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SUL TERRITORIO DEL ROMANTICISMO GALANTE VIENE CREATO IL CATALOGO D’ARTE …

Lezione N.: 
9

ASSOCIAZIONE ARTICOLO  34 - «LA SCUOLA È APERTA A TUTTI»

PERCORSO DEL PENSIERO UMANO IN FUNZIONE

DELLA DIDATTICA E DELLA SCRITTURA

Prof. Giuseppe Nibbi

In viaggio sul territorio del Romanticismo galante  

25-26-27 febbraio 2026

SUL TERRITORIO DEL ROMANTICISMO GALANTE

VIENE CREATO IL CATALOGO D’ARTE …

     Questo è il nono itinerario del nostro viaggio sul territorio del Romanticismo galante e siamo sempre in compagnia di Vivant Denon che è un protagonista di quest’epoca.

     Come sapete, Vivant Denon all’inizio dell’estate dell’anno 1798, durante un ricevimento nella casa parigina di Talleyrand, membro del Direttorio, fa conoscenza con il giovane generale Bonaparte [1769-1821, che passerà alla storia con il suo nome altisonante di Napoleone] il quale, dopo essersi distinto in Italia contro gli Austriaci, comincia ad avere un ruolo-chiave nella storia di Francia: ha ottenuto un finanziamento dal governo del Direttorio per sbarcare con un esercito in Egitto allo scopo di attaccare i possedimenti dell’Inghilterra nel Mediterraneo, e Vivant Denon parte con lui come membro della Commissione delle Scienze e delle Arti aggregata a questa spedizione.

     Intanto, consultando i documenti epistolari, le studiose e gli studiosi sono venute e venuti a sapere che Vivant Denon, per poter partecipare a questa spedizione, è stato anche raccomandato perché, all’annuncio della campagna d’Egitto, a Parigi si è scatenata una vera e propria “smania egiziana”; Vivant Denon - che non aveva alcun interesse per la spedizione militare ma era attirato dall’Arte e dalla cultura della favolosa terra del Nilo, delle piramidi, dei geroglifici, dei faraoni - riesce a far parte della Commissione delle Scienze e delle Arti aggregata alla spedizione in Egitto, per merito di una donna [e qualche maligno, certamente per gelosia, ha detto che Vivant Denon risultava talmente simpatico alle donne che riusciva a ottenerne i favori anche quando queste - come nel caso della Pompadour  - erano già morte]. La signora che raccomanda Vivant Denon si chiama Joséphine de Beauharnais [è viva e vegeta e si è ritagliata un posto nella società dell’epoca romantica].

     Joséphine de Beauharnais [1763-1814], figlia del nobile Joséph-Gaspard de La Pagerie e di Rose-Claire des Vergers de Sannois, è nata nell’isola della Martinica, colonia francese delle Piccole Antille [utilizzando l’Atlante geografico e navigando in rete fate una visita alla Martinica, incuriositevi... ]. Nel 1779 Marie-Josèphe-Rose de La Pagerie arriva in Francia perché sposa in prime nozze il visconte Alexandre de Beauharnais di cui prende e conserverà il cognome; con lui ha due figli: Eugenio, poi viceré d’Italia durante l’impero napoleonico, e Ortensia, futura regina d’Olanda. Nel corso del Terrore nel 1794 il visconte Alexandre de Beauharnais viene processato, condannato per alto tradimento e ghigliottinato; anche Joséphine viene arrestata ma riesce con il suo charme a cavarsela. Rimasta vedova, Joséphine, soprannominata “la bella creola”, sposa nel 1796 - dopo aver tergiversato un po’ ma consigliata da Jean de Barras, capofila del partito della borghesia affarista e membro del Direttorio - il giovane generale Napoleone Bonaparte appassionatamente innamorato di lei.

     Joséphine de Beauharnais è una donna non di vasta cultura [un po’ troppo prodiga e sempre indebitata], ma intelligente, sensibile all’Arte e alla bellezza e che ha saputo consigliare Napoleone affinché facesse delle scelte importanti come quella di assumere Vivant Denon fra i membri della Commissione delle Scienze e delle Arti in partenza per l’Egitto. Joséphine sa che Vivant Denon è in possesso di indubbie competenze nel campo della cultura e dell’Arte.

     Come sapete, Joséphine nel 1804 è stata incoronata imperatrice da suo marito nella cattedrale di Notre-Dame [ci sono molte immagini pittoriche in proposito], ma per il fatto di non poter dare un erede all’imperatore [che ha in mente di sposare Maria Luisa d’Austria] è stata obbligata nel 1809 a divorziare e a uscire di scena; muore nel 1814, cinquantunenne di broncopolmonite, dopo aver vissuto l’ultimo periodo della sua vita appartata nel castello di Malmaison, acquistato nel 1799 da Joséphine.

REPERTORIO E TRAMA … per dieci minuti al giorno di lettura e di scrittura:

Con una guida della Francia e navigando in rete andate a visitare il castello di Malmaison, nel comune di Rueil vicino a Parigi, per conoscerne la storia presentata sulla rete da una serie di video… Joséphine, nei giardini della tenuta del castello, ha fatto piantare oltre duecento varietà di rose provenienti dalla Persia, incuriositevi...

     E così Vivant Denon, raccomandato da Joséphine de Beauharnais, parte per l’Egitto.

     Vivant Denon nel 1798 è in Egitto con la spedizione di Napoleone e, insieme a 160 studiosi, fa parte della Commissione delle Scienze e delle Arti guidata dal matematico e fisico Joseph Fourier [1768-1830, poi direttore dell’Istituto d’Egitto]: il lavoro complessivo dei membri della Commissione ha prodotto un’opera monumentale di settemila pagine intitolata Descrizione dell’Egitto.

REPERTORIO E TRAMA … per dieci minuti al giorno di lettura e di scrittura:

Delle tante scoperte fatte dai membri della “Commissione delle Scienze e delle Arti” in Egitto [dal 1798 al 1801] la più importante è stata quella de la stele di Rosetta, un oggetto che ha offerto una chiave decisiva per la comprensione della lingua egizia... 

Utilizzando l’enciclopedia e la rete fate una ricerca su la stele di Rosetta, incuriositevi...

     Vivant Denon, con i suoi fogli e le sue matite [e con l’attenta curiosità di sempre] si ritrova al seguito del generale Desaix [luogotenente di Napoleone] che, con le sue truppe, sta inseguendo il sultano Mùrad Bey lungo la valle del Nilo, e Vivant Denon scopre tutto quello che si era immaginato pensando all’Egitto e annota ciò che vede: «gli stupendi tramonti nel deserto, gli immensi resti dei monumenti, le scene di harem, l’emozione di fronte alle gigantesche piramidi, gli squarci lirici e le illuminazioni folgoranti sulle rovine di Tebe.»; al suo ritorno a Parigi scrive un lungo reportage che viene pubblicato con il titolo di Viaggio attraverso il Basso e l’Alto Egitto durante le campagne del generale Bonaparte, opera [che risulta la più famosa di Vivant Denon] ha avuto un successo enorme e un influsso considerevole sulla creazione di quel culto, di quella vera e propria malattia, di quella devozione per l’Egitto che oggi continua a esistere.

     Vivant Denon ammira i monumenti dell’Arte egizia e non dimentica le notazioni di costume, quelle psicologiche e sociali, e descrive la vita di campeggio sotto le tende dell’esercito. Disegna in continuazione e dovunque si trovi appoggiando il foglio su una pietra, su una colonna spezzata o sulla schiena di un soldato, e rischia anche la vita mentre disegna durante i combattimenti: si narra che il generale Desaix gli fece notare come la linea dell’orizzonte di un disegno eseguito nel bel mezzo di una sparatoria non fosse dritta e Denon avrebbe risposto: «È colpa di quell’arabo: ha sparato troppo presto.». In realtà Vivant Denon, come rappresentante del Romanticismo galante, è sempre capace di dar prova di leggerezza, di stile, di vena auto-ironica.

REPERTORIO E TRAMA … per dieci minuti al giorno di lettura e di scrittura:

Che cosa vi ispira, che cosa vi suggerisce la parola Egitto?...

Scrivete quattro righe in proposito… 

     Isabella Teotòchi Albrìzzi nel 1807 descrive Vivant Denon nel suo Libro intitolato Ritratti mettendo bene in evidenza la personalità del suo “amico del cuore” che è vissuto senza perdere mai la volontà di imparare.

Isabella Teotòchi Albrìzzi, Ritratti

Vuoi tu conoscere Vivant Denon? Vedilo nel suo Egitto; egli vi dipinse sé stesso che neppure Tiziano poteva dipingere un volto come lui vi dipinse con verità l’animo suo. Osservalo là fra quegli immensi edifici che l’egiziano orgoglio trasmise ai secoli futuri, e che fece aumentare in noi la curiosità. Seguilo nel silenzio profondo del deserto, nel sacro orrore delle tombe, fra i furori delle battaglie, nei cimenti, nelle avversità d’ogni specie, egli è sempre lo stesso. Smanioso fino all’eccesso d’istruirsi, avidissimo d’aumentare ancor dì più il già ricco tesoro delle sue cognizioni. 

Circondato dai maggiori pericoli, sembra sia realmente invulnerabile. Egli è osservatore egregio, e narratore a un tempo, così felice che ciò che egli vide ti sembra essere ciò che tu meglio osservasti. …

     La spedizione in Egitto rappresenta un titolo di merito per chi vi ha partecipato.

     Dopo la spedizione in Egitto Vivant Denon è di nuovo a Parigi [all’alba del nuovo secolo, l’800] ancora una volta alle prese con una corte, quella di Napoleone, il quale comincia a comportarsi come un sovrano ancor prima di essere incoronato nel 1804, una corte ben diversa da quella di Luigi XV; ma Vivant Denon sa che in tutte le corti bisogna comunque sapersi mettere in evidenza, e lui continua a contare sulla protezione di Joséphine che è diventata la donna più potente di Francia; poi si è anche guadagnato la stima di Napoleone con l’opera di successo] Viaggio attraverso il Basso e l’Alto Egitto durante le campagne del generale Bonaparte corredata da tanti disegni molto significativi. Così il 28 brumaio [il 19 novembre] 1802 il cittadino Vivant Denon viene nominato da Napoleone, divenuto “primo console”, direttore generale del Museo centrale delle Arti che ha la sua sede nel palazzo del Louvre, l’antica dimora dei re, edificato agli inizi del XIII secolo per volontà di Filippo Augusto e rimaneggiato più volte; qui, nel corso della Rivoluzione dal 1793, era già stato allestito un Museo che raccoglieva le opere [compresa La Gioconda] appartenute ai sovrani. Vivant Denon rimane in carica come custode e “nume tutelare” del Museo per dodici anni, fino al 10 ottobre 1815.

     Vivant Denon riceve da Napoleone [auto-proclamatosi “Imperatore dei Francesi”] il titolo di barone e gli vengono attribuite vastissime responsabilità a livello culturale: dipendono da lui la Sovrintendenza dei monumenti francesi, il Museo speciale di Versailles, le Gallerie del palazzo del governo, il conio delle medaglie, i Laboratori di calcografia, le incisioni, le manifatture di Sèvres e dei Gobelins, gli scavi archeologici di Roma e l’acquisizione e il trasporto delle opere d’arte a Parigi; ma quello che più gli sta a cuore e che veramente conta per lui è la direzione con pieni poteri del Museo del Louvre: e li fa valere questi poteri per proteggere le Opere del Museo, patrimonio della Nazione, dall’avidità dei potenti [e alla fine di questo itinerario, in proposito, racconteremo un storia in tre atti ...].

     Vivant Denon si batte per dodici anni con tenacia e volontà per fare del Louvre [di cui si considera il custode] il monumento dei monumenti da collocarsi al di sopra del potere, e questo è un merito che gli va riconosciuto. Al Louvre è lui a occuparsi di tutto: dalle finestre alle latrine, dall’inventario delle collezioni alla gestione finanziaria e al reperimento delle opere che possono arricchire il Museo [avrebbe voluto vedere anche la sua collezione privata sistemata in questo spazio perfetto ma ha atteso troppo e non è riuscito a farlo].

     Il palazzo del Louvre era stato abbandonato da più di un secolo, in quanto la corte si era trasferita a Versailles nel 1682, e nel 1793 l’ex residenza reale era diventato un luogo fatiscente occupato da ogni sorta di abitatori più o meno abusivi, dagli invalidi di guerra agli artisti favoriti dai re, e necessita di enormi lavori di restauro. Il 2 aprile 1810 il Museo del Louvre vive un giorno di gloria quando Napoleone, in seconde nozze dopo il divorzio dalla sterile Joséphine, sposa l’arciduchessa Maria Luisa d’Austria: il grandioso corteo nuziale attraversa la Galleria Centrale del palazzo e la cerimonia si svolge nel Salon Carré trasformato in cappella; Vivant Denon [che non gioisce per il nuovo matrimonio dell’Imperatore in quanto lui stava dalla parte di Joséphine] teme soprattutto per la sorte dei quadri esposti e si batte con grande decisione perché la grandiosa cerimonia avvenga in un altro luogo, ma deve cedere alla prepotenza del sovrano il quale a detta di Vivant Denon si è comportato «non da imperatore ma da piccolo borghese» e Napoleone, che sa di aver bisogno di Vivant Denon, gli risponde blandendolo ma anche prendendolo in giro: «Diamine [risponde Napoleone] avete trasformato il Louvre nel salotto buono di casa e sapete bene, signore, che, quando i piccoli borghesi fanno un bel matrimonio, bisogna pur che aprano il salotto buono.»; Vivant Denon non risponde [sa quando è bene tacere] e Napoleone provocatoriamente si assume la responsabilità dell’incolumità delle opere esposte ed esige che il Museo prenda il suo nome, Musée Napoléon, e ordina che si riempia di opere provenienti dai paesi invasi e conquistati dall’Imperatore a maggior gloria della capitale dell’Impero, e a Napoleone viene attribuito l’appellativo di “saccheggiatore d’Europa” [e questo titolo lo porterà con sé] e Vivant Denon deve assistere e provvedere al saccheggio.

     Perché nessuna studiosa e nessuno studioso ha mai considerato Vivant Denon complice di questo saccheggio? Perché sono tutte e tutti d’accordo nel distinguere la mentalità di Napoleone imperatore da quella di Vivant Denon esperto d’Arte? La mentalità di Vivant Denon [è stato scritto] è sostanzialmente diversa da quella di Napoleone: uno, l’Imperatore, vede l’Arte in funzione della gloria, l’altro, lo studioso, considera la gloria in funzione dell’Arte. E la storia ricorda Napoleone come un saccheggiatore e Vivant Denon come un conservatore dell’Arte.

     L’operazione di Vivant Denon di raccogliere al Louvre tutto quello che di bello si trovava nelle città più importanti occupate dall’armata francese è dettata da motivi legati alla salvaguardia di opere che lui considerava importantissime per la Storia dell’Arte e della Cultura e che vedeva in pericolo dove si trovavano, raccolte spesso nella massima incuria, in uno stato di degrado, maltrattate, accatastate in luoghi non adatti, esposte alle intemperie, ai pericoli e alla vanità dei governanti: queste sono le preoccupazioni di Vivant Denon nel suo ruolo di esperto d’Arte, ed è stato scritto da Anatole France che: «Vivant Denon approfitta di Napoleone per svolgere quella che lui considera una missione e gli si deve riconoscere il merito di aver valorizzato molte Opere che erano sconosciute o poco considerate e di averle rivalutate e messe al centro dell’attenzione. Per lui queste Opere, da raccogliere al Museo del Louvre, non rappresentano il bottino di guerra ma costituiscono un patrimonio per l’Umanità, un bene da proteggere e da salvaguardare all’interno di uno spazio sicuro, funzionale, adatto, efficiente e fruibile per tutte le persone del mondo.». Vivant Denon pensa che il suo moderno Museo sia l’unica struttura in grado di salvaguardare e di valorizzare le Opere d’Arte, patrimonio dell’Umanità.

     In che cosa consiste la differenza tra il concetto antico di Museo e quello moderno? Vivant Denon nelle sue Relazioni puntualizza, definisce, precisa questa differenza dimostrando anche di essere un attento lettore dei Saggi di Montaigne [1580-1588]. L’antico Museo, spiega Vivant Denon, si basa sull’idea del deposito, del deposito ben pieno, ed è questa quantità, pur disordinata, che ne determina la grandezza mentre il moderno Museo, chiarisce Vivant Denon, si basa sull’idea della raccolta, una raccolta ben fatta la cui grandezza sta nella sintesi qualitativa, e lo strumento che trasforma e rende nuovo il museo è “il catalogo”.

     Vivant Denon viene ricordato, nell’ambito della Storia dell’Arte, soprattutto come il creatore del moderno “catalogo d’Arte”. Oggi siamo subissati dai cataloghi e, quindi, ci troviamo nella situazione di dover distinguere tra “il catalogo didattico” che tende a insegnare qualcosa e “il catalogo persuasivo” che ci vuole indurre ad acquistare qualcosa. Nel pensiero di Vivant Denon il termine “catalogo”, utilizzato in relazione alla Storia dell’Arte, si arricchisce di significato e nei primi anni dell’800, nell’epoca del Romanticismo galante, diventa una significativa parola-chiave. “Il catalogo” non è solo un elenco di oggetti con accanto il nome del loro padrone perché, nel catalogare i quadri, Vivant Denon non si limita a registrare l’indicazione dell’autrice o dell’autore del soggetto e a fornire eventuali cenni sulla località di provenienza e sul committente, ma aggiunge le biografie delle artiste e degli artisti con notizie sul loro luogo d’origine e sulla loro formazione, e poi riporta le fonti che parlano di quel quadro tratte dalle Opere di Giorgio Vasari, di Vincenzo Maria Borghini, di Luigi Lanzi e di Francesco Milizia.

REPERTORIO E TRAMA … per dieci minuti al giorno di lettura e di scrittura:

Utilizzando l’enciclopedia e la rete andate a scoprire chi sono questi esperti - Giorgio Vasari [il più conosciuto], Vincenzo Maria Borghini, Luigi Lanzi, Francesco Milizia – che Vivant Denon cita nei suoi “cataloghi d’Arte”, incuriositevi e completate il REPERTORIO...

     Vivant Denon considera Giorgio Vasari il suo maestro ideale.

     Il maestro ideale di Vivant Denon è Giorgio Vasari [1511-1574] non tanto come pittore e come architetto ma come scrittore d’Arte e apprezza soprattutto la sua opera storiografica e critica intitolata Vite de’ più eccellenti architetti, pittori e scultori italiani [1550-1568], secondo Vivant Denon la madre di tutti i moderni cataloghi: la traduce in francese e la divulga e la considererà sempre una fonte inesauribile di notizie, la fonte primaria per costruire qualsiasi moderno “catalogo d’Arte” [e lui vorrebbe essere “un Vasari dell’800”]. «Il catalogo [scrive Vivant Denon] è lo strumento che caratterizza il moderno Museo che non è il deposito della ricchezza di pochi ma è una raccolta selezionata che sintetizza la qualità della Cultura umana e la mette a disposizione di ogni persona.». E quello che si chiama Il catalogo di Vivant Denon del 1812 si presenta come il prototipo di tutti i successivi moderni cataloghi di Museo: in quest’opera, preparata per l’esposizione del 1812, vengono presentati al pubblico i nuovi tesori provenienti dall’Italia; il catalogo viene per la prima volta distribuito ai visitatori del Museo come «un repertorio che possono leggere e studiare.».

     Nel testo di questo repertorio Vivant Denon decanta le meraviglie dei “primitivi”, riportandoli in auge nell’epoca del Romanticismo galante: venivano chiamati “primitivi” tutti gli artisti operanti prima del Rinascimento i quali erano sorprendentemente considerati inferiori e le loro opere imperfette, frutto dei secoli bui del Medioevo: Cimabue, Giotto, Duccio di Boninsegna, Simone Martini, Beato Angelico, anche Filippo Lippi e tutti i cosiddetti “primitivi minori” erano considerati artisti secondari.

     Vivant Denon nel suo catalogo esalta questi artisti di cui cura brevi e interessanti biografie e descrive le loro Opere facendone la storia riportando le fonti più antiche e ribadendo orgogliosamente di aver salvato dall’abbandono e dal degrado gran parte di questo patrimonio [e dobbiamo dargliene atto]. Il catalogo di Vivant Denon del 1812 contiene la prima grande promozione degli artisti primitivi italiani, e le loro Opere hanno cominciato ad acquistare tutta la considerazione che meritano.

REPERTORIO E TRAMA … per dieci minuti al giorno di lettura e di scrittura:

Di solito oggi i cataloghi si conservano, voi avete conservato il catalogo di una mostra o di un museo che avete visitato con particolare interesse?...  Scrivete quattro righe in proposito…

Il catalogo è tuttavia un oggetto che funge da registro, da schedario, da rubrica, da lista, da nota, da inventario, da listino, da elenco e voi con quale funzione lo utilizzate?...

Bastano due righe per rispondere...

     Il momento in cui Vivant Denon può ritenersi appagato del suo lavoro dura poco.

     L’apogeo del Museo del Louvre in età napoleonica dura poco e in questo breve momento Vivant Denon si ritiene una persona appagata perché è riuscito a riunire tanti capolavori, come il Laocoonte, l’Apollo del Belvedere, la Venere dei Medici, e ben sette quadri di Leonardo da Vinci, ventitré di Guido Reni, quindici di Guercino, quindici di Veronese, dieci di Tintoretto, venticinque di Raffaello e ventiquattro di Tiziano, senza contare i Rembrandt, i Rubens, i Van Dyck, i Poussin. Ancora alla vigilia della caduta di Napoleone Vivant Denon continua a fare progetti per l’arricchimento e l’ampliamento del Museo senza badare all’approssimarsi della fine dell’Impero, ma a lui di questo Impero importava poco [era uno dei tanti regimi che aveva dovuto subire] e quindi rimane coraggiosamente al suo posto come se le vicende in atto non potessero in alcun modo distoglierlo dal suo compito: con il ritorno dei Borboni,[dopo la caduta di Napoleone, continua a svolgere il suo servizio. Luigi XVIII, il re della Restaurazione post-napoleonica, è poco interessato all’Arte [lo convoca per dirgli che può rimanere al suo posto] e Vivant Denon lo invita a visitare il Museo patrimonio della Nazione; lui siccome soffre di gotta [e ha male ai piedi] si fa portare [una sola volta proprio perché deve] in carrozzella a visitare frettolosamente il Museo:  Vivant Denon scrive nel suo Diario: «Non mi meraviglio più di nulla, ne ho viste tante in vita mia!».

     Vivant Denon deve gestire le conseguenze delle sconfitte, e dopo la prima sconfitta di Napoleone nel 1814, i Trattati di Parigi [che esiliano Napoleone all’Elba] lasciano il Museo praticamente intatto, ma dopo Waterloo, il 18 giugno 1815, il Trattato di Vienna decide di «dare una lezione morale al popolo francese per punirlo di aver accolto volentieri il fuggiasco imperatore dall’isola d’Elba.». Il 7 luglio 1815 comincia la resistenza [durata tre mesi] di Vivant Denon affinché il Museo non venga smantellato.

REPERTORIO E TRAMA … per dieci minuti al giorno di lettura e di scrittura:

C’è un film del 2001, del regista Alan Taylor, che sarebbe piaciuto a Vivant Denon intitolato I vestiti nuovi dell’Imperatore, ambientato a Parigi ma in gran parte girato a Torino, incuriositevi...

     Vivant Denon opera affinché il Museo non venga smantellato e in proposito ha lasciato nel suo Diario una testimonianza particolareggiata dello svolgersi degli avvenimenti: leggiamo l’incipit [fiero, dolente e didattico] del suo resoconto.

Vivant Denon, Diario  [luglio 1815]

Circostanze inaudite avevano innalzato un monumento immenso, circostanze non meno straordinarie vengono ora ad abbatterlo. Era stato necessario vincere l’Europa per formare questo trofeo, ed è stato necessario che l’Europa si coalizzasse per distruggerlo? Ma non si tratta di un trofeo, non si tratta di un deposito: le Opere, provenienti dalle più importanti città europee, sono state qui raccolte non in funzione di un’effimera gloria imperiale ma raccolte a gloria dell’Arte stessa e solo per motivi legati alla salvaguardia e alla conservazione di queste Opere spesso in pericolo a causa dell’incuria, maltrattate, accatastate in luoghi non adatti, esposte alle intemperie e ai pericoli, affidate spesso a governi inetti e a funzionari corrotti. Le Opere d’Arte sono un patrimonio per l’Umanità intera che va valorizzato e messo al centro dell’attenzione in quanto il Museo deve essere una Scuola atta a promuovere la formazione intellettuale di ogni persona. …

     Vivant Denon tiene testa alla prepotenza dei prussiani che vogliono portare a Berlino non solo i loro quadri ma anche altre Opere. Vivant Denon si batte per impedire lo smantellamento del Louvre e per settimane cerca di negoziare: sa che un certo numero di Opere devono essere restituite, ma pretende che i quadri vengano collocati nelle stesse buone condizioni in cui sono state esposte al Louvre; questo fa innervosire i vincitori, e lui si oppone con le armi [che conosce bene] del Romanticismo galante: quelle dello spirito, delle buone maniere, del senso dello humour, e combatte con quello stile che ha appreso da giovane: scrive Vivant Denon nel suo Diario «Solo una volta mi sono lasciato andare e ho dato un calcio, che sembrava accidentale, alla scala su cui uno dei commissari belgi si è arrampicato per staccare dalla parete un’opera di Rubens: lo sventurato ha dovuto, aggrapparsi al cornicione rimanendo, incolume, appeso come un salame, e il quadro l’ho staccato io, come desideravo fare, con la dovuta cura.».

     Ma il momento più duro per lui è quello della restituzione dei quadri italiani che sono in massima parte di proprietà della Santa Sede, e il papa li rivuole. Papa Pio VII [Gregorio Luigi Bàrnaba Chiaramonti di Cesena], con il segretario di Stato cardinale Consalvi, sta restaurando lo Stato pontificio che, per ordine di Napoleone, aveva cessato di esistere dal 1809 al 1814. Pio VII aveva stipulato nel 1801 un Concordato con il governo francese e poi assiste, “corrucciato” [come avrà a dire], all’auto-incoronazione di Napoleone. Nel 1809 Napoleone, forte dei suoi successi, viola il Trattato e annette alla Francia lo Stato pontificio e chiede al papa di rinunciare al potere temporale: Pio VII lo scomunica e risponde con la famosa affermazione: «Non possiamo, non dobbiamo, non vogliamo» e Napoleone lo fa arrestare e trasferire, prigioniero, a Savona. Dopo la sconfitta napoleonica Pio VII torna a Roma trionfalmente [con le credenziali del resistente] e rivuole tutta “la roba” estorta alla Chiesa. Il commissario del Papa a Parigi è Antonio Canova che puntigliosamente recupera, fa imballare e rispedire a Roma le Opere che erano state trasportate al Louvre. Scrive Vivant Denon nel suo Diario: «Una sera partecipavo a un ricevimento a casa di Talleyrand - qualunque vento tirasse Talleyrand riusciva sempre ad avere qualche incarico governativo - e, a un tratto, la voce del maggiordomo annuncia l’arrivo dell’ambasciatore pontificio Antonio Canova. Io conoscevo Canova da tempo, lo avevo incontrato a Venezia nel salotto di Isabella [Teotòchi Albrìzzi]. A questo annuncio mi è scappato di dire ad alta voce: “Strano, il maggiordomo avrà voluto dire che arriva l’imballatore pontificio Antonio Canova”. Calò per alcuni minuti un silenzio imbarazzante. Io stimo Canova e so che lui mi stima. E difatti Canova, intervistato il giorno dopo sull’accaduto, ha dichiarato: “Ma era la voce di Vivant Denon? Mi è parsa la voce di Talleyrand”.».

     Poi Vivant Denon, per sua fortuna, può contare sull’ignoranza dei funzionari del tempo per cui propone al commissario della corte del Granducato di Toscana, in cambio di quattro tavole intarsiate molto appariscenti ma di scarso valore artistico, la rinuncia a recuperare “i primitivi italiani”, i maestri del Trecento e del Quattrocento che lui ha valorizzato con il suo “Catalogo”: e infatti Cimabue, Giotto, Beato Angelico, Filippo Lippi, Fra Diamante, Ghirlandaio rimangono al Louvre.

     Il 3 ottobre 1815, quando la resa dei conti è terminata, si dimette per ritirarsi a vita privata, e scrive nel suo Diario: «Se li portino pure via tutti questi quadri, ma non hanno occhi per vederli, e questi capolavori stavano meglio qui che altrove. Spero di aver mostrato e insegnato come si conservano le Opere d’Arte patrimonio dell’Umanità.». Trascorre in modo sobrio gli ultimi anni della sua vita in un appartamento al numero 7 in Quai Voltaire [c’è una lapide]: riprende a lavorare come incisore e si appassiona alle nuove tecniche della litografia, e prepara una grande Storia generale dell’Arte,; a chi va a fargli visita Vivant Denon mostra le sue collezioni [oggi sono al Louvre: i quadri di Giotto, del Beato Angelico, della Scuola fiamminga e olandese, i disegni del Guercino, di Dürer, di Rembrandt, i pezzi di arte esotica, le lacche cinesi, le porcellane del Giappone, gli utensili africani, i sarcofagi e le sculture egizie, le pietre mesopotamiche intagliate, i papiri dipinti. L’aprile del 1825 è stato un mese inclemente per il brutto tempo [pioggia, vento, basse temperature] e il 26 aprile 1825 Vivant Denon assiste a una vendita d’Arte e, uscendo da quel salone, prende freddo, si ammala e due giorni dopo, il 28 aprile 1825, muore.

REPERTORIO E TRAMA … per dieci minuti al giorno di lettura e di scrittura:

 Con una guida di Parigi e navigando in rete fate una visita al Quai Voltaire [una banchina lungo la Senna] di Parigi: leggete l’interessante storia di questa via, strada degli antiquari e dei librai… Honoré de Balzac ha localizzato in quai Voltaire il misterioso negozio di antiquario del racconto del 1831 La pelle di zigrino che potete richiedere in biblioteca, incuriositevi...

     E ora dobbiamo incontrare lo scrittore Anatole France, perché?

     Lo scrittore Anatole France [che abbiamo incontrato più volte in questi anni] dedica con ammirazione a Vivant Denon nel 1893 un suo romanzo appena pubblicato e scrive: «La vita di Vivant Denon è stata una specie di capolavoro, e lui stesso una specie di personaggio da romanzo; Vivant Denon in vita sua ha amato la bellezza delle donne, compatito le pene d’amore, apprezzato la poesia, stimato il coraggio, onorato la filosofia, rispettato le istituzioni.». Anatole France, come ricorderete, è lo pseudonimo di François-Anatole Thibault, ed è nato a Parigi nel 1844; è il figlio di un libraio e fin dall’infanzia coltiva la passione per i Libri, e di professione ha fatto il bibliotecario del Senato. Esordisce in Letteratura nel 1873 come poeta con una raccolta di versi intitolata Poemi dorati, ma poi si dedica alla narrativa scrivendo due romanzi di successo [che si possono richiedere in biblioteca]: Il delitto dell’accademico Sylvestre Bonnard, del 1881, in cui crea un personaggio originale, Sylvestre Bonnard appunto, e Taide, del 1890, ambientato nel mondo alessandrino torbido e decadente. Anatole France ha continuato a scrivere con un buon livello qualitativo [e almeno trenta sue opere meritano di essere lette, in particolare il racconto - che abbaiamo letto per intero qualche anno fa - intitolato Il procuratore della Giudea del 1900, incuriositevi].

     Anatole France partecipa con impegno alla vita politica francese, si occupa di problemi sociali [in proposito è esemplare il romanzo Il caso Crainquebille del 1901] e tratta con un certo pessimismo temi storici [famoso in proposito è il suo romanzo sulla Rivoluzione del 1789 intitolato Gli dei hanno sete pubblicato nel 1912]. Anatole France è tra coloro che hanno sostenuto l’innocenza del capitano Dreyfus, durante quell’inquietante caso che scuote la Francia. Nel 1921 Anatole France riceve il premio Nobel per la Letteratura, e nel 1924 muore a Saint-Cyr-sur-Loire.

     Anatole France, nel 1893 come abbiamo detto, dedica un romanzo [che contiene molti temi del Romanticismo galante] a Vivant Denon intitolato La rosticceria della regina Pédauque ambientato nella Parigi del Settecento in cui si narrano le avventure del giovane figlio di un rosticciere, di nome Jacques, che diventa allievo di un abate filologo e filosofo, che insegna l’amore che si deve avere per i Libri: padre Jérome Coignard il quale rivela la sua essenza di magister [di intellettuale che nella società deve avere un ruolo didattico]. Difatti, nel suo racconto ironico si dipana il repertorio della Storia del Pensiero Umano, dalla filosofia greca alla Scolastica, proposto contro la mentalità reazionaria, oscurantista, superstiziosa. L’abate Coignard, mentre racconta cose buffe, propone al giovane Jacques [che rappresenta tutte le lettrici e i lettori] un itinerario di studio, presenta personaggi, correnti di pensiero, aneddoti culturali, paesaggi intellettuali utilizzando il metodo socratico affinché chi legge prenda coscienza di sapere di non sapere; Jacques comincia a studiare e questa presa di coscienza gli salva la vita [e per sapere come avviene tutto ciò bisogna leggere il romanzo]. La scrittura di Anatole France si caratterizza per la facilità con cui conduce la narrazione, per l’ironia scettica e dissacrante che la pervade, per l’amabilità nel conversare: queste caratteristiche lo mettono in sintonia con Vivant Denon perché queste doti [la facilità nella conversazione, l’uso dell’ironia, la predisposizione all’amabilità] sono proprie dello stile del Romanticismo galante. Però sotto la forma “amabile” nei romanzi di Anatole France si trova sempre un saldo elemento morale indirizzato verso i temi della libertà e della dignità della persona.

REPERTORIO E TRAMA … per dieci minuti al giorno di lettura e di scrittura:

In biblioteca potete richiedere il romanzo La rosticceria della regina Pédauque di Anatole France, incuriositevi...

     Nelle due pagine che stiamo per leggere si narra il momento in cui l’abate Jérome Coignard entra nella rosticceria della regina Pédauque, fa conoscenza con il giovane rosticciere Jacques e con suo padre e inizia a raccontare in modo comico la storia avventurosa e complicata della sua vita rivelando la sua essenza di magister.

Anatole France, La rosticceria della regina Pédauque

- Come mi vedete, - disse [l’abate Coignard appena entrato in rosticceria], - o per dir meglio, ben diverso da come mi vedete, giovane, snello, con gli occhi vivaci e i capelli neri, ho insegnato le arti liberali al collegio di Beauvais, sotto i signori Dugué, Guérin, Coffin e Baffier. Avevo ricevuto gli ordini e contavo conquistarmi una grande rinomanza nelle Lettere. Ma una donna distrusse le mie speranze. Si chiamava Nicole Pigoreau e aveva un negozio di Libri alla Bible d’or, sulla piazza, davanti al collegio. Ci andavo spesso; sfogliavo assiduamente i Libri che riceveva dall’Olanda in quelle magnifiche edizioni illustrate di note, chiose e commenti sapientissimi. Ero amabile; madame Pigoreau se ne accorse, per mia sventura. Ella era stata graziosa, e sapeva piacere ancora. I suoi occhi parlavano. Un giorno, i Cicerone e i Tito Livio, i Platone e gli Aristotele, Tucidide, Polibio e Varrone, Epitteto, Seneca, Boezio e Cassiodoro, Omero, Eschilo, Sofocle, Euripide, Plauto e Terenzio, Diodoro Siculo e Dionigi d’Alicarnasso, Giovanni Crisostomo e Basilio, Gerolamo e Agostino, Erasmo, Somasio, Turnobio e Scaligero, Tommaso d’Aquino, Bonaventura, Bossuet che si tirava dietro Ferri, Fabricio, padre Lelong e padre Pitou, tutti i poeti, tutti gli oratori, tutti gli storici, tutti i padri, tutti i dottori, tutti i teologi, tutti gli umanisti, tutti i compilatori, raccolti dall’alto in basso sulle pareti, furono testimoni dei nostri baci. “Non ho potuto resistervi, - ella mi disse, - non fatevi un cattivo concetto di me”. Manifestava il proprio amore con slanci inimmaginabili. Una volta mi fece provare un collare e dei polsini di pizzo e parendole che mi stessero a pennello insistette perché li tenessi. Non volevo assolutamente. Ma siccome s’irritava per il mio rifiuto in cui credeva di scorgere un’offesa all’amore acconsentii a prendere quanto m’offriva, per timore d’offenderla. Il mio favore durò fino al giorno in cui fui sostituito da un ufficiale. Ne concepii uno sdegno violento, e nell’ardore della vendetta feci sapere ai rettori del collegio che non andavo più alla Bible d’or per paura d’assistere a spettacoli tali da offendere la modestia d’un giovane ecclesiastico. Per dir la verità non ebbi a rallegrarmi di quest’artificio. Infatti madame Pigoreau venendo a sapere come agivo nei suoi riguardi sparse la voce che le avevo rubato dei polsini e un collare di pizzo. Queste lagnanze menzognere giunsero alle orecchie dei rettori; fecero frugare il mio cofano e vi trovarono i pizzi ch’erano d’un certo pregio. Mi scacciarono e così sperimentai a somiglianza d’Ippolito e di Bellerofonte l’astuzia e la malvagità di certe donne. Trovandomi in mezzo alla strada con i miei cenci e i miei quaderni di retorica avevo grandi probabilità di morirci di fame quando, deposto l’abito, mi raccomandai a un signore ugonotto che mi assunse come segretario e mi dettò Libelli sulla religione. Questo passo è il peggiore della mia vita, quello che mi causa maggiori rimorsi. Ma costui era calvinista. M’adoprava solo a scrivere contro i luterani e i sociniani [seguaci di Lelio Socini] che non poteva soffrire e vi garantisco che mi costrinse a trattare quegli eretici più duramente di quanto sia mai stato fatto alla Sorbona. - Amen, - disse il rosticciere. - Gli agnelli pascolano in pace mentre i lupi si divorano tra loro.  L’abate proseguì il suo racconto: - Del resto, - disse, - non rimasi molto tempo presso quel signore che faceva più conto delle Lettere di Ulrich von Hutten che delle arringhe di Demostene, e in casa del quale si beveva acqua soltanto. Dopo feci diversi mestieri, fui venditore ambulante, attor comico, monaco, lacchè. Poi, ripreso l’abito, divenni segretario del vescovo di Séez e redassi il catalogo dei manoscritti preziosi racchiusi nella sua biblioteca. Questo catalogo occupa due volumi in folio ch’egli collocò nella sua galleria rilegati in marocchino rosso con il suo stemma e dorati sul taglio. Oso dire che è un buon lavoro. Sarebbe dipeso unicamente da me invecchiare nello studio e nella pace accanto a monsignore. Ma amavo la sua cameriera. Non siate troppo severi nel biasimarmi. Bruna, grassottella, vivace, fresca, sarebbe piaciuta allo stesso San Pacomio. Un giorno ella prese la diligenza per andare a cercar fortuna a Parigi. Io la seguii colà. Ma non seppi farvi i miei affari bene quanto lei. Entrai con una sua raccomandazione al servizio di madame de Saint-Ernest ballerina dell’Opera che al corrente delle mie capacità m’incaricò di scrivere sotto la sua dettatura un Libello contro mademoiselle Davilliers di cui aveva a dolersi. Fui un discreto segretario e seppi meritarmi i cinquanta scudi che m’erano stati promessi. Il Libro fu stampato ad Amsterdam da Marc Michel Rey con un frontespizio allegorico e mademoiselle Davilliers ricevette il primo esemplare al momento d’entrare in scena per cantare la grande aria di Armida. La collera rese la sua voce roca e tremante. Stonò e fu fischiata. Finita la sua parte corse in parrucca incipriata e guardinfante [l’impalcatura di cerchi che si portava sotto la gonna] dal sovrintendente che non le rifiutava nulla. Si gettò ai suoi piedi tutta in lacrime e gridò vendetta. Presto si seppe che il colpo partiva da madame de Saint-Ernest. Interrogata, incalzata, minacciata, ella mi denunciò e fui messo alla Bastiglia dove rimasi quattro anni. Vi trovai qualche consolazione leggendo Boezio e Cassiodoro. Dopo d’allora ho tenuto una baracca di scrivano pubblico al cimitero dei Santi Innocenti e prestato alle serve amorose una penna che avrebbe dovuto piuttosto dipingere gli uomini illustri di Roma e commentare gli scritti dei Padri. Ricevo due soldi per ogni Lettera d’amore e di questo mestiere non vivo. Ma non scordo che Epitteto fu schiavo e Pirrone giardiniere. Poco fa per un caso straordinario m’han dato uno scudo in compenso d’una Lettera anonima. Non mangiavo da due giorni. Così mi sono messo subito in cerca d’una trattoria. Dalla strada ho visto la vostra insegna illuminata e il fuoco del vostro camino che faceva fiammeggiare allegramente i vetri. Ho sentito sulla vostra soglia un odore delizioso. Sono entrato. Mio caro ospite, ora conoscete la mia vita. - Vedo che è quella d’un brav’uomo, - disse il rosticciere , - e tranne la faccenda di quell’eretico non c’è molto da ridire. Qua la mano! Siamo amici? Come vi chiamate? - Jérome Coignard, dottore in teologia, laureato in Lettere. …

     Il messaggio di carattere didattico di Anatole France, presente in tutti i suoi romanzi, è lo stesso che caratterizza la riflessione intellettuale di Vivant Denon: senza conoscere la Storia del Pensiero Umano non si entra in possesso delle chiavi di lettura necessarie per conoscere e per capire il testo, l’opera d’Arte. La realtà che ci circonda, quello che chiamiamo il mondo - con i suoi fenomeni naturali, intellettuali, sentimentali e spirituali - è un grande “testo” che esige di essere letto e interpretato per essere, dopo un’adeguata riflessione, anche riscritto.

     Ora, per concludere dobbiamo raccontare una storia [si tratta di una tragedia o di una commedia in tre atti?]. Primo atto: quando Napoleone, nel novembre 1799 prima ancora di diventare primo console a vita, fa una passeggiata al Museo del Louvre, vede il dipinto de La Gioconda, è attratto da quel sorriso, stacca il quadro dalla parete e La Gioconda finisce per quasi tre anni appesa nella camera da letto di Napoleone e di sua moglie Joséphine. Secondo atto: quando nel novembre del 1802 il cittadino Vivant Denon, come sappiamo, viene nominato da Napoleone direttore generale del Museo sa che molte Opere importanti che erano nel Museo vengono esibite nelle case degli uomini di potere del Direttorio e, quindi, due ore dopo la sua nomina emette un breve, lapidario e sarcastico comunicato: «Tutti coloro i quali [scrive ironicamente] hanno preso in prestito dal Museo Opere di proprietà della Nazione per abbellire temporaneamente le proprie dimore sono invitati a riconsegnarle nel giro di tre giorni.». Vivant Denon dovrebbe essere riconoscente a Napoleone per l’incarico ricevuto ma di fronte al patrimonio comune che l’Arte rappresenta non ci sono né compromessi da fare né raccomandazioni da omaggiare: Vivant Denon, in nome dell’Arte, affronta il potere, e Napoleone, per difendere la sua reputazione di primo console non può far altro che dare l’esempio e riconsegna La Gioconda, e tutti gli altri lo seguono a ruota.

     Il terzo atto che cosa narra? Questa sera non abbiamo il tempo per raccontarlo [dobbiamo rimandare la narrazione che è piuttosto lunga] quindi per rispondere, ancora in compagnia di Vivant Denon, a questa e a molte altre domande bisogna procedere con lo spirito utopico che lo studio porta con sé consapevoli del fatto che non dobbiamo mai perdere la volontà d’imparare, per questo la Scuola è qui, lo studio è cura e il viaggio continua…

 

 

 

 

Lezione del: 
Venerdì, Febbraio 27, 2026