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SUL TERRITORIO DEL ROMANTICISMO GALANTE ANCHE L’ARTE DELL’INCISIONE ASSUME UN RUOLO SAPIENZIALE E POETICO …

Lezione N.: 
7

ASSOCIAZIONE ARTICOLO  34 - «LA SCUOLA È APERTA A TUTTI»

PERCORSO DEL PENSIERO UMANO IN FUNZIONE

DELLA DIDATTICA E DELLA SCRITTURA

Prof. Giuseppe Nibbi

In viaggio sul territorio del Romanticismo galante  

21-29-30 gennaio 2026

SUL TERRITORIO DEL ROMANTICISMO GALANTE

ANCHE L’ARTE DELL’INCISIONE ASSUME

UN RUOLO SAPIENZIALE E POETICO …

     Questo è il settimo itinerario del nostro viaggio sul territorio del Romanticismo galante e siamo in compagnia di Vivant Denon che, come sapete, ha operato per far conciliare il pensiero della corrente naturalista, che ha come esponente di spicco Élisabeth Vigée Le Brun, con il pensiero della corrente dell’artificio, il cui maggior rappresentate è Giacomo Casanova.

     Ciò che conta per Vivant Denon è il risultato della produzione intellettuale e artistica, e l’opera d’Arte secondo lui è la conseguenza [l’effetto, l’esito, la conclusione, il frutto, il prodotto, la risposta, la soluzione] dell’incontro tra la natura e l’artificio. Vivant Denon tende a far sì che gli aspetti naturali [l’istinto, la fantasia, la creatività, l’immaginazione, il genialità, l’invenzione, l’ingegno] possano interagire positivamente con quelli artificiali [la tecnica, la norma, la regola, il metodo, il sistema, la procedura, la maniera, la rete] perché l’affidarsi completamente alla natura o del tutto all’artificio risulta controproducente: separando questi due elementi complementari, scrive Vivant Denon, non si crea l’opera d’Arte ma un surrogato dell’arte in quanto l’opera d’Arte nasce dall’armonia tra la natura e l’artificio. Il risultato più riuscito di questa operazione, afferma Vivant Denon nel 1802 da sovrintendente del Louvre, è La Gioconda di Leonardo da Vinci, un dipinto nel quale emerge il concetto che anche “la galanteria”, come strumento ispiratore della produzione artistica, è frutto dell’armonia tra la natura e l’artificio ed è da questa armonia che scaturisce il fascino [la delicatezza, lo splendore, la grazia, e il gusto].

REPERTORIO E TRAMA … per dieci minuti al giorno di lettura e di scrittura:

Nel dipinto de La Gioconda c’è un particolare che attrae maggiormente la vostra attenzione?... Scrivete quattro righe in proposito, mettete a frutto la vostra capacità di osservazione ... 

In biblioteca potete richiedere e leggere il romanzo intitolato Gli occhi di Monna Lisa di Thomas Schlesser, studioso di Storia dell’Arte: incuriositevi...

     In queste settimane abbiamo parlato pochissimo della biografia di Vivant Denon. Sappiamo che Élisabeth Vigée Le Brun nel suo diario scrive una significativa pagina che abbiamo già letto e che ora rileggiamo.

Élisabeth Vigée Le Brun, Ricordi

Ho passato una deliziosa serata veneziana, al Caffè Florian, in compagnia di Monsieur De Non [Vigée Le Brun scrive De Non staccato, nella forma originaria della nobiltà dell’Antico Regime]. Monsieur De Non, anche quando era molto giovane, non è mai stato bello, il che non gli ha impedito di piacere a un gran numero di belle donne perché era dotato di tutte quelle doti che vanno sotto il nome di spirito: vivacità, galanteria, e quel non so che di malizioso nello sguardo, e nel sorriso, che tanto si teme e che pur tanto piace. E, con singolare e forse unico esempio, fu sempre carissimo agli uomini, benché fosse infinitamente caro alle donne, perché persona di qualità, galante e onesto. Monsieur De Non ha incarnato nella sua persona tutto quanto di meglio aveva espresso un’epoca. …

     Ma chi è Vivant Denon e quali sono gli aspetti salienti della sua biografia?

     La storia di Vivant Denon, in origine, è quella di un giovanotto di Borgogna appartenente alla piccola nobiltà terriera [a la petite noblesse]: abbiamo appena detto che il suo cognome originario in chiave nobile è “De Non” [staccato] che diventa “Denon” [tutto attaccato], alla borghese, per ovvi e opportuni motivi con l’avvento della Rivoluzione. Vivant Denon è nato il 4 gennaio 1747 nel castello di famiglia a Givry nei dintorni della città di Chalon-sur-Saône.

REPERTORIO E TRAMA … per dieci minuti al giorno di lettura e di scrittura:

Utilizzando una guida della Francia e navigando in rete fate una visita a Givry, che ha appena circa 3900 abitanti, e a Chalon-sur-Saône, città di circa 47 mila abitanti in riva alla Saône, uno dei principali affluenti del Rodano; tenete conto del fatto che il monumento più significativo che a ragione vanta la città è la cattedrale di Saint-Vincent, costruita tra il XII e il XV secolo; poi potete fare una ricerca per appurare se ci sono tracce di Vivant Denon, se la sua città natale gli ha dedicato almeno un museo come lo ha dedicato a un altro personaggio a cui ha dato i natali autore di un’invenzione che ha cambiato il modo di ritrarre il mondo e le persone… Incuriositevi...

     Il giovane Vivant Denon ha un progetto di vita ben definito da realizzare che consiste nell’andare a studiare giurisprudenza a Parigi per poi tornare nella propria città natale con un titolo di valore in modo da sistemarsi grazie all’acquisto di una buona carica per poi poter anche convogliare a nozze con un’agiata signorina delle sue parti e del suo rango in modo da trascorrere una tranquilla esistenza provinciale: ma lui era destinato a vivere tutta un’altra storia.

     Intanto la partenza di Vivant Denon dalla casa paterna per Parigi ricorda quella di un famoso personaggio da romanzo [nel quale Vivant Denon avrebbe voluto identificarsi], il guascone Charles D’Artagnan, protagonista de I tre moschettieri, pubblicato a puntate in appendice al giornale Le Siècle di Parigi dal 14 marzo al 14 luglio 1844, e scritto da Alexandre Dumas padre [1802-1870]. Quanto tempo è che non rileggete l’inizio di questo romanzo: ma l’avete mai letto il testo dei 67 brevi capitoli [tutti titolati più una Prefazione e un Epilogo] di quest’opera oppure avete fatto affidamento solo sul cinema, per cui si finisce per non leggere mai il testo di un’opera e ci si convince di averlo già letto anche se l’esercizio che si compie leggendo un testo letterario che porta all’acquisizione di una trama - “hiphos”, in greco - non è lo stesso esercizio che si produce nel vedere una sequenza d’immagini.

     Vivant Denon si sarebbe divertito moltissimo a leggere il testo di questo romanzo, ma non solo: avrebbe anche fatto tesoro del valore che ha “l’azione dell’intagliare e dell’incidere” utilizzando lo strumento della scrittura [quindi, c’è da riflettere in proposito]. Il perdurare del successo del romanzo I tre moschettieri dipende da una serie di elementi: da una trama [immaginaria e improbabile] avvincente, ben “intagliata” e ben “incisa”, ricca di colpi di scena; poi dai caratteri dei personaggi, ben “intagliati” e ben “incisi” anch’essi, tanto da essere inconfondibili; poi da un’ambientazione storica tracciata in modo semplice, senza troppe ambizioni di esattezza ma capace di restituire con efficacia lo spirito di un’epoca. Ma, soprattutto, la qualità per eccellenza di questo romanzo sta nel modo in cui è scritto, sta nella forma della scrittura, caratterizzata da un ritmo particolare: un ritmo narrativo veloce, rapido, svelto, fulmineo, senza mai una pausa o un momento di flessione [qualche maligno ha detto che il ritmo veloce di Dumas dipende dal fatto che scrive in fretta per guadagnare di più e per poter spendere: questo è vero, ma non del tutto, non ci s’improvvisa grandi narratori, grandi tessitori di trame], un ritmo senza flessione ma non avulso dalla riflessione.

     Difatti [e questo sarebbe risultato gradito a Vivant Denon], l’incipit de I tre moschettieri, nel primo capitolo intitolato I tre regali del signor D’Artagnan padre, è esemplare in funzione della didattica della lettura e della scrittura in quanto Dumas, in quattro righe, sforna subito due citazioni colte ma provviste di una valenza di carattere popolare, che cosa significa? Significa che il nome di certi personaggi, il titolo di certi Libri, la notizia di certi avvenimenti storici sono diventati dei modi di dire comuni, sono diventati una forma, ma, sostiene Dumas, una forma vuota, priva di contenuto, per cui le lettrici e i lettori della prima metà dell’800, alle prese con le quattro righe iniziali de I tre moschettieri, afferravano le due citazioni colte perché ne coglievano la forma, carpivano la valenza popolare del modo di dire, ma per capirne il contenuto avevano bisogno delle note a piè di pagina; noi, lettrici e lettori del terzo millennio,] abbiamo bisogno delle note per conoscere e per capire tanto la forma quanto il contenuto delle due citazioni che Dumas utilizza nell’incipit del suo romanzo. Lui ha utilizzato centinaia di citazioni colte nelle sue opere per invitare chi legge a esercitarsi nell’azione di “decodificare” necessaria per “conoscere, per capire e per applicarsi”.

     Il testo del romanzo I tre moschettieri è preceduto da una Prefazione di due pagine in cui l’autore scrive di essersi ispirato a un’opera intitolata Memorie del signor d’Artagnan, stampata ad Amsterdam nel 1704, che lui ha scoperto e letto nella Biblioteca Reale durante alcune ricerche storiche su Luigi XIV. In questa Prefazione Dumas afferma che, nonostante i loro nomi strani [in os e in is] gli eroi della storia che racconta non hanno nulla di mitologico e ribadisce il concetto che, quando si legge, se non s’impara il significato di nuove parole-chiave e di nuove idee-cardine, ci si potrà anche divertire ma non si potrà investire né in intelligenza né in creatività.

     Per capire l’affermazione di Dumas, prima di rileggerne il testo, riflettiamo [così avrebbe fatto Vivant Denon] sulle citazioni contenute nelle prime quattro righe dell’incipit de I tre moschettieri.

     La prima citazione è letteraria e riguarda lo scrittore Jean Clopinel detto Jean de Meung che, tra il 1275 e il 1280, ha scritto la seconda parte del poema Le Roman de la Rose [la prima parte l’ha scritta Guillaume de Lorris quarant’anni prima] e un vasto pubblico francese dell’800 sa di che cosa si parla anche se in pochissimi hanno letto quest’opera [conoscono la forma ma non il contenuto]. Il poema Il Romanzo della Rosa, formato da ventiduemila versi in rima baciata in antica lingua d’oil, è stato pubblicato in italiano tradotto in prosa in Universale Economica Feltrinelli Classici, in modo che la lettrice e il lettore possano accedere più facilmente al testo di questa storia erotica, realistica ed esoterica: una sintesi della cultura classica e medioevale (da Ovidio all’Amor cortese) che Chauser ha tradotto in inglese e Dante ha voluto riassumere in volgare e che Vivant Denon ha letto con gran divertimento e avrebbe apprezzato la citazione - colta e popolare - di Dumas.

REPERTORIO E TRAMA … per dieci minuti al giorno di lettura e di scrittura:

Il Romanzo della Rosa, che inizia con un sogno mistico e termina con scene di sapore erotico, lo potete richiedere in biblioteca per leggerne qualche pagina, incuriositevi, perché lo si cita spesso...

     La seconda citazione è storica e riguarda i fatti de La Rochelle; anche questo è un avvenimento molto conosciuto in Francia come modo di dire: “fare una Rochelle” significa “compiere un’azione violenta”: infatti nella città di La Rochelle sull’Atlantico, a 477 chilometri a sud ovest di Parigi, nel 1544 il movimento calvinista degli Ugonotti ha avuto il sopravvento sui cattolici e lì è stata instaurata una Repubblica quasi  indipendente che ha capitolato solo nel 1628 per l’intervento delle forze del cardinale Richelieu.

REPERTORIO E TRAMA … per dieci minuti al giorno di lettura e di scrittura:

Con una guida della Francia e navigando in rete andate a fare una visita nella regione della Nuova Aquitania alla città di La Rochelle [di circa 77 mila abitanti] per vedere, in particolare, le immagini delle sue possenti fortificazioni, celebri quelle dell’ingresso del porto vecchio...

Una cosa tira l’altra in funzione della didattica della lettura e della scrittura]: a La Rochelle sono ambientati alcuni romanzi di George Simenon [1903-1989], per esempio, Il testamento Donadieu”, pubblicato nel 1937 che l’autore considera il suo primo vero romanzo; richiedetelo in biblioteca, incuriositevi...

     Il modo di dire “fare una Rochelle” era universalmente utilizzato in Francia anche se pochissime persone nell’800 avevano una chiara conoscenza delle guerre di religione che nel ‘500 e nel ‘600 hanno insanguinato l’Europa e, quindi, Dumas, mentre racconta, interpella la lettrice e il lettore e inizia il suo romanzo popolare d’avventura e d’evasione con due riferimenti, uno letterario e uno storico, che presuppongono la conoscenza e il possesso delle rispettive chiavi di lettura, e chi legge deve consultare le note a piè pagina mettendo in moto le azioni cognitive necessarie per riflettere e per far ricerca. In Dumas [e Vivant Denon avrebbe approvato] non si manifesta solo l’urgenza di vendere scrittura ma anche un’esigenza di carattere didattico: bisogna scrivere, afferma Dumas, per far divertire la lettrice e il lettore ma anche per richiamare alla luce della coscienza di chi legge la Letteratura e la Storia, due discipline che forniscono chiavi di lettura utili alla costruzione e all’interpretazione del testo.

REPERTORIO E TRAMA … per dieci minuti al giorno di lettura e di scrittura:

Leggete [o rileggete] il testo de I tre moschettieri, magari nella traduzione di Marisa  Zini, tenendo conto delle riflessioni che abbiamo fatto procedendo, in compagnia di Vivant Denon, sul sentiero che attraversa il territorio del Romanticismo galante...

     E ora leggiamo l’incipit de I tre moschettieri [le note le abbiamo messe tra parentesi per comodità]: poche righe che devono riportarci alla biografia di Vivant Denon. 

Alexandre Dumas, I tre moschettieri

Il primo lunedì del mese d’aprile 1625, la borgata di Meung, ove nacque l’autore del Roman de la Rose [Jean Clopinel, detto Jean de Meung, che tra il 1275-80, scrisse la seconda parte del poema Le Roman de la Rose] appariva in piena rivoluzione, come se gli ugonotti fossero venuti a farne una seconda Rochelle [Nella città di La Rochelle a 477 chilometri a sud ovest di Parigi, sull'Atlantico il movimento calvinista degli ugonotti ebbe il sopravvento sui cattolici nel 1544, e fu instaurata una repubblica quasi indipendente, che capitolò solo nel 1628 per l'intervento delle forze del cardinale Richelieu]. Parecchi abitanti del borgo, vedendo le donne fuggire dalla parte della Grande Rue e udendo i bambini strillare sulla soglia delle porte, si affrettavano a indossare la corazza e…

     Vivant Denon, come D’Artagnan, parte dalla Borgogna alla volta di Parigi.

     Quando Vivant Denon parte dalla Borgogna per andare a Parigi a studiare giurisprudenza non ha il ronzino che lo porta, come D’Artagnan, ma ha un abate [la Borgogna è terra di grandi abbazie, pensate a Cluny] che [per volere dei suoi genitori] che lo accompagna: è il maestro che lo ha istruito fin da piccolo e che lo deve assistere nella sua permanenza nella grande città. Parigi fa una certa impressione al giovane Vivant Denon che viene dal tranquillo ambiente della campagna borgognona, e a Parigi non perde tempo nonostante tutti i divertimenti che la città offre, e, oltre alla facoltà di giurisprudenza, frequenta anche, e con molto maggior impegno, l’Accademia delle Belle Arti dove si dedica al disegno mostrando un discreto talento, e nell’anno accademico 1768-1769 all’incisione sotto la guida del maestro François Boucher [un personaggio che incontreremo prossimamente].

     La Parigi di questi anni [il decennio dal 1760 al 1770] si presenta come un luogo dove si gusta appieno, per chi se lo può permettere, quella che è stata chiamata “la dolcezza del vivere” [nel viaggio di tre anni fa siamo state e stati informati su questo tema dall’abate Louis-Antoine Caraccioli che ci ha spiegato il concetto di “strabismo del Lumi”]. Parigi in questi anni è la città europea più elegante e più corrotta, più lussuosa, più brillante e più inquieta, ed è anche la capitale intellettuale e artistica dell’Europa: è una città dove le donne [le donne colte: adulate, coccolate, disprezzate] hanno un ruolo [tra l’altro c’è una donna al vertice del potere] e il giovane Vivant Denon si accorge di piacere a queste donne e la prima conseguenza è che l’abate precettore se ne torna in Borgogna consapevole del fatto che il suo allievo deve vivere la sua vita. Il ventenne Vivant Denon comincia a frequentare il mondo del teatro, e le attrici con le quali entra in contatto gli danno due soprannomi: “il giovanotto color di rosa”  [è un rimando a Il Romanzo delle Rosa?] e “il giovane fauno” [lui disegna fauni].

     Il mondo del teatro lo ispira e lo affascinano anche le Opere di Rousseau: scrive una tragedia, intitolata Julie che è la riduzione teatrale del romanzo La Nuova Eloisa di Rousseau, e ci vuole un bel coraggio a riscrivere un’opera che come sappiamo sta avendo un successo straordinario; questa tragedia, rappresentata nel 1768, riceve una pessima accoglienza di critica e di pubblico [è un fiasco colossale] e rimane l’unico tentativo drammaturgico di Vivant Denon che, deluso, scrive nel suo diario: «Non ho e non avrò mai né talento né genio.».

     Ma il giovane provinciale, un po’ sprovveduto, è intelligente e sa che bisogna fare tesoro anche delle sconfitte e capisce che in questo momento la via del successo passa attraverso la corte: tutti gli occhi della Nazione e degli Stati d’Europa sono puntati su questa istituzione, su questo ambiente, e come Vivant Denon si sia procurato l’accesso a corte esattamente non lo sappiamo, forse, grazie a certe raccomandazioni di uno zio. Si racconta che durante un’udienza a corte il re Luigi XV ha chiesto [in modo anche un po’ ironico perché sapeva di essere attorniato da persone che non sapevano far nulla, lui compreso] se qualcuno dei presenti si occupasse di numismatica e di incisione; ebbene, il giovane Vivant Denon, che in materia ha acquisito delle competenze all’Accademia delle Belle Arti, si fa avanti e riceve l’incarico di ordinare la Collezione di medaglie lasciate alla corte da Madame de Pompadour, medaglie che Madame de Pompadour aveva inciso personalmente per esercizio sotto la guida del maestro François Boucher, lo stesso maestro di Vivant Denon: Madame de Pompadour [alla quale Vivant Denon sarebbe certamente piaciuto] è stata la prima donna importante dalla quale lui riceve aiuto sebbene indirettamente perché lei era morta da quattro anni. Il giovane Vivant Denon s’innamora virtualmente di questa complessa figura e vuole sapere tutto di lei: Jeanne-Antoinette Poisson marchesa di Pompadour [1721-1764] ha rappresentato l’alta borghesia parigina, una classe sociale che comincia a contare molto.

     Madame de Pompadour, bella e colta, diventa nel 1745 l’amante e la consigliera di Luigi XV anche se in politica internazionale non è stata una buona consigliera in quanto ha sostenuto la partecipazione della Francia alla guerra dei sette anni al fianco dell’Austria contro la Prussia: Madame de Pompadour ha condizionato le scelte del re, del governo, dello stato maggiore e per la Francia è stato un disastro politico e militare. Invece il suo impegno a livello europeo in campo intellettuale è da considerarsi molto positivamente perché ha capito che la Storia del Pensiero Umano era in evoluzione e, quindi, ha sostenuto e ha incoraggiato tutti gli intellettuali anche quelli che la corte non poteva sopportare come Montesquieu, Rousseau, Diderot, D’Alembert, Voltaire, e quando l’Encyclopedie è stata messa all’Indice ne ha sostenuto la pubblicazione finanziando clandestinamente questa impresa.

     Madame de Pompadour è morta a 43 anni nel 1764 e, oltre alla Collezione di medaglie incise da lei stessa [non sono dei capolavori ma sono un esempio della buona volontà di imparare], ha lasciato anche un gran numero di Carte, di Lettere, di Libri, di Oggetti che Vivant Denon per ordine del re, con grande impegno e in modo puntiglioso, ha messo in ordine, catalogandoli per l’archivio reale e tuttora sono in mostra; questo incarico, che diventa per lui una vera e propria importante esperienza di formazione intellettuale, lo ha portato a entrare nella cerchia degli intimi del re.

     Vivant Denon, attraverso la catalogazione delle Lettere inviate a Madame de Pompadour, scopre le idee dei grandi pensatori dell’Illuminismo che nell’ambiente provinciale dove è cresciuto avevano avuto poco risalto, e nella biblioteca personale di Madame trova i testi delle Opere di Montesquieu, di Rousseau, di Diderot, di D’Alembert, di Voltaire e li legge con grande interesse e attenzione. Oltre alle Opere di Rousseau sono gli Scritti di Voltaire a farlo riflettere sulla complessità dell’esistenza.

     Luigi XV è un vecchio libertino che ama molto la conversazione e inizia subito ad apprezzare i racconti di questo giovane “borgognone autentico” che è un brillante conversatore, e poi il re stima particolarmente una dote che riscontra in questa persona, una dote che deriva probabilmente dalla prima formazione che Vivant Denon ha ricevuto nell’ambiente benedettino della Borgogna: la discrezione, l’assoluta discrezione. Dobbiamo capire che Vivant Denon ha ricevuto e svolge un incarico molto particolare: sta riordinando il lascito personale di Madame de Pompadour e questo significa ficcare il naso nell’intimità della donna che è stata, fino a quattro anni prima, la più potente di Francia, che ha rappresentato un’epoca nella Storia della corte francese [si parla di “epoca della Pompadour”] e, quindi, sta indagando sulla persona più amata, più odiata, più chiacchierata di Francia e d’Europa, della cui vita si sarebbero voluti conoscere particolari, retroscena, intrighi, macchinazioni, trame: ebbene, tutta la corte aspetta rivelazioni piccanti e nuovi pettegolezzi da parte di questo giovanotto di provincia che sta investigando da vicino sulla Pompadour.

     La corte francese [come tutte le corti] vive di pettegolezzi, e il latore di pettegolezzi, di chiacchiere, di maldicenze, di voci, di indiscrezioni, di calunnie, di dicerie, di diffamazioni diventa potente. Ma Vivant Denon relaziona via via solo al re il quale si diverte molto a burlarsi [era un burlone Luigi XV] della delusione delle cortigiane e dei cortigiani e, mentendo ad arte, fa capire all’entourage della corte di essere a conoscenza di cose straordinarie e certamente scandalose. In realtà dallo studio delle Carte di Madame de Pompadour fatto da Vivant Denon emerge la figura di una donna colta, impegnata personalmente sul piano intellettuale e conscia del fatto che la potenza di una nazione sta nella sua cultura. Questa idea influenza il pensiero di Vivant Denon il quale, nella sua maturità, scrive: «È un’impresa più gloriosa, per una nazione, l’apertura di un museo che la vittoria in mille battaglie, la fondazione di una Scuola che il possesso di mille colonie.».

REPERTORIO E TRAMA … per dieci minuti al giorno di lettura e di scrittura:

La figura di Jeanne-Antoinette Poisson marchesa di Pompadour merita una piccola ricerca da fare tanto con l’enciclopedia [un’opera che dobbiamo anche a lei] quanto navigando in rete dove molti siti corredati di immagini sono dedicati a questa figura; poi per una visita al Castello di Pompadour [ricostruito nel XV secolo sopra i resti di un’antica fortezza feudale e regalato nel 1745 da Luigi XV alla contessa di Pompadour] potete fare un’escursione nel comune di Arnac-Pompadour nel dipartimento della Corrèze a sud del Massiccio Centrale utilizzando una guida della Francia e navigando in rete, incuriositevi...

     Luigi XV apprezza di Vivant Denon il comportamento discreto, serio, professionale, e lo nomina Gentilhomme de la Chambre du Roi: un titolo molto ambito.

     Vivant Denon, con il favore di Luigi XV, inizia la sua carriera diplomatica dimostrando di avere delle doti in questo campo fin dalla sua prima missione a Pietroburgo alla corte di Caterina II imperatrice di tutte le Russie. Questa missione è avvolta nel mistero, infatti, non si è mai saputo esattamente perché Vivant Denon abbia lasciato precipitosamente Pietroburgo, sembra che su mandato del re di Francia abbia organizzato la fuga di un’attrice sospettata di spionaggio, la quale aveva raccolto documenti compromettenti su una flotta che i Russi stavano armando nel Mar Nero.

     Prima di rientrare a Parigi Vivant Denon si reca al castello di Ferney, presso Ginevra, dove da anni [come sappiamo] si è ritirato Voltaire. Vivant Denon vuole incontrare il filosofo di cui ha letto e apprezzato le Opere, viene accolto e riceve anche il permesso di ritrarre Voltaire: Vivant Denon esegue una serie di schizzi, divenuti famosi, che mostrano il grande pensatore in modo realistico, così com’era: vecchio, gobbo, brutto, senza denti; ciò suscita l’indignazione dei discepoli di Voltaire, e di Voltaire stesso: Vivant Denon non capisce questa reazione, non sapeva che il filosofo era piuttosto vanitoso.

     L’opera di Voltaire che ha colpito maggiormente Vivant Denon è il romanzo filosofico, che sta tra l’apologo, la parabola, la fiaba, il racconto d’avventura e la satira, intitolato Candido o dell’Ottimismo del 1759 [che abbiamo studiato recentemente] il cui protagonista va alla scoperta del mondo con grande fiducia accompagnato dal suo precettore, il filosofo Pangloss, che sostiene le teorie degli Ottimisti: Voltaire prende in giro le correnti di pensiero orientate a sostenere che il mondo in cui viviamo è “il migliore dei mondi possibili”. Candido come sapete viene cacciato a causa del suo amore per la bella Cunegonda dal castello in cui è stato allevato e va incontro a una serie ininterrotta di terribili traversie che gli dimostrano come in pratica tutto nel mondo vada di traverso: carcerato, naufrago, terremotato, profugo e altro ancora, trova l’Eldorado ma perde tutto per giungere, infine, alla conclusione che la vita è sopportabile solo “coltivando il proprio orto”, curando la propria formazione intellettuale. Vivant Denon scopre che Voltaire nel testo di Candido fa il verso a tutta una serie di tipi anacronistici ma ben presenti da sempre nella società europea, e la figura che colpisce maggiormente Vivant Denon è quella del signor Pococurante, descritta nel capitolo venticinquesimo di Candido.

     Candido, arrivato a Venezia accompagnato dal filosofo pessimista Martino si reca a trovare il senatore Pococurante il quale viene decantato come l’uomo più felice del mondo perché è ricco e senza preoccupazioni, ma in realtà costui si rivela profondamente annoiato di tutti i suoi beni e dotato solamente di uno spirito di contraddizione e di una presunta saccenteria che gli impedisce di gustare le gioie dell’arte e della vita: il signor Pococurante possiede molti beni ma non sa “coltivare il proprio orto” [non è capace a investire in intelligenza] e per Vivant Denon è un ammonimento che influisce positivamente sulla sua formazione.

REPERTORIO E TRAMA … per dieci minuti al giorno di lettura e di scrittura:

Se in biblioteca richiedete Candido o dell’Ottimismo di Voltaire, volume che probabilmente sarà già nella vostra biblioteca domestica, potete leggere [o rileggere] il capitolo venticinquesimo, sono quattro pagine… incuriositevi. Tra l’altro Vivant Denon si accorge che Voltaire ha confuso una citazione di Seneca attribuendola a Platone, oggi questa osservazione si trova in nota…

     Leggiamo un frammento di questo capitolo.

Voltaire, Candido o dell’Ottimismo

Si misero a tavola, e dopo un pranzo eccellente, andarono nella biblioteca. Candido, vedendo un Libro con le opere di Omero rilegato magnificamente, lodò l’illustrissimo [senatore Pococurante] per il suo buon gusto. “Ecco” disse “un Libro che deliziava il grande filosofo Pangloss”. “Non delizia me” replicò freddamente Pococurante: “mi si fece credere una volta che si provava piacere leggendolo; ma quella ripetizione continua di battaglie che si rassomigliano tutte, quegli dèi che agiscono sempre senza concludere nulla di decisivo, quell’Elena che è la causa della guerra e che è appena un’attrice del dramma, quella Troia che assediano e non prendono, tutto questo mi causava una noia mortale. Ho domandato talvolta ai dotti se si annoiavano come me in quella lettura, mi hanno confessato che il Libro cadeva loro dalle mani, ma che bisognava egualmente averlo in biblioteca come un monumento dell’antichità, come le monete rugginose fuori corso”. “Vostra Eccellenza non pensa lo stesso di Virgilio?” chiese Candido. “Ammetto” rispose Pococurante “che il secondo, il quarto e il sesto libro della sua Eneide sono eccellenti, ma quanto al suo pio Enea, al forte Cloanto, all’amico Acate, al piccolo Ascanio, all’imbecille re Latino, alla borghese Amata, all’insipida Lavinia, non credo che esista nulla di così freddo e sgradevole. Preferisco la lagna del Tasso e le fandonie dell’Ariosto”. “Potrei chiedervi” disse Candido “se provate piacere leggendo Orazio?”. “Esso contiene massime” rispose Pococurante “dalle quali un uomo di mondo può trarre profitto e che, essendo racchiuse in versi energici, s’imprimono più facilmente nella memoria, ma m’interessa ben poco il suo viaggio a Brindisi, e la sua descrizione di un cattivo pranzo e della lite fra facchini … Ho letto col massimo disgusto i suoi versi grossolani contro le vecchie e le streghe e non vedo che merito sia … Gli sciocchi ammirano tutto, io non leggo che per me e non amo che quello che fa al caso mio”. Candido, che era stato educato a non giudicare mai di nulla con la sua testa, era molto meravigliato di ciò che sentiva. “Ah, ecco un Cicerone” disse Candido “penso che non vi stancherete mai di leggerlo”. “Non lo leggo mai” rispose il Veneziano. “Che m’importa che abbia difeso Rabirius o Cluentius? Ho abbastanza dei processi che giudico. Mi avrebbero interessato di più le sue opere filosofiche, ma quando ho visto che egli dubitava di tutto, ho concluso che ne sapevo quanto lui e che non avevo bisogno di nessuno per essere ignorante”. “Ah, ecco ottanta volumi di raccolte di un’Accademia delle scienze!” esclamò Martino. “Può darsi che lì vi sia del buono”. “Ce ne sarebbe” disse Pococurante “se almeno uno degli autori di tutta quella roba avesse inventato soltanto l’arte di fare gli spilli; ma non vi sono, in tutti quei Libri, che vani sistemi e non una cosa utile”. … “Oh, che uomo superiore!” diceva Candido tra i denti “che gran genio questo Pococurante, niente può piacergli!”. “Ma capite” disse Martino “che è disgustato di tutto ciò che possiede. Vale a dire che prova piacere a non aver piacere?” …

     Il signor Pococurante non sa apprezzare i beni che possiede e non sa “coltivare il proprio orto” e Vivant Denon capisce che deve imparare a investire in intelligenza utilizzando al meglio i beni pubblici che, pensa, devono essere messi a disposizione di tutte le cittadine e i cittadini.

     Nel 1778 Vivant Denon arriva a Napoli come consigliere dell’ambasciatore di Francia, il conte Clermont d’Amboise, e vi risiede fino al 1785 sotto la copertura di “uomo d’affari”.  La città di Napoli e i suoi abitanti lo affascinano, per contro i sovrani che vi regnano, Ferdinando e Carolina, lo ripugnano. In una Lettera della corrispondenza diplomatica tra l’altro scrive: «Napoli è il luogo ideale per le avventure galanti, e le dame, a cominciare dalla regina, si abbandonano a un libertinaggio sfrenato.». La regina, Maria Carolina d’Asburgo, è come sapete la sorella di Maria Antonietta e «a Napoli [scrive Vivant Denon in un’altra Lettera di corrispondenza diplomatica] ci si esprime cantando, e i lazzaroni, nelle strade di Napoli, beffardi, cantano spesso in onore della regina, e che onore! Un verso di una strofa di una canzone dice: “Na zoccola a ù guverno fa burdello e’ sta città, ohi ne’ ohi na’!” che, tradotto nello stile raffinato dei diplomatici, chiarisce ironico Vivant Denon, significa: “Quando una donna di malaffare detiene il potere, quando sta al governo, ha la possibilità di trasformare in un bordello una città, ohi ne’ ohi na’!”». Il diplomatico Vivant Denon, usando tutta la discrezione di cui è dotato, nella sua corrispondenza diplomatica con Parigi riferisce gli intrighi di letto e di palazzo della regina e dei suoi favoriti. Ma la sorella di Maria Antonietta è vendicativa, ha spie dappertutto e non sopporta che la si osservi, e tanto meno che la si giudichi, e così rende la vita difficile al giovane diplomatico che ha, secondo lei, anche il torto di non subire il fascino della regina; tuttavia quando il nuovo ambasciatore, Monsieur de Talleyrand, dà il cambio al conte Clermont d’Amboise anche Vivant Denon può, incolume, tornare in Francia con un bagaglio di conoscenze considerevole in quanto, essendo appassionato d’Arte, nel sud d’Italia ha saputo impiegare bene il tempo libero dall’attività diplomatica: ha scoperto i tesori della Magna Grecia e dell’Arte antica greca e romana, si è entusiasmato per le bellezze [naturali e antropiche] della Campania, della Calabria e soprattutto della Sicilia; come già sappiamo attraverso queste regioni ha viaggiato prima ancora di Goethe che compie il suo viaggio in Italia successivamente, dal settembre 1786 al maggio 1788 [noi, come ricorderete, lo abbiamo accompagnato].

     Vivant Denon ha raccolto molti reperti archeologici abbandonati sul territorio senza essere considerati oggetti di valore, ha assistito a un’eruzione del Vesuvio, e ha scritto un’opera, sotto forma di diario [che abbiamo studiato] intitolata Viaggio in Sicilia pubblicata nel 1788; soprattutto si è dedicato alle sue attività preferite: il disegno e l’incisione. Scrivendo, disegnando e incidendo  Vivant Denon ha registrato le facce, i luoghi, i paesaggi, le rovine, i siti archeologici del Sud d’Italia. È stato soprattutto un grande incisore, e le sue opere - conservate a “la Réserve della Bibliothèque Nationale” di Parigi - sono state raccolte nel 1873 [per poterle ammirare direttamente è necessario fare richiesta] da uno studioso di nome Albert de La Fizelière [1819-1878, un personaggio che merita di essere conosciuto utilizzando l’Enciclopedia e navigando in rete, incuriositevi ...].

REPERTORIO E TRAMA … per dieci minuti al giorno di lettura e di scrittura:

La riproduzione fotografica di un certo numero di incisioni di Vivant Denon è stata collocata sui numerosi siti della rete a lui dedicati, incuriositevi... 

     Delle incisioni di Vivant Denon si può apprezzare la precisione e la delicatezza del tratto e si può gustare in modo particolare la raccolta delle cosiddette Incisioni Priapèe [e il termine “priapèo” è di nostra competenza]. Le Incisioni Priapèe sono un gruppo di 27 tavole di soggetto “galante”, in parte ispirate alla pittura di Pompei e in parte agli Epigrammi di Marziale [opera che - come sapete - Vivant Denon ha scoperto nella biblioteca di quel convento siciliano nel quale siamo state e stati ospiti con lui a novembre].

     La parola-chiave “incisione” è il termine che questa sera emerge e diventa motivo di riflessione. L’arte di incidere, che prende campo sul territorio del Romanticismo, ha molteplici aspetti e diversi significati: “incidere” significa “lasciare un’impronta, un segno, una traccia, un’orma, un tratto utile e tecnicamente adatto a creare una riproduzione”. L’incisione in età romantica rappresenta quello che esprimeva lo stampo nella cultura greca, e “incidere [inchiostrando la matrice] per riprodurre [molte copie simili]” diventa un’idea produttiva che ha avuto un futuro straordinario.

REPERTORIO E TRAMA … per dieci minuti al giorno di lettura e di scrittura:

Che cosa vi suggeriscono le parole “incisione, intaglio, intarsio”: avete mai inciso, intagliato, intarsiato utilizzando strumenti idonei?... 

Scrivete quattro righe in proposito…

     E ora prima commentiamo e poi leggiamo poche righe [agro-dolci] tratte da Viaggio in Sicilia di Vivant Denon.

     Vivant Denon ha il merito di aver descritto nella sua opera intitolata Viaggio in Sicilia [che andrebbe ben tradotta e ripubblicata in modo da renderla fruibile alle lettrici e ai lettori di buona volontà] la sua visita a Ispica, e questa descrizione è la prima che sia stata fatta di questo straordinario sito proto-storico abitato dall’età del bronzo di cui Vivant Denon capisce l’importanza per la conoscenza dell’antropologia culturale. Ispica è una cittadina in provincia di Ragusa sui monti Iblei meridionali, e Vivant Denon ha viaggiato all’interno di quello che oggi è il “Parco archeologico della Forza”.

     La lettura del testo di Viaggio in Sicilia risulta interessante perché è un esempio molto significativo di Letteratura autobiografica composta non per uso personale. Nel “diario di viaggio” di Vivant Denon l’aspetto descrittivo del testo è molto curato, quasi disegnato nei particolari, con in più interessanti considerazioni di carattere antropologico; prende forma uno stile, quello della moderna relazione di viaggio, del moderno reportage: un elaborato scritto per rendere un servizio, termine che, nella contemporaneità, definisce un genere di scrittura: il servizio di informare, di mettere al corrente, di far partecipare a distanza e anche di denunciare situazioni ambigue.

     E, inoltre, questa relazione scritta si accompagna al disegno e alla rappresentazione pittorica dei luoghi, dei volti, della natura: nell’ultimo decennio del ‘700 in età romantica sta nascendo il giornalismo moderno.

REPERTORIO E TRAMA … per dieci minuti al giorno di lettura e di scrittura:

Su una guida della Sicilia e navigando in rete potete informarvi in modo esauriente su Ispica e sul Parco archeologico della Forza, incuriositevi e buon viaggio...

Vivant Denon, Viaggio in Sicilia

Tutti mi parlavano delle cave di Ispica e nessuno mi diceva mai di averle viste. Benché sovente ingannato in materia di grotte, non so quale ispirazione venne a tormentare la mia curiosità. Il timore di aver poi dei rimorsi mi fece alla svelta partire un mattino con i miei compagni. Attraversammo la piana di Siracusa che produce attualmente grandi quantità di vino e che è piantata a olivi antichi quanto l’antica città. In seguito trovammo una campagna pietrosa fino in prossimità del fiume Cassibile, che scorre in una piccola valle e la rende fertile. A poca distanza dal mare, su di una piccola altura, c’è una vecchia masseria, dove alcuni anni fa, si scoprirono le rovine di una casa di campagna, si scavò e furono ritrovati una figura intera di marmo e un bel busto che il conte Gaetani mandò al re di Napoli. Negli scavi si trovò anche una stanza termale, rivestita di marmo; poi, improvvisamente, come se si fosse addirittura temuto di trovare altro, si ricoprì rapidamente il tutto in modo da non distinguere più nulla di questi scavi che avrebbero potuto essere molto interessanti e far conoscere il gusto dei Greci nella distribuzione delle loro case di campagna e la loro magnificenza in questo campo [ma - allude Vivant Denon - il conte Gaetani vuole si sfrutti la terra per seminare grano, le rovine non danno reddito!]. Tre miglia più lontano, scorgemmo sulle rive del mare dei campi grandi e di un verde tenero e fresco; erano le piantagioni di zucchero del Principe di Monte Leone, il solo che pratichi, per proprio gusto e piacere, questa coltura in Sicilia, dove era nota e praticata dalla più remota antichità e fino al tempo in cui il suolo americano, così adatto a questa pianta, ne fece abbandonare la coltura in tutte le altre parti dell’universo. La pianta raggiunge l’altezza di solo sette piedi. Cresce a ciuffi separati, somiglia al giunco per la foglia e alla canna per il germoglio. I nodi si allontanano gli uni dagli altri man mano che il germoglio si allontana dalla terra. Ogni cespo deve essere continuamente bagnato come il riso in modo che si rinforzi e produca nuovi polloni. Comincia a crescere nel mese di febbraio e non si raccoglie che nel mese di dicembre ed è poco prima di Natale che si taglia la canna a quattro pollici da terra. Per riprodurre la pianta, si staccano dal ciuffo i giovani germogli che si trapiantano senza radici, come un pezzo di legno che si affondasse nel terreno. Benché le canne non fossero giunte a maturazione perfetta, ne masticammo alcune con piacere. La parte superiore ha un gusto acido che risponde ben poco alla natura della pianta: la si taglia e la si dà agli animali che l’amano molto. Nel fusto della pianta è contenuto, in una sostanza morbida, un liquido mielato e glutinoso, di un gusto gradevole, da cui si ottiene lo zucchero con la macinazione, la cottura e la depurazione. Cenammo e ripartimmo per Noto, che si trova a solo sei miglia da Avola su di un territorio ricco e ricoperto di alberi. L’antica Noto [completamente distrutta dal terremoto del 1693], capitale della zona che porta questo nome, era costruita a sei miglia dalla nuova, sulla cima di un’arida montagna, ciò che rendeva l’arrivarci penoso e la posizione sgradevole. Fu distrutta da capo a piedi dal medesimo terremoto che rase al suolo Catania, Lentini e Avola; gli abitanti, come quelli di Avola, spostarono di colpo le loro dimore dove si trovano adesso. La città fu tracciata su di una piattaforma e, come se ci dovesse alloggiare un popolo di preti e di monache, sembra che si sia fatto il progetto di costruire solo chiese e conventi: da tanti, talmente grandi e talmente numerosi, che se ne possono vedere. Raccomandati dal vescovo di Siracusa, fummo accolti dal suo gran vicario Don Pascale Zapalà che ci dette tutti i ragguagli possibili su Ispica per cui crebbe il desiderio di visitarla. …

     Quando nel 1785 Vivant Denon torna a Parigi ha 38 anni ed è una persona agiata [avendo ereditato il sostanzioso patrimonio paterno], è protetto dal famoso pittore Jacques-Louis David che lo fa entrare all’Accademia di Pittura, e viene ricevuto in tutti i salotti: ma nel 1788 capisce che in Francia non tira una buona aria e allora vende la sua collezione di vasi etruschi, affida al cognato l’amministrazione delle sue terre in Borgogna e riparte per l’Italia. In Italia soggiorna in molte città, anche a Firenze, ma risiede soprattutto a Venezia attratto dal fascino decadente della città lagunare e anche dal fascino molto intrigante di una signora capace di condurre [anche noi] sul sentiero della sapienza poetica e filosofica del suo tempo, questa signora si chiama Isabella ed è considerata una [se non la prima] delle più belle donne dell’epoca. Che rapporto s’instaura tra Vivant Denon e questa signora?

     Per rispondere a questa e molte altre domande bisogna procedere con lo spirito utopico che lo studio porta con sé consapevoli del fatto che non dobbiamo mai perdere la volontà d’imparare, per questo la Scuola è qui, lo studio è cura e il viaggio continua…

 

 

 

 

Lezione del: 
Venerdì, Gennaio 30, 2026