ASSOCIAZIONE ARTICOLO 34 - «LA SCUOLA È APERTA A TUTTI»
PERCORSO DEL PENSIERO UMANO IN FUNZIONE
DELLA DIDATTICA E DELLA SCRITTURA
Prof. Giuseppe Nibbi
In viaggio sul territorio del Romanticismo galante
14-15-16 gennaio 2026
SUL TERRITORIO DEL ROMANTICISMO GALANTE
SI DIBATTE SUL TEMA DEL RAPPORTO
TRA IL NATURALE E L’ARTIFICIALE…
Ben tornate e ben tornati a Scuola: buon anno di studio a tutte e a tutti voi che rendete possibile, attraverso l’Associazione “Articolo 34”, la presenza della Scuola pubblica degli Adulti su questo territorio.
Inizia, con il sesto itinerario, la seconda parte di questo viaggio che comprende tutta la stagione invernale fino alla prossima primavera, e quindi riprendiamo il nostro cammino sul territorio del Romanticismo galante che abbiamo percorso finora, come certamente ricorderete, in compagnia di Vivant Denon [che continueremo a incontrare come autorevole esponente del movimento del Romanticismo galante], in compagnia di Élisabeth Vigée Le Brun [che abbiamo incontrato come autorevole esponente della corrente naturalista del Romanticismo galante] e di Giacomo Casanova.
Giacomo Casanova, che come sapete abbiamo incontrato come autorevole esponente della corrente dell’artificio del Romanticismo galante, ha un posto nella Storia della Letteratura avendo scritto e fatto pubblicare i testi di una decina di Commedie, di molti Saggi, di una singolare e parziale traduzione dell’Iliade e persino di un romanzo di fantascienza. Ma, in quanto autore, Casanova ha avuto successo per le sue due opere principali, Storia della mia fuga dai Piombi e Storia della mia vita, che sfuggono dagli schemi della semplice memorialistica per assumere l’intensità immaginosa del romanzo di avventura in cui emerge, sullo sfondo, la descrizione minuziosa della società settecentesca attraverso i costumi, i caratteri e le idee dei personaggi che cita; numerose scrittrici e scrittori si sono avvalse e avvalsi di Giacomo Casanova come personaggio per riflettere e per scrivere sul tema del rapporto tra la natura e l’artificio, un tema che il movimento del Romanticismo galante ha lasciato in eredità intellettuale alla contemporaneità.
Un primo scrittore che incontriamo per aver messo in scena Casanova ha scritto in più punti nel suo diario di aver letto le Memorie e la Fuga dai Piombi, negli anni 1914 e 1915, e di esserne rimasto fortemente impressionato per cui ha deciso di comporre un Atto unico sul tema della gelosia utilizzando come protagonista Casanova, e poi ha cominciato a scrivere una novella che poi è diventata una commedia intitolata Le sorelle ovvero Casanova a Spa pubblicata nel 1919. Ebbene, in queste due opere, attraverso il personaggio di Casanova, questo scrittore mette in evidenza il rapporto conflittuale tra l’accettazione naturale di invecchiare e la tentazione di ricorrere ad artifici per rallentare, per esorcizzare questa condizione inevitabile: lo scrittore viennese di cui stiamo parlando è Arthur Schnitzler [1862-1931], che ci ha accompagnate e accompagnati su molti percorsi.
Come ricorderete, Arthur Schnitzler è un medico, è uno psichiatra contemporaneo di Freud; ha scritto testi per il teatro e una serie di romanzi molto significativi di cui si consiglia la lettura o la rilettura: è difficile citare un testo di Schnitzler piuttosto che un altro e non resta che ricordare il titolo di alcuni dei suoi racconti più famosi: Anatol, Il cieco Gerolamo e suo fratello, La signorina Else, Doppio sogno, Fuga nelle tenebre, Il sottotenente Gustl, Beate e suo figlio, Il dottor Gräsler medico termale, Novella dell’avventuriero, e “leggere Schnitzler” è un’avventura intellettuale molto appassionante. Nel 1918 Arthur Schnitzler fa pubblicare un racconto intitolato Il ritorno di Casanova in cui tocca il tema della vecchiaia e il tema dell’insuccesso, e in cui soprattutto, come si è detto, vuole mettere in evidenza il rapporto conflittuale tra l’accettazione naturale dell’invecchiare e la tentazione di ricorrere ad artifici per rallentare, per esorcizzare questa condizione inevitabile, tema ereditato dal Romanticismo galante.
REPERTORIO E TRAMA … per dieci minuti al giorno di lettura e di scrittura:
L’idea dell’accettazione naturale dell’invecchiare e la tentazione di ricorrere ad artifici per rallentare questa condizione inevitabile merita una riflessione in senso positivo perché è bene prendere, per tempo, provvedimenti per attenuare gli inconvenienti dell’invecchiamento… Voi che fate?…
Scrivete quattro righe in proposito [fate un esercizio di filosofia applicata]…
Che tipo di romanzo è Il ritorno di Casanova di Arthur Schnitzler?
Arthur Schnitzler, nel breve romanzo intitolato Il ritorno di Casanova pubblicato nel 1918 presenta la figura del protagonista come una persona pedante, grigia, oppressa dal pensiero di una fine imminente, inesorabilmente diretto sul viale del tramonto. Nel testo di questo racconto Casanova diventa il simbolo di colui che si rifiuta di accettare la naturale trasformazione delle cose, e per sedurre la giovane Marcolina - il principale personaggio femminile del racconto che risulta come immunizzata nei confronti del fascino verboso e vanesio del seduttore veneziano - Casanova cerca l’artificio, cerca l’inganno. Ma la giovane Marcolina, che lui, da principio, crede una fanciulla ingenua e virtuosa, non è “una principiante” come si legge nel celebre verso del Libretto del Don Giovanni di Mozart scritto da Lorenzo da Ponte, opera eseguita in prima a Praga il 29 ottobre 1787: «Sua passion [di Don Giovanni] predominante è la giovin principiante …»; invece la giovane Marcolina, come tutte le figure femminili messe in scena da Schnitzler, non è né ingenua né principiante e sa alla perfezione come inserirsi in quel girotondo di menzogne e di inganni che Casanova crede di dirigere ad arte, mentre è lei a governare benissimo l’artificio molto meglio di quanto sappia fare il vecchio Casanova. Schnitzler [da medico, da psicoanalista] vuole trattare il tema del rapporto tra ciò che è naturale, spontaneo e ciò che è artificiale, artefatto affrontandolo come un problema che si agita nel profondo: nell’interiorità della persona. Anche questo racconto, come del resto tutti i racconti di Schnitzler, contiene pure la metafora della decadenza e della fine dell’Impero austro-ungarico e Schnitzler ironizza ferocemente sulla vita frivola e vuota, artificiale, della Vienna di fine-secolo.
Naturalmente è bene non rivelare l’andamento della trama di questo racconto per non togliere il gusto dei colpi di scena e, quindi, il piacere della lettura. Bisogna dire che in questo racconto ci sono due quadri di grande efficacia poetica da individuare e da leggere con attenzione: la scena del duello alle prime luci dell’alba e la visita al monastero di clausura. Inoltre, veri capolavori [e questo vale per tutti i racconti di Schnitzler] sono i dialoghi interiori, i monologhi introspettivi, le conversazioni nell’intimità della coscienza: uno dei più significativi monologhi della Storia della Letteratura del ‘900, dicono le studiose e gli studiosi di filologia, è proprio in questo testo, quando Casanova scopre che Marcolina non è la principiante che pensava fosse, e si rende conto di essere uno sconfitto, scopre il proprio isolamento, vede avvicinarsi irrimediabilmente il decadimento, capisce che l’artificio non può servire, e si accorge di non essere capace di accettare con naturalezza il cambiamento, la trasformazione delle cose [e questo fatto, come vedremo a suo tempo, si trasforma in concetti filosofici di stampo esistenzialista].
Se si legge la Prefazione alla Storia della mia fuga dai Piombi ci si rende conto che Casanova, come i membri della società viennese di fine-secolo, allude Schnitzler, non ama il cambiamento, non tollera la trasformazione, concepisce l’artificio come mezzo per mantenere le cose come stanno e scrive Schnitzler: «è un pesce che sa nuotare solo nella sua acqua, preferisce estinguersi piuttosto che cambiare.».
REPERTORIO E TRAMA … per dieci minuti al giorno di lettura e di scrittura:
In biblioteca potete richiedere il testo de “Il ritorno di Casanova” di Arthur Schnitzler, incuriositevi ...
Leggiamo due pagine de Il ritorno di Casanova di Arthur Schnitzler, senza svelare nulla che possa pregiudicare la lettura complessiva del racconto.
Arthur Schnitzler, Il ritorno di Casanova
Aveva vissuto la sua vita come nessun altro; e non la viveva ancora oggi a modo suo? Dappertutto c’erano ancora donne sulla sua strada, anche se non gli impazzivano più dintorno come una volta. Amalia? Poteva averla quando voleva, in quella stessa ora, nel letto del suo ebbro consorte; e la locandiera di Mantova, non era innamorata di lui come di un bel ragazzo, con tenerezza e gelosia? E l’amante butterata ma ben fatta del barone Peroni, non l’aveva implorato, inebriata dal nome Casanova che pareva sprizzarle addosso la voluttà di mille notti, di concederle una sola notte d’amore, ed egli non l’aveva disdegnata come uno che poteva ancora scegliere di suo gusto? Certo - Marcolina - quelle come Marcolina non facevano più per lui. O forse …che ella non avesse mai fatto per lui? C’erano anche donne così. Negli anni passati ne aveva forse incontrata qualcuna, ma poiché ce n’era sempre un’altra più disponibile, non vi si era trattenuto, per non sospirare invano neppure un giorno. E poiché neppure Lorenzi era riuscito a conquistare Marcolina, poiché ella aveva addirittura rifiutato la mano di quest’uomo, che era bello e sfacciato come in gioventù lo era stato lui, Casanova, poteva darsi davvero che Marcolina fosse proprio quella creatura prodigiosa della cui esistenza sulla terra egli aveva sinora dubitato: la donna virtuosa. Ma scoppiò in una risata così sonora che riecheggiò in tutta la stanza. «Incapace, cretino!», esclamò forte, come spesso faceva durante i suoi monologhi. «Non ha saputo sfruttare l’occasione. O la marchesa non lo molla. Oppure se l’è presa soltanto perché non è riuscito ad avere Marcolina, l’erudita … la filosofa?!» E all’improvviso gli venne un’idea: domani le leggerò il mio libello contro Voltaire! È l’unica creatura che possa comprenderlo. La convincerò … Mi ammirerà. Naturalmente mi dirà … «Eccellente, signor Casanova! Voi scrivete in uno stile magnifico, vecchio signore! Per Dio … Avete annientato Voltaire …vecchio geniale!» Così parlò, sibilando tra sé e sé e andando avanti e indietro per la camera come in una gabbia. Era stato colto da un immane furore, contro Marcolina, contro Voltaire, contro se stesso, contro il mondo intero. Raccolse le sue ultime forze per non mettersi a urlare. Infine si gettò sul letto, senza spogliarsi, e rimase a guardare con gli occhi spalancati le travi del soffitto, dove ogni tanto al lume di candela vedeva brillare tele di ragno. Poi, come talvolta gli capitava quando andava a dormire dopo aver giocato, gli saettarono davanti a velocità fantastica immagini di carte, e infine sprofondò davvero in un sopore senza sogni, che però durò pochissimo. Tese allora l’orecchio al misterioso silenzio intorno a lui. Le finestre della camera nella torre erano aperte verso est e verso sud; da giardino e campi penetravano soavi, dolci profumi d’ogni genere; dal paesaggio rumori indistinti, di quelli che l’incipiente aurora ama portare da lontano e da vicino. Casanova non riusciva più a rimanere coricato; lo colse un vivace desiderio di cambiamento, che lo spingeva fuori. Da fuori lo chiamava il canto degli uccelli, la fresca brezza mattutina gli accarezzava la fronte. Casanova aprì piano la porta, scese piano le scale e, con la sua consumata abilità, riuscì a non fare scricchiolare minimamente sotto i suoi passi i gradini di legno; lungo la scala di pietra giunse poi al pianterreno e dalla sala da pranzo, sulla cui tavola erano ancora i bicchieri pieni a metà, in giardino. Poiché sul ghiaino i suoi passi si sentivano, andò subito sul prato, che nel chiarore dell’aurora assumeva un’estensione irreale. Poi imboccò il viale, dalla parte in cui si sarebbe trovato sotto gli occhi la finestra di Marcolina. Era chiusa, munita di grata e di tenda come l’ultima volta che l’aveva vista. Casanova si sedette su una panchina di pietra a forse cinquanta passi dalla casa. Sentì passare una carrozza oltre il muro del giardino, poi silenzio. Sul prato aleggiava una delicata foschia grigia, quasi uno stagno torbido-trasparente dai confini incerti. Casanova ripensò ancora a quella notte di gioventù nel giardino del convento di Murano - o di un altro parco - o a un’altra notte - non sapeva più quale: forse erano cento notti che nel suo ricordo diventavano una, come talvolta cento donne che aveva amate nel ricordo diventavano una, la cui figura enigmatica si librava davanti ai suoi sensi confusi. Ma non erano tutte uguali, le notti, alla fin fine? E le donne? Soprattutto quando non c’erano più? E la parola «più» prese a martellargli le tempie, quasi fosse destinata a diventare il battito della sua esistenza perduta. Gli parve di percepire un fruscio dietro di lui, lungo il muro. O era soltanto un’eco? Sì, il rumore veniva dalla casa. La finestra di Marcolina era improvvisamente aperta, la grata era stata spostata e la tenda tirata da una parte, mentre dal buio della stanza si levava una figura scura: era la stessa Marcolina, che si avvicinò al davanzale con la camicia da notte bianca abbottonata fino alla gola, come per respirare la soave aria del mattino. Casanova si era lasciato scivolare lesto giù dalla panchina; al di sopra del bordo, tra i rami del viale, guardava incantato Marcolina, i cui occhi affioravano dalla penombra come senza pensieri, anzi, senza direzione. Soltanto dopo un paio di secondi il suo essere, ancora come assonnato, parve riuscire a raccogliersi in uno sguardo, che lasciò vagare lungamente a destra e a sinistra. Poi si piegò in avanti, come per cercare qualcosa sul ghiaino, e subito dopo alzò la testa, coi capelli sciolti, verso l’alto, come verso una finestra del piano superiore. Poi rimase un attimo immobile, le mani appoggiate ai due stipiti della finestra, come inchiodate a una croce invisibile. Soltanto adesso, come se all’improvviso si fossero illuminati dall’interno, Casanova riuscì a scorgere distintamente i suoi tratti in penombra. Sulla bocca le aleggiò un sorriso che s’irrigidì subito. Lasciò cadere le braccia; le sue labbra si muovevano in modo singolare, quasi bisbigliassero una preghiera; il suo sguardo vagò di nuovo lentamente nel giardino, indagatore, poi annuì brevemente e, nello stesso istante, qualcuno saltò il davanzale per uscire, qualcuno che fino ad allora doveva essere rimasto accovacciato ai piedi di Marcolina: Lorenzi. Volò, più che camminare, sul ghiaino, verso il viale, lo attraversò ad appena dieci passi di distanza da Casanova che, trattenendo il respiro, rimaneva sotto la panchina, e si precipitò poi oltre il viale, dove accanto al muro correva una stretta striscia di prato, fino a scomparire agli occhi di Casanova. Casanova udì una porta sospirare sui cardini: non poteva essere altro che quella da cui egli stesso era tornato in giardino, ieri sera, con Olivo e il marchese, poi silenzio. Marcolina era rimasta per tutto il tempo completamente immobile: non appena seppe che Lorenzi era al sicuro respirò profondamente, chiuse grata e finestra, la tenda ricadde di nuovo, come per forza propria, e tutto tornò come prima; soltanto che nel frattempo, quasi non avesse più motivo di indugiare, su casa e giardino si era levato il giorno. Anche Casanova era ancora là, come prima, le mani distese davanti a sé, sotto la panchina. Dopo un po’ strisciò avanti, finendo in mezzo al viale, e proseguì a quattro zampe finché non giunse in un punto dove non potevano vederlo né dalla finestra di Marcolina né da qualsiasi altra finestra. Allora si alzò, con la schiena dolente, si stiracchiò gli arti e finalmente tornò in sé; si ritrovò proprio come se, da cane bastonato, si fosse trasformato nuovamente in un uomo condannato a percepire le bastonate non come dolore fisico, ma come profonda vergogna. Perché, si domandò, non mi sono avvicinato alla finestra finché era aperta? E a lei, saltando il davanzale? Avrebbe potuto resistermi, l’ipocrita, la bugiarda, la sgualdrina? E continuò a imprecare quasi che ne avesse avuto diritto, quasi che lei gli avesse giurato fedeltà come a un amante e lo avesse tradito. …
Il secondo scrittore che ha composto un romanzo molto significativo utilizzando la figura di Casanova è Sándor Márai, che abbiamo incontrato numerose volte in questi anni per la natura filosofica, oltre che letteraria, delle sue opere.
Per lo scrittore Sándor Márai la figura di Giacomo Casanova rappresenta un pretesto per ribadire che l’unico vero artificio utile è “il racconto” [questo concetto, così come si presenta in chiave contemporanea, ha cominciato a essere elaborato filosoficamente dalle intellettuali e dagli intellettuali romantici a partire dalla seconda metà del ‘700] e per affermare che l’oggetto artificiale più efficace per dare vita alla Natura e alle Cose è “la scrittura”.
Come sapete Sándor Márai è stato un autore dimenticato per decenni dall’editoria internazionale benché vada annoverato tra i grandi della narrativa mitteleuropea del ‘900 e per capire meglio il pensiero novecentesco la lettura dei testi di questo autore risulta fondamentale. Márai è nato l’11 aprile 1900 a Košice una città che col nome di Kassa faceva parte del Regno d’Ungheria, quindi dell’Impero austro-ungarico, e che oggi appartiene alla Slovacchia orientale, una città crocevia che si trova al confine con la Polonia, l’Ucraina e l’Ungheria sul fiume Hornád affluente del Tibisco.
REPERTORIO E TRAMA … per dieci minuti al giorno di lettura e di scrittura:
Con una guida della Slovacchia e navigando in rete fate una visita a Košice [che ha circa 240 mila abitanti ed è stata capitale europea della cultura nel 2013] in modo da osservare i suoi numerosi monumenti di diverse epoche [medioevali, rinascimentali, barocchi, liberty] tra i quali c’è anche la casa di Sándor Márai dove sono raccolti una serie di cimeli dello scrittore e della sua famiglia, la famiglia Groschenschmied de Mára, appartenente alla piccola nobiltà ungherese: il padre di Sándor, Géza, era notaio reale e sua madre, Margit Ratkovszky, una nobildonna sassone... Incuriositevi...
Sándor [il maggiore di quattro fratelli] è stato, fin da bambino, versato per lo studio, la lettura e la scrittura: ha frequentato le Università di Lipsia, di Francoforte sul Meno, di Berlino senza mai conseguire una laurea e dedicandosi all’attività giornalistica [dopo aver collaborato con la rivista satirica Der Drache ha fatto l’inviato per la maggiore testata della Repubblica di Weimar, la Franfurter Zeitung] e di scrittore [la sua prima opera è una raccolta di poesie dal titolo Il libro dei ricordi]. Nel 1923 ha sposato Ilona [Lola] Matzner, una ragazza di origini ebraiche: in viaggio di nozze sono andati a Parigi e invece di sei settimane ci sono rimasti sei anni. Sándor e Lola non hanno avuto figli propri ma, dopo la seconda guerra mondiale, hanno adottato un orfano, János.
Sándor Márai è stato, per un certo tratto della sua vita, un famoso scrittore ungherese e quando ha scritto di narrativa - decine di romanzi - ha sempre preferito esprimersi in lingua ungherese sebbene conoscesse correttamente il tedesco, il francese, l’inglese, lo spagnolo e l’italiano; avrebbe potuto continuare a essere scrittore facendo anche una vita agiata se, a causa degli avvenimenti storici che hanno condizionato la vita del suo paese e dell’Europa, non avesse scelto l’esilio e una vita appartata e modesta tutte le volte che in Ungheria è stata abolita la democrazia parlamentare; di conseguenza, ha vissuto in Germania, in Francia, negli Stati Uniti e anche in Italia, a Napoli dal 1948 al 1952, dedicando un romanzo intitolato Il sangue di San Gennaro” a questa città e all’intero popolo napoletano che «fra tutte le possibilità, crede che la più verosimile sia il miracolo.». Poi dal 1968 al 1979 ha vissuto a Salerno e, infine, nel 1979 Márai è stato invitato a insegnare Letteratura negli Stati Uniti, a San Diego, in California, dove è morto il 22 febbraio 1989, dopo aver sofferto per la perdita della moglie e del figlio.
Sándor Márai è tornato alla ribalta internazionale quando nel 1998 uno dei suoi celebri romanzi scritto nel 1942 è stato ripubblicato [evento editoriale mondiale dell’anno] e subito tradotto in venticinque lingue: in italiano è comparso con il titolo Le braci. Questo racconto consiste in un significativo monologo esistenziale [il protagonista è l’alter-ego dell’autore] e più che mai in quest’opera si capisce come Sándor Márai abbia anche raccolto l’eredità del Romanticismo ungherese, un movimento culturale elitario, sentimentale ma particolarmente ironico e graffiante titanico e galante nello stesso tempo.
Ora però come sapete ci dobbiamo occupare del romanzo scritto da Márai nel 1940 intitolato La recita di Bolzano composto con uno stile molto particolare perché utilizza i registri del melodramma e dell’opera buffa. Il protagonista de La recita di Bolzano è Giacomo Casanova il quale è riuscito a evadere dalla terribile prigione dei Piombi di Venezia il 31 ottobre 1756 in compagnia di un frate degenerato di nome Balbi. Dopo questa rocambolesca fuga Casanova potrebbe, lasciata la Repubblica Veneta, riprendere la sua esistenza libertina in giro per le corti d’Europa dove molti uomini e donne lo accoglierebbero ma lui invece si trattiene a Bolzano, «una città seria e virtuosa, ordinata e piena di buon senso, una città maledettamente estranea a me [a un casanova].». Perché si trattiene lì? Perché ha un appuntamento con una persona: ha un appuntamento con il destino. Ma il tema principale che emerge in questo romanzo è quello della scrittura, l’unico oggetto artificiale fondamentale per dare vita alla Natura e alle Cose: il più grande strumento di potere e di seduzione che possa esistere: «Non appartiene forse Casanova alla corrente dell’artificio del Romanticismo galante?», ribadisce Márai. Anzi, fa dire Márai a Casanova «la scrittura è la seduzione stessa, è il potere stesso.».
REPERTORIO E TRAMA … per dieci minuti al giorno di lettura e di scrittura:
Il romanzo La recita di Bolzano di Sándor Márai lo potete richiedere in biblioteca, incuriositevi...
Noi ora ne leggiamo due pagine.
Sándor Márai, La recita di Bolzano
Si squadrarono a vicenda. “Sì, è stato un vero peccato” ripeté Giacomo, quindi alzò le spalle, indicando così che è inutile affliggersi troppo per ogni occasione che si perde nel corso della vita. “Sono cose che non puoi capire, pancione. Non puoi capire che io sono uno scrittore. Che cosa hai scritto tu in vita tua? Lettere d’amore al mercato, a cinque centesimi l’una, per delle sguattere scalcagnate, oppure contratti falsi per conto di imbroglioni e commercianti di mezza tacca, o anche valanghe di Lettere supplichevoli indirizzate ai tuoi superiori, i quali sono stati così incauti e corti di memoria da non spedirti alle galere quando era il momento”. “Eppure”, disse il monaco con aria mite e cordiale “eppure, Giacomo, la mia salvezza è stata proprio la scrittura. Cerca di ricordare. Ci scrivevamo Lettere che assomigliavano a quelle di due innamorati. Ci scrivevamo Lettere lunghe e appassionate, e il carceriere Lorenzo era il nostro messaggero d’amore: in quelle Lettere ci siamo presentati a vicenda e ci siamo confidati tutto del nostro passato e del nostro presente. Se non sapessi scrivere, non avrei mai iniziato quella corrispondenza con te e non mi sarei mai salvato. Tu mi disprezzi, mi consideri un uomo da poco. So che ti farebbe piacere uccidermi. Sei ingiusto. So anch’io che la scrittura è una cosa magnifica, qualcosa di simile al potere”. “Qualcosa di simile al potere?” ripeté il suo compagno di evasione, squadrando il monaco con arroganza e scetticismo tra le palpebre socchiuse, la testa rovesciata all’indietro. “È molto di più. E non è qualcosa di simile, Balbi, mettitelo bene in testa, la scrittura non è affatto simile al potere, la scrittura è il potere, l’unico potere autentico. Hai ragione, la tua libertà la devi alla scrittura. Non ci avevo pensato, vedi. E hanno ragione i testi sacri, quando dicono che anche i poveri di spirito sono partecipi della grazia divina. La scrittura è la forza più grande che esista, la parola scritta è più forte del papa e del re, è più forte del doge. Come dimostra anche il nostro esempio. Abbiamo concertato la nostra fuga grazie alla scrittura, le Lettere hanno spezzato le nostre catene, le Lettere ci sono servite per intrecciare corde e lacci, e dall’inferno ci hanno ricondotti sulla terra. Qualcuno sostiene” disse pensieroso “che le Lettere possano condurci anche dalla terra in paradiso. Ma io non ci credo”. “In cosa credi” domandò il monaco in tono invitante e incuriosito. “Nel destino”, rispose l’altro con naturalezza “nel destino, che siamo noi stessi a plasmare e che poi accettiamo. Credo nella vita, in quelle diversità che alla fine combaciano sempre perfettamente, quando mille particolari si ricompongono sino a formare un tutto unitario, una persona, una vita. Credo nell’amore e nella mutevolezza della fortuna. E credo nella scrittura, perché la scrittura ha potere sul destino e sul tempo. Nulla di ciò che fai, desideri, ami e dici è destinato a durare. Passano le donne, tramontano gli amori. Sfumano le emozioni, e la polvere del tempo ricopre le tracce delle azioni compiute. Ma la scrittura rimane. Come ti dicevo sono uno scrittore” disse allegro, con l’aria entusiasta di chi ha fatto una bella scoperta … “Una volta mi sono recato da Voltaire, lo storpio. Non interrompermi, tanto non lo hai mai sentito nominare. Gli mancavano tutti i denti, però sapeva mordere, re e regine si facevano in quattro pur di entrare nelle sue grazie, e quel poveraccio sdentato, con una fragile penna tra le dita gonfie e deformate dalla gotta, riusciva a tenere in soggezione mezzo mondo. Riesci a capire? Io sì. Questi sono gli scrittori per i quali la scrittura è soltanto un mezzo, giacché pretendono di cambiare il mondo, sono gli scrittori infelici: sono potenti, in quanto dotati di spirito e di forza, ma in loro non vi sono né il silenzio né la devozione, ed è per questo che sono infelici. Sono quelli che sanno come pugnalare un re o sovvertire l’ordine del mondo mediante una parola, però non sanno come esprimere ciò che costituisce il significato più misterioso dell’esistenza, ossia l’entusiasmo di vivere qui, su questa terra, la felicità di non essere soli ma in compagnia di stelle, di donne e di demoni che vegliano su di noi, lo sgomento che ci coglie al pensiero di dover morire. Ecco cosa non sono capaci di esprimere, per quanto grande sia il loro potere sulla terra, coloro che si limitano a usare la penna come uno stiletto o una spada … Essi hanno potere sui destini, sui troni, sugli ordinamenti umani, ma non hanno un vero potere sul tempo. E poi ci sono gli scrittori come me. Sono i casi più rari” aggiunse compiaciuto. “Sì” disse Balbi con venerazione. “Ma dimmi, padrone e maestro, perché sono questi i casi più rari?” …
E ora torniamo sul nostro sentiero ancora in compagnia di Vivant Denon, che sta viaggiando con noi dall’inizio del viaggio.
Della biografia di Vivant Denon non ce ne siamo ancora occupate e occupati perché come sapete si è voluto privilegiare il percorso della sua formazione intellettuale in quanto la figura di questo personaggio è soprattutto rappresentativa di quanto sia importante l’itinerario di studio che una persona compie prima di poter esprimere dei giudizi, di fare delle valutazioni, di formulare delle ipotesi.
Vivant Denon è il prototipo dell’intellettuale che in età romantica ha recepito la Lezione della Critica del giudizio di Kant secondo cui non si può giudicare correttamente senza prima aver fatto un’impegnativa esperienza di studio e di lavoro intellettuale, senza aver seguito un tirocinio per imparare a investire in intelligenza.
E Vivant Denon, seguendo, come sappiamo, la scia del suo itinerario di studio, si è dedicato intelligentemente a far nascere e a far sì che si sviluppasse un dibattito intorno alle parole-chiave “fascino, seduzione, galanteria”: questo vivace dibattito al quale abbiamo assistito ha generato una serie di idee significative che hanno avuto una ricaduta positiva sul piano della produzione artistica, nel settore della pittura col ritratto e l’autoritratto, e della Letteratura dal diario personale al romanzo filosofico.
L’interrogativo intorno al quale questo dibattito si è sviluppato - per cui ci si domanda la persona è dotata di galanteria [cioè di garbo, eleganza, finezza, distinzione, gentilezza, cortesia, bella maniera, civetteria, fascino, seduzione] per una predisposizione naturale, spontanea, istintiva, immediata, originaria, schietta, sincera oppure la persona appare galante attraverso un comportamento artificiale, artefatto, costruito, pre-meditato? - ebbene, questo dibattito oggi dovrebbe essere all’ordine del giorno dando adito a una riflessione collettiva. Il contrasto tra “l’essere persone galanti”, secondo il pensiero di Rousseau, e “l’apparir persone galanti”, secondo la visione di Casanova, non si riduce a un gioco di parole ma costituisce uno scenario che presuppone modi diversi di vedere la realtà e stili di vita differenti: “la galanteria” [il garbo, l’eleganza, la finezza, la distinzione, la gentilezza, la cortesia, la bella maniera, la civetteria, il fascino, la seduzione] è da considerarsi un fenomeno naturale o artificiale?
Il dibattito sviluppatosi dalla seconda metà del ‘700 intorno a questo interrogativo è durato per tutto l’800 finché nel ‘900 il concetto di “galanteria” è andato modificandosi con l’introduzione di un tema nuovo, quello del corretto rapporto che deve [che dovrebbe] esistere tra ciò che è naturale e ciò che è artificiale. L’emergere di questo tema lo si deve a Vivant Denon perché ha operato accortamente per conciliare il pensiero delle due correnti principali e contrapposte del Romanticismo galante: quella che mette in primo piano la naturalezza [la spontaneità, l’immediatezza, la sincerità, la semplicità, la genuinità] con quella che pone in primo piano l’artificiosità [l’accorgimento, l’espediente, lo stratagemma, il trucco, la premeditazione].
Ciò che conta per lui è il risultato dato dalla produzione artistica e letteraria perché scrive Vivant Denon: «l’opera d’arte è la conseguenza, l’effetto, l’esito, la conclusione, il frutto, il prodotto, la risposta, la soluzione dell’incontro tra la natura e l’artificio.» e, quindi, vuole armonizzare il pensiero delle due correnti in conflitto per cercare di trovare un punto di equilibrio tra la natura e l’artificio perché ritiene ragionevole pensare che la natura e l’artificio, la natura e la cultura, la natura e l’arte possano e debbano interagire tra loro.
Nel dibattito in corso intorno alle parole “fascino, seduzione, galanteria”, Vivant Denon assume una posizione che tende a superare il contrasto tra il pensiero, quasi metafisico, dell’essere persone galanti per natura e il pensiero, certamente ipocrita ma realista, dell’apparir persone galanti per convenzione, in quanto Vivant Denon vuole piuttosto far esistere “lo spirito galante” come strumento, come stimolo, come incentivo, come motivazione utile per produrre oggetti d’arte [in campo pittorico, scultoreo, architettonico e letterario] facendo conciliare gli aspetti naturali [l’istinto, la fantasia, la creatività, l’immaginazione, la genialità, l’invenzione, l’ingegno] con quelli artificiali [la tecnica, la norma, la regola, il metodo, il sistema, la procedura, la maniera, la rete]. Per cui [e, quindi, tiriamo la conclusione e rispondiamo alla domanda lasciata in sospeso tre mesi fa alla fine del primo itinerario] Vivant Denon, da sovrintendente del Louvre, nel 1802, quando scrive la prima Notizia ufficiale per catalogare il ritratto de La Gioconda di Leonardo usa seppur in tono garbato il suo potere di funzionario per veicolare la sua idea: «Non può e non deve esserci contrasto tra la naturalezza e l’artificio ma la naturalezza e l’artificio devono convivere in modo armonico», e richiama, con la complicità di Leonardo, le intellettuali e gli intellettuali a riflettere su questa affermazione.
REPERTORIO E TRAMA … per dieci minuti al giorno di lettura e di scrittura:
La Lezione di Vivant Denon ha fatto Scuola, e delle sue considerazioni, per esempio, ha tenuto conto Wassily Kandinsky quando nel 1955 ha fatto pubblicare il saggio intitolato Punto, linea, superficie che potete richiedere in biblioteca e leggerne qualche pagina riflettendo sul fatto che “il punto, la linea e la superficie” hanno origine in natura prima di entrare a far parte di quegli artifici su cui si basa tanto la geometria quanto l’arte figurativa, incuriositevi...
E ora, in modo da concludere la nostra riflessione, dopo aver seguito per più di tre mesi l’itinerario intellettuale di Vivant Denon, rileggiamo tredici righe dal testo [la parte finale] della prima descrizione ufficiale del quadro raffigurante La Gioconda di Leonardo.
Vivant Denon, Notizie sui quadri esposti nelle gallerie del Museo Nazionale del Louvre
Il pittore è stato capace di rendere l’interiorità della modella, il senso del suo intelletto e della sua essenza, il suo “animus” che si esprimeva, nel momento della posa, attraverso la forza del sorriso e dello sguardo. Quel suo sorriso sereno la pone su un piano di superiorità rispetto all’osservatore: alziamo lo sguardo verso di Lei, e quel paesaggio sullo sfondo ce la fa apparire ancora più elevata. Sebbene i colli e le montagne siano di gran lunga più imponenti di Lei, è Lei a dominare la scena. Nonostante le piccole dimensioni ci troviamo di fronte a un’opera grandiosa e il suo sguardo è intenso come quello di una figura divina: potrebbe essere una Madonna profana. Esiste dunque una spiegazione semplice che dà conto del grande potere di questo straordinario dipinto? Questa Signora domina la nostra cultura perché domina l’osservatore? Il suo sguardo è più intenso del nostro e noi subiamo la sua attenzione più di quanto lei non subisca la nostra? Un fatto sembra certo: nello sguardo vigile de La Gioconda, la naturalezza e l’artificio sembrano convivere in modo armonico. …
Che dire ancora a commento del brano che abbiamo letto?
A Vivant Denon nelle due righe finali della sua Notizia ufficiale del ritratto de La Gioconda di Leonardo interessa soprattutto chiarire la sua posizione all’interno del movimento del Romanticismo galante.Lui tende a conciliare le due correnti principali [naturalistica e dell’artificio] e vuole creare armonia tra queste due tendenze che si escludono anacronisticamente in quanto l’affidarsi completamente alla natura o rimettersi del tutto all’artificio è controproducente: se si separano questi due elementi complementari non si crea l’opera d’arte che nasce dall’armonia tra la natura e l’artificio così come “la galanteria” - che secondo Vivant Denon è uno strumento ispiratore della produzione artistica - è frutto dell’armonia tra la natura e l’ artificio.
E ora concludiamo l’itinerario di questa sera con un ultimo pensiero rivolto a Giacomo Casanova il quale, sebbene abbia sostenuto a spada tratta la versione de “l’apparir galanti”, e nonostante abbia criticato aspramente le tesi di Rousseau su “l’essere galanti”, oggi viene considerato, dalle studiose dagli studiosi dei suoi Scritti, coerente con la Lezione di Vivant Denon: infatti Casanova, quando predica, sostiene che “tutto è artificio” mentre quando scrive sa unire insieme la creatività, la fantasia, il genio con la tecnica narrativa, quindi, anche Casanova armonizza la naturalezza con l’artificio.
REPERTORIO E TRAMA … per dieci minuti al giorno di lettura e di scrittura:
La parola “artificio” come sappiamo è molto evocativa e, a volte, con un artificio [un accorgimento, un espediente, uno stratagemma, un trucco] si riesce a risolvere un problema, a sbrogliare una situazione, a uscire da un impiccio: voi in quale occasione vi siete servite e serviti di un artificio?...
Scrivete quattro righe in proposito…
Casanova muore il 4 giugno 1798 all’età di settantatre anni dopo aver terminato di scrivere le 4545 pagine di Storia della mia vita: un’autobiografia unica per la sfrontata franchezza e per l’originalità del taglio, beffardo, ironico, una vera trappola divertente per lettrici e lettori. «Casanova muore accomodando la sua coscienza con la fede cristiana» come ci riferisce nel suo diario [vedete come sono importanti i diari] Carlo Giuseppe principe di Ligne il quale riporta anche le ultime parole di Casanova pronunciate prima di ricevere i sacramenti: «Ho vissuto da filosofo, muoio da cristiano.». In un primo momento è stato sepolto nel parco del castello di Waldstein, poi è stato traslato e, oggi, in un piccolo cimitero di Duchcov [allora si chiamava Dux]: in Boemia esiste una modesta lapide con una semplice iscrizione «Jakob Casanova, Venedig 1725 - Dux 1798».
REPERTORIO E TRAMA … per dieci minuti al giorno di lettura e di scrittura:
Piero Chiara [nato a Luino nel 1913 e morto a Varese nel 1986] è uno scrittore dalla straordinaria vena narrativa, un’attitudine che utilizza per raccontare la vita della provincia attorno al Lago Maggiore con uno stile brillante e venato di arguzia, di ironia, di umorismo e di malinconia; inoltre è stato uno dei più noti studiosi della vita e delle opere di Casanova e ha pubblicato molti Scritti sull’argomento che sono stati raccolti nel 1977 nel volume intitolato Il vero Casanova che potete richiedere in biblioteca; e poi Piero Chiara ha scritto anche nel 1980 la sceneggiatura dell’edizione televisiva dell’opera di Arthur Schnitzler, di cui abbiamo parlato, intitolata Il ritorno di Casanova, e forse nelle teche della Rai la si può rintracciare...
Tra i romanzi di successo di Piero Chiara si possono [richiedendoli in biblioteca] leggere o rileggere Il piatto piange, Il balordo e La spartizione pubblicato nel 1964, il cui protagonista, il solerte funzionario statale Emerenziano Paronzini, inventa un artificio per sistemarsi meglio nella vita e diventa una sorta di “casanova di provincia”, incuriositevi...
Giacomo Casanova è riuscito a conquistare una fama duratura grazie, non tanto al suo fascino di amatore, ma al fascino della sua scrittura, al fascino che provoca l’arte di raccontare attraverso quel formidabile artificio che è l’alfabeto: per congedarci da lui leggiamo ancora una quindicina di righe, dal significato emblematico, tratte dal testo di Storia della mia fuga dai Piombi.
Giacomo Casanova, Storia della mia fuga dai Piombi
La mia storia non potrà essere che una totale confessione che farà arrossire anche quelli che non sono mai arrossiti in vita loro perché sarà come uno specchio nel quale molti potranno guardarsi. Qualcuno arriverà a buttare il mio Libro dalla finestra ma dopo averlo letto tutto: si dice infatti che la verità è nascosta in fondo a un pozzo ma quando le viene voglia di mostrarsi tutti la guardano sbalorditi perché è nuda, perché è bella. Non darò alla mia storia il titolo di Confessioni, dato che questa parola è stata sciupata da uno stravagante [e questa è un’allusione spietata alle “Confessioni” di Jean-Jacques Rousseau, ma Casanova vuol essere impietoso nel suo giudizio perché sa bene che anche quest’opera di Rousseau è un capolavoro]; sarà ugualmente una confessione come poche ce ne sono state. Non mi preoccupo di sapere se mi procurerà o meno la stima di quelli che credono di conoscermi e che non mi stimano; non farò mai la fatica di scrivere per loro. Sono però sicuro che non mi farà disistimare da nessuno, perché è impossibile che una persona capace di pensare sia spregevole senza accorgersene. Se mi fossi riconosciuto come tale non mi sarei potuto nemmeno sopportare. Desidererei tanto che, dopo morto, mi si potesse applicare il motto “extinctus amibitur idem” [anche morto sarà amato (Orazio)]. Non chiedo di più: “Nil ultra deos lacesso.” [Non pretendo di più dagli dèi (Orazio)]…
Invece, fino ad ora, della biografia di Vivant Denon ne abbiamo parlato pochissimo perché prima di tutto abbiamo privilegiato gli elementi portanti del suo itinerario intellettuale e, quindi, tra quindici giorni ci trasferiamo in Borgogna.
Pensate un po’, Napoleone Bonaparte [con sangue, sudore e lacrime] ha fondato un Impero che è durato un decennio ed è sulla bocca di tutti mentre Vivant Denon ha fondato un Museo che, probabilmente, durerà in eterno pur rimanendo un illustre sconosciuto: ebbene, non pensate, quindi, che si debba parlare ancora un po’ di lui?
E, di conseguenza, è cosa buona e giusta procedere con lo spirito utopico che lo studio porta con sé consapevoli del fatto che non dobbiamo mai perdere la volontà di imparare, per questo la Scuola è qui e, proprio perché lo studio è cura, il viaggio continua …
