nell’intimo delle persone: leggete, per capire, il testo del romanzo Signora Ava di Francesco Jovine.
Perché i movimenti intellettuali che prendono forma e si sviluppano nel corso del Romanticismo [titanico prima e galante poi] portano a far nascere “un sentimento di opposizione” nell’animo delle persone? Che significato ha questa affermazione che comporta anche la necessità di fare un bilancio per capire a che punto siamo del nostro Percorso?
Per rispondere ancora in compagnia di Vivant Denon a questa e a molte altre domande [e non perdete il prossimo itinerario che precede la pausa pasquale] bisogna procedere con lo spirito utopico che lo studio porta con sé consapevoli del fatto che non dobbiamo mai perdere la volontà d’imparare, per questo la Scuola è qui, lo studio è cura e il viaggio continua…
