ASSOCIAZIONE ARTICOLO 34 - «LA SCUOLA È APERTA A TUTTI»
PERCORSO DEL PENSIERO UMANO IN FUNZIONE
DELLA DIDATTICA E DELLA SCRITTURA
Prof. Giuseppe Nibbi
In viaggio sul territorio del Romanticismo galante
10-11-12 dicembre 2025
SUL TERRITORIO DEL ROMANTICISMO GALANTE
SI CONFRONTANO DUE CORRENTI CONTRAPPOSTE:
QUELLA DEL NATURALISMO E QUELLA DELL’ARTIFICIO …
Questo è il quinto itinerario del nostro viaggio sul territorio del Romanticismo galante ed è anche l’ultimo itinerario prima della vacanza natalizia e l’ultimo di quest’anno solare. Quindici giorni fa [come ricorderete, insieme a Vivant Denon] abbiamo incontrato Élisabeth Vigée Le Brun e spero abbiate osservato le sue opere, in particolare i famosi ritratti della regina Maria Antonietta e i suoi, altrettanto famosi, autoritratti.
Come abbiamo imparato, Élisabeth Vigée Le Brun non è solo un’esperta pittrice ritrattista, ma è anche un’esponente di spicco di un movimento intellettuale, il Romanticismo galante, che ha attraversato tutta la seconda metà del ‘700 e parte della prima metà dell’‘800. Élisabeth Vigée Le Brun, come sappiamo, ha scritto un diario, pubblicato per suo volere nel 1842,[subito dopo la sua morte, con il titolo Ricordi. Quest’opera risulta molto significativa per la comprensione di un’epoca e di un movimento intellettuale che, secondo la testimonianza di prima mano di Élisabeth Vigée Le Brun, si è sviluppato con grande eterogeneità e complessità, presentando spesso aspetti contraddittori all’interno delle sue correnti.
Per inciso, per quanto riguarda il diario di Élisabeth Vigée Le Brun dobbiamo mettere in evidenza un fatto spiacevole che non fa onore alle lettrici e ai lettori [seppur pochi] dell’epoca ma il gusto della ricerca della notizia scandalistica è sempre esistito. Ebbene, subito dopo la pubblicazione del diario di Élisabeth Vigée Le Brun, molte lettrici e molti lettori si affrettarono a leggerlo perché pensavano di trovare qualche diciamo così “morbosa confessione”: si voleva sapere se tra la regina Maria Antonietta e la pittrice, che come sapete l’aveva ritratta “sensualmente” in camicia nel 1783, c’era stata una relazione amorosa. Si sa che le figlie di Maria Teresa d’Austria e di Francesco I d’Asburgo, Maria Antonietta e Maria Carolina [che sposa Ferdinando, re delle Due Sicilie], avevano fama di essere attratte anche dal fascino femminile, ma Élisabeth Vigée Le Brun, nel testo del suo diario, non fa alcuna dichiarazione “scandalistica” perché non aveva proprio nulla da confessare: la cosa veramente scandalosa è che le lettrici e i lettori [e avrebbero dovuto essere persone colte visto che coloro che sapevano leggere e scrivere erano pochi] non hanno saputo vedere altro d’interessante in questo testo molto significativo per la Storia della sapienza poetica e filosofica dell’età romantica e, quindi, questo Scritto autobiografico è passato in breve tempo nel dimenticatoio e vi è rimasto per molti anni.
Noi, in funzione del nostro percorso di studio, ci siamo servite e serviti, come sapete, di alcune pagine di quest’opera: di una pagina dedicata a Vivant Denon, che probabilmente leggeremo ancora, e di quelle pagine straordinarie in cui Élisabeth Vigée Le Brun racconta di aver visto in anteprima nel 1783, a Versailles, in compagnia della regina Maria Antonietta, il ritratto de La Gioconda di Leonardo prima che venisse esposto al Louvre e diventasse un’icona di pubblico dominio. Sappiamo che per Élisabeth Vigée Le Brun l’osservazione e il commento del sorriso [affascinante, enigmatico, misterioso?] de La Gioconda diventa un pretesto per elencare le caratteristiche di uno stile pittorico che contribuisce a definire le linee portanti del pensiero del Romanticismo galante al quale sente di appartenere; difatti, quando cinquant’anni dopo dal 1836, arricchisce di considerazioni il suo diario sente di aver fatto parte di un movimento intellettuale importante ed è orgogliosa di avene fatto parte e, nel commentare il sorriso de La Gioconda, ammette di non avervi visto nulla né di enigmatico né di misterioso ma di aver colto un fascino che definisce “naturale” [spontaneo, immediato, sincero, semplice, genuino]: questo termine - la parola-chiave “naturalezza” - diventa un elemento fondamentale che caratterizza il movimento artistico, prima pittorico e poi letterario, del Romanticismo galante, e il risultato concreto sul piano della forma artistica è dato dalla produzione del ritratto e dell’autoritratto, e la parola-chiave “ritratto” diventa attrattiva [e continua a esserlo] per la produzione di oggetti non solo pittorici ma anche di testi letterari contenenti risvolti filosofici.
REPERTORIO E TRAMA … per dieci minuti al giorno di lettura e di scrittura:
Ricordiamo, a questo proposito, alcuni testi che hanno valorizzato il genere letterario del romanzo intitolati: Il ritratto [1834] che è uno dei Racconti di Pietroburgo di Nikolaj Gogol, Il ritratto di Dorian Gray [1890] di Oscar Wilde, Ritratto in uno specchio [1929] di Charles Morgan e Ritratto in piedi [1971] di Gianna Manzini …
Queste opere le potete richiedere in biblioteca, incuriositevi e buona lettura …
Il movimento del Romanticismo galante, come abbiamo detto, è un fenomeno eterogeneo e complesso, e vede nascere al suo interno molte correnti contrapposte.
All’interno del movimento, eterogeneo e complesso, del Romanticismo galante si sviluppano in particolare due significative correnti di pensiero in contraddizione tra loro: chiamate dalle studiose e dagli studiosi la corrente del naturalismo e la corrente dell’artificio.
Élisabeth Vigée Le Brun è considerata una delle esponenti di spicco della corrente naturalista del Romanticismo galante, e non a caso scrive nel suo diario, come sappiamo, che Leonardo nel ritrarre La Gioconda ha voluto sperimentare “uno stile più naturale; come abbiamo studiato nell’itinerario precedente, Le Brun fa questa affermazione con un preciso intento programmatico in quanto, sulla scia del modo di fare di Leonardo, vuole mettere in luce l’opera sua e di quelle ritrattiste e di quei ritrattisti che successivamente hanno dato un contenuto all’idea di “stile naturale” che lei considera suoi maestri: Raffaello, Rembrandt, Rosalba Carriera, Jean-Baptiste Greuze. Nel fare questo riferimento persegue un obiettivo ideologico in quanto vuole utilizzare le immagini prodotte dal geniale lavoro pittorico per esaltare il pensiero letterario e filosofico di Jean Jacques Rousseau di cui come sappiamo è una convinta sostenitrice [ed ecco che si realizza con il Romanticismo galante il connubio tra pittura e letteratura]: s’impegna dal 1783 a divulgare il testo del romanzo di Rousseau intitolato Giulia o La Nuova Eloisa del 1761 che lei presenta come uno dei manifesti della corrente naturalista del Romanticismo galante. Lo stile letterario di Rousseau viene definito “naturale” perché, come sapete, le manifestazioni della Natura servono allo scrittore [filosofo] per descrivere i sentimenti dell’animo, e i fenomeni della Natura rispecchiano i moti dell’interiorità dell’animo umano.
Élisabeth Vigée Le Brun esalta, nelle pagine del suo diario, le idee di Rousseau e il suo modo di scrivere “naturale”, per prendere posizione e sostenere uno scontro in atto perché queste idee hanno molti detrattori: il più accanito e tenace di costoro si chiama Giacomo Casanova [che, come sapete, dobbiamo incontrare questa sera] il quale, pur appartenendo anch’esso a pieno titolo al movimento del Romanticismo galante, coltiva idee diverse e segue una strada opposta a quella perseguita da Élisabeth Vigée Le Brun.
Casanova è l’esponente di spicco della cosiddetta corrente dell’artificio del Romanticismo galante, e la prima cosa da dire [con la comparsa di Casanova, e visto che ci occupiamo di parole-chiave] riguarda il fatto che si è presa l’abitudine a considerare il termine “casanova” [scritto con la c minuscola] non tanto come un nome proprio quanto piuttosto come un aggettivo.
REPERTORIO E TRAMA … per dieci minuti al giorno di lettura e di scrittura:
Il temine “casanova” è diventato un modo di dire che equivale a “seduttore, avventuriero, dongiovanni, donnaiolo, libertino”… Avete mai conosciuto “un casanova”?...
Scrivete quattro righe in proposito…
Avete visto il controverso film Casanova del 1976 di Federico Fellini [alla sceneggiatura Bernardino Zapponi e musiche di Nino Rota] che presenta il personaggio in modo quasi funereo e clownesco, più in forma pittorica e caricaturale che letteraria?...
Incuriositevi tenendo conto del fatto che Fellini [così ha dichiarato] nel preparare la realizzazione di questo film ha anche osservato con molta attenzione un dipinto di Rosalba Carriera intitolato Ritratto di un procuratore veneziano [oggi questo quadro si trova a Dresda nella “Pinacoteca dei maestri antichi”]: ebbene, in quest’opera colpisce soprattutto il sorriso da “seduttore” del personaggio ritratto e qualcuno, in passato, ha pensato alla raffigurazione di Giacomo Casanova da giovane; il fatto è che questo “Ritratto” è stato dipinto nel 1730 e Giacomo Casanova nel 1730 aveva cinque anni, tuttavia incuriositevi…
La vecchia ed eccentrica Marchesa d’Urfé, come sapete, avrebbe voluto tornar giovane e anche possedere il sorriso considerato ammaliante de La Gioconda, e di questo nel 1757 ne approfitta Giacomo Casanova che dopo un viaggio rocambolesco arriva a Parigi senza soldi e deve inventarsi qualcosa per sopravvivere. Siccome a Venezia [dove era stato accusato, processato e condannato anche per “stregoneria”] vantava di essere esperto in arti magiche, trova a Parigi “la gallina vecchia” da spennare perché ha a sua disposizione non la magia ma il suo fascino misterioso, la sua galanteria e la sua capacità di seduzione, e queste sono le doti che mette a frutto con successo.
L’epoca del Romanticismo galante, come sappiamo, esalta qualità come il fascino, la galanteria e la seduzione, e le intellettuali e gli intellettuali di questo periodo si dedicano a una riflessione sul significato e sul valore da attribuire a queste parole-chiave: le esponenti e gli esponenti della corrente naturalista ritengono che il fascino, la galanteria e la seduzione dipendano da un comportamento derivato da un programma educativo, in particolare, dal progetto formativo che Rousseau ha esposto nel testo del trattato intitolato Emilio o dell’educazione [pubblicato nel 1762] in cui si ritiene che le competenze cosiddette galanti - come il garbo, l’eleganza, la finezza, la distinzione, la gentilezza, la cortesia, la bella maniera, il complimento, la civetteria - sono il frutto di un impulso spontaneo dell’animo che rende la persona naturalmente garbata, gentile, cortese, amabile. Se la persona si comporta con naturalezza, se non si allontana, scrive Rousseau, dal sentimento originario che è lo stato di natura proprio dell’Umanità, sarà anche naturalmente una persona galante. Solo il ritorno al sentimento originario, solo il risalire allo stato di Natura può dare alla persona la capacità di esprimere competenze galanti, pensano le intellettuali e gli intellettuali romantici della corrente naturalista, interpretando il pensiero di Rousseau, e per riconquistare il sentimento originario, perduto nella società dell’ipocrisia e delle convenzioni, pensano [così come pensava Rousseau] sia necessario investire in intelligenza per dare impulso soprattutto allo sviluppo delle attitudini artistiche della persona. Dando spazio alle attività intellettuali e artistiche, scrive Rousseau, ci sarà una crescita umana qualitativa che ricadrà positivamente sullo sviluppo civile e sulle relazioni interpersonali. Il legame natura-cultura [sostiene Rousseau, e le intellettuali e gli intellettuali romantici della corrente naturalista seguono il suo pensiero] porta uno sviluppo sociale più equilibrato, più giusto, più umano, più naturale che conduce la persona a liberarsi di quanto c’è di artificioso e di meccanico nella società che la circonda.
Le intellettuali e gli intellettuali romantici della corrente naturalista pensano che la società abbia bisogno di un progetto educativo che «possa donare alla persona , scrive Rousseau, la primitiva freschezza e sanità di energie che la vita sociale minaccia di spegnere con quanto essa ha di corrotto», e il concetto [filosofico] roussoiano di “educazione naturale” entra nel glossario ideologico del Romanticismo galante di stampo naturalista.
Ora noi dobbiamo ricordare che nel trattato Emilio o dell’educazione Rousseau sviluppa la sua riflessione partendo, così come avviene per i teoremi di matematica, da un postulato. Un postulato è un punto fermo, è un dato oggettivo che si considera vero e che, come spiega Cartesio nel Discorso sul metodo del 1637, si basa su un’asserzione non dimostrata e non dimostrabile. E il testo di Emilio o dell’educazione inizia con un’affermazione non dimostrata e non dimostrabile che è diventata un classico e che continua a suscitare vivaci discussioni: scrive Rousseau: «La persona per sua natura è buona e ciò che in lei si riscontra di negativo nasce dall’influsso della società.». Per le intellettuali e gli intellettuali romantici della corrente naturalista, il fascino, la galanteria e la seduzione sono considerate competenze utili per migliorare la società e sono il risultato di un’educazione e di un comportamento naturale, e sono il frutto della natura buona della persona. Mentre invece per le intellettuali e gli intellettuali romantici della corrente dell’artificio il fascino, la galanteria e la seduzione sono competenze utili per assoggettare gli altri, e non sono un prodotto naturale ma bensì l’effetto di un artificio: un accorgimento, un espediente, uno stratagemma per imporsi nella quotidiana lotta per il potere. La natura umana, secondo le intellettuali e gli intellettuali romantici della corrente dell’artificio, non è buona ma è cattiva e va repressa, domata, soffocata, schiacciata, frenata, smorzata, e la galanteria viene considerata un fenomeno artificiale che ha una ricaduta nella società in termini di potere, e serve per reprimere, domare, soffocare, schiacciare, frenare, smorzare: ed è così che la pensa Giacomo Casanova, considerato il massimo rappresentante della corrente dell’artificio del Romanticismo galante.
La Marchesa d’Urfé, affascinata dal personaggio, vuole fermamente credere nella capacità di Casanova di utilizzare l’arte della magia, e quando l’avventuriero veneziano deve difendersi dall’accusa di aver circuito e salassato economicamente la vecchia Marchesa sostiene candidamente che lui ha sempre cercato di dissuaderla: era lei a insistere, a causa della natura malvagia insita nella sua persona, lui, sostiene candidamente Casanova, le ha garantito «non di farla diventare più giovane ma di poterla far sentire più giovane attraverso l’artificio della galanteria» e questo, sostiene candidamente Casanova, lui è riuscito a fare e, quindi, era giusto fosse adeguatamente retribuito. Casanova dichiara pubblicamente di saper utilizzare ad arte il fascino, la galanteria e la seduzione non in quanto prodotti della natura umana ma come strumenti artificiali della cultura umana.
Ebbene, abbiamo capito che il sorriso de La Gioconda influenza tanto la corrente naturalista del Romanticismo galante attraverso l’opera di Élisabeth Vigée Le Brun quanto la corrente dell’artificio per opera di Giacomo Casanova, il quale però quando si deve difendere dalla denuncia sporta contro di lui dalla Marchesa d’Urfé che pretendeva di ringiovanire e di far proprio il sorriso de La Gioconda, sostiene di non avere mai visto quel ritratto pur avendone sentito parlare come di un oggetto particolarmente affascinante. Da questa affermazione si capisce che, nel 1757, attraverso gli Atti della causa intentata dalla Marchesa d’Urfé contro Casanova, il sorriso de La Gioconda inizia a venire a contatto pubblicamente con le parole-chiave: fascino, galanteria, seduzione, mistero.
Ma Giacomo Casanova, nonostante la sua fama di persona poco raccomandabile, è un personaggio molto significativo sul piano letterario nell’ambito del Romanticismo galante ed è necessario conoscere questa figura che, con la sua opera letteraria ha fatto capire meglio alle studiose e agli studiosi l’epoca di cui ci stiamo occupando: Giacomo Casanova, in quanto scrittore, è stato da tempo studiato con interesse e la sua capacità narrativa è da considerarsi quella di un grande autore.
Casanova possiede un gusto nel descrivere con la penna i fatti, le circostanze e i personaggi elevato al massimo grado in modo da coinvolgere subito l’interesse della lettrice e del lettore. Due opere di Casanova resistono al passar del tempo, e da più di due secoli vengono lette in varie lingue del mondo suscitando un sempre rinnovato interesse: queste due opere s’intitolano Storia della mia fuga dai Piombi e Storia della mia vita. Le lettrici e i lettori si sono spesso avvicinate e avvicinati alle opere di Casanova con la curiosità, un po’ morbosa, per le imprese amorose, per gli episodi piccanti, inevitabili nella vita di questo avventuriero, ma quello che diverte di più nei testi di Casanova è l’immediatezza con cui presenta gli avvenimenti: c’è chi ha sostenuto che Casanova sia uno dei precursori del giornalismo moderno, e che sa fondere in modo mirabile la sua autobiografia con i fatti di cronaca, la Letteratura con i pettegolezzi e il linguaggio della Scienza con il linguaggio popolare. Inoltre ciò che diverte nel testo di Casanova è l’introduzione dei personaggi di cui descrive con chiarezza il loro aspetto e il loro carattere attraverso i dialoghi scritti con un linguaggio diretto e immediato. Ciò che colpisce nel leggere i testi di Casanova è il modo in cui l’Io-narrante esprime i suoi pensieri, senza elucubrazioni e senza pesanti divagazioni ma con un’ironica allegria con la quale presenta anche le situazioni più drammatiche. Giacomo Casanova è “un seduttore” perché possiede il segreto dell’ars narrandi [l’arte di narrare, di raccontare, di riferire, di novellare, di descrivere, di esporre, di favoleggiare].
REPERTORIO E TRAMA … per dieci minuti al giorno di lettura e di scrittura:
In proposito non si può non citare il trattato filosofico di Søren Kierkegaard, pubblicato nel 1843, intitolato Aut-Aut, in danese Enten-Eller di cui ci occuperemo a suo tempo, perché all’interno di esso compare un vero e proprio romanzo che è stato estrapolato e stampato con il titolo di Diario di un seduttore che potete richiedere in biblioteca, incuriositevi...
Leggiamo l’incipit di Storia della mia fuga dai Piombi in cui emerge subito lo stile narrativo [l’ars narrandi] di Casanova che cattura l’interesse di chi legge.
Giacomo Casanova, Storia della mia fuga dai Piombi
Dopo aver compiuto i miei studi e abbandonato a Roma la carriera ecclesiastica, iniziata appena quella militare poi interrotta a Corfù, e datomi all’avvocatura, che prestissimo lasciai per avversione, visitai tutta l’Italia, le due Grecie, l’Asia Minore, Costantinopoli e le più belle città della Francia e della Germania, e nel 1753 tornai nella mia patria. Vi giunsi fornito di una buona cultura, con una discreta stima di me stesso, avido di piaceri, nemico di ogni previdenza, persuaso di poter parlare di qualsiasi argomento in ogni senso, allegro, sfrontato, vigoroso e, in testa a una schiera di amici del mio stampo, pronto a farmi beffa di qualsiasi cosa sacra o profana che fosse …
Il testo di Storia della mia fuga dai Piombi è stato scritto nel 1787 a Dux quando era una cittadina tedesca che oggi si chiama Duchcov ed è situata nel nord della Boemia nella Repubblica Ceca.
REPERTORIO E TRAMA … per dieci minuti al giorno di lettura e di scrittura:
Con la guida della Repubblica Ceca e navigando in rete fate un viaggio a Duchcov, che oggi ha circa 9 mila abitanti, e visitate il Castello cittadino che ha ospitato fino alla morte [avvenuta nel 1798] Giacomo Casanova e, in proposito, trovate un sito dedicato al Castello che racconta «l’amara dipartita del famoso avventuriero veneziano ormai solo e abbandonato da tutti» e del mistero della sua tomba scomparsa, incuriositevi...
Casanova si trovava a Dux ospite nel castello di Waldstein e faceva il bibliotecario del conte di Warternberg: perché decide di scrivere Storia della mia fuga dai Piombi? Lo dice nella Prefazione: «Ho scritto questa storia perché mi ero stancato di ripeterla a voce ad amiche e amici curiosi che mi chiedevano di raccontarla in continuazione». In realtà Casanova scrive perché è abituato a fare questo esercizio e non è estraneo al mondo delle Lettere [aveva già pubblicato molti Scritti] e poi era e si sentiva vecchio, e non più idoneo né disposto a inseguire nuove avventure e, quindi, non trova migliore e più congeniale occupazione dello scrivere a tempo pieno, raccontando le singolari vicende della sua vita.
La sua fuga dai Piombi di Venezia è stata effettivamente un fatto eccezionale che aveva sbalordito prima i governanti della Repubblica veneziana, che reputavano di possedere una prigione di massima sicurezza, poi aveva sbalordito tutte e tutti coloro che ne erano venuti a conoscenza: in effetti quelle prigioni erano ritenute terribili e a prova di evasione. Le celle erano situate sotto i tetti ricoperti di piombo del Palazzo Ducale di Piazza San Marco e, a causa dell’alta conducibilità termica di questo metallo, erano freddissime d’inverno e s’infuocavano sotto il sole estivo. I condannati vi accedevano attraverso il ponte dei Sospiri [e il nome dice tutto] che passa sul canale detto Rio della Carità, allora Rio di Palazzo. I Piombi erano ritenuti, a ragione, le prigioni più sicure del mondo e nessuno, prima di Casanova, era mai riuscito a fuggire di lì e nessuno mai ci riuscirà dopo perché, essendo collocate proprio sotto il palazzo Ducale sede del Governo della Serenissima Repubblica, erano sottoposte a una vigilanza attentissima.
L’evasione di Casanova ha rappresentato perciò un fatto clamoroso e quasi incredibile e il piano di fuga si è rivelato veramente geniale e la sua esecuzione, ben riuscita ma anche fortunata, è un autentico thriller, pieno di suspense: molto abilmente, sul piano del racconto, Casanova colorisce il suo progetto di fuga con calcoli astrologici e schemi cabalistici in modo che la narrazione riesce anche ad arricchirsi di un arcano alone di mistero. Come è riuscito Giacomo Casanova a fuggire dai Piombi? La cosa peggiore che si potrebbe fare in questo momento in un Percorso di didattica della lettura e della scrittura sarebbe quella di svelare l’arcano alone di mistero che è parte integrante del piacere della lettura: questo racconto merita di essere letto con tutta la suspense che contiene.
Perché era stato arrestato e condannato Casanova? I motivi affiorano via via con chiarezza dal racconto che merita di essere letto e, quindi, è giusto anche in questo caso non fare anticipazioni, se mai possiamo ricordare che Casanova non ha mai fatto mistero dei suoi comportamenti, delle sue idee e delle sue letture predilette sfidando la censura, ed è interessante constatare [ma il fatto non ci meraviglia dopo quello che abbiamo già studiato] che tanto Storia della mia fuga dai Piombi quanto Storia della mia vita siano state scritte in francese perché, afferma Casanova: «La lingua francese è la più diffusa nel mondo, e mantiene una sua purezza in quanto i suoi tutori la condannano a non arricchirsi a spese delle altre lingue, mentre le altre la saccheggiano ampiamente.».
REPERTORIO E TRAMA … per dieci minuti al giorno di lettura e di scrittura:
È consentito lasciarsi sedurre [almeno dieci minuti al giorno] dalla scrittura di Giacomo Casanova, e le sue due opere - Storia della mia fuga dai Piombi e Storia della mia vita – le potete richiedere in biblioteca, incuriositevi …
Casanova [in lingua francese] partecipa al dibattito su la galanteria se debba considerarsi un fenomeno naturale o artificiale, e si schiera contro il naturalismo.
Come mai Casanova vive gli ultimi anni della sua vita non a Parigi ma in Boemia?
Giacomo Casanova, non potendo più tornare a Venezia e non essendo gradito a Parigi, giunge in Boemia nell’autunno nel 1785 all’età di sessant’anni compiuti, e lo rattristava il fatto di essere già vecchio nell’aspetto, di essere senza denti [a forza di curarsi con il mercurio], però era contento di aver trovato un posto da bibliotecario.
Ma per raccontare la vita di Giacomo Casanova sarebbe necessario un percorso intero: questa persona ha vissuto una vita avventurosa, ricca di imprevisti romanzeschi, fin dall’inizio, e la lettura del testo di Storia della mia vita permette di fare a chi l’affronta un’esperienza divertente e anche istruttiva. Il mistero, o se volete l’equivoco, nella vita di Casanova comincia fin dall’inizio perché sul suo certificato di nascita c’è scritto che è nato a Venezia il 2 aprile 1725 e che i suoi genitori sono due attori: Gaetano Casanova e Giovanna Farussi, detta in arte Zanetta, ma è proprio così? Casanova scrive di aver saputo che, molto probabilmente, il suo vero padre era il nobile Michele Grimani, il quale si è voluto liberare di questo figlio illegittimo affibbiandolo, in cambio di una somma di denaro, ai due attori i quali, in quanto attori, erano continuamente in giro per l’Europa a recitare [il teatro italiano andava per la maggiore] e poi lo affidarono alla nonna materna, la madre di Giovanna Farussi, e con lei Giacomo è rimasto fino all’età di nove anni. Casanova ha vissuto un’infanzia come se fosse un orfano: sua madre vera non l’ha mai conosciuta, la madre adottiva la vede saltuariamente e, di conseguenza, anche noi ci chiediamo se era questa la ragione per cui aveva sempre bisogno di conquistare una figura femminile.
Suo padre adottivo, Gaetano Casanova, muore quando Giacomo ha otto anni e la nonna, d’accordo con la presunta mamma che non si è mai occupata di lui, visto che è un bambino debole di salute, lo manda a pensione a Padova dove fa una vita durissima; inizia tuttavia gli studi con profitto e conosce la sua prima indimenticabile esperienza amorosa dalla quale trae insegnamento: capisce subito che la seduzione non è qualcosa di naturale ma è un fenomeno artificiale, è un’arte che va coltivata e sulla scia di questa considerazione derivata dall’esperienza matura l’idea che porta, all’interno del movimento del Romanticismo galante, alla formazione della corrente dell’artificio. Giacomo Casanova, in proposito, non risparmia uno spietato attacco al pensiero di Jean Jacques Rousseau del quale ha letto tutte le Opere ma dal quale, come scrive, «non mi sono mai lasciato sedurre perché nel proporre “il ritorno alla Natura” basa la sua riflessione su un postulato, quindi, su un artificio.».
REPERTORIO E TRAMA … per dieci minuti al giorno di lettura e di scrittura:
Quali di questi termini - accorgimento, espediente, stratagemma, trucco, trovata, invenzione o quale altro – mettereste per primo accanto alla parola “artificio”?... Scrivete...
Fuochi d’artificio è una raccolta di Preludi [24 brevi pezzi per pianoforte apparsi in due fascicoli rispettivamente nel 1910 e nel 1913] di Claude Debussy [1862-1918] il quale in fondo a ciascun pezzo, e non prima, dà un titolo perché ogni Preludio si riferisce a un’immagine o a una località o al verso di una poesia, ma [e questo vuole mettere in evidenza il compositore che non ama essere etichettato come “naturalista”] in realtà la musica non si basa su illazioni di carattere descrittivo perché il linguaggio musicale, scrive Debussy, è uno straordinario artificio... In rete potete ascoltare Bruno Canino che al pianoforte esegue Fuochi d’artificio di Debussy, incuriositevi...
Se si legge la Prefazione di Storia della mia fuga dai Piombi di Giacomo Casanova ci si rende conto che inizia con uno spietato attacco al pensiero di Jean Jacques Rousseau in un momento in cui questo autore viene osannato, e naturalmente questo fatto ha provocato vivaci polemiche. Leggiamo.
Giacomo Casanova, Storia della mia fuga dai Piombi
PREFAZIONE
Jean Jacques Rousseau, famoso per le sue ritrattazioni, eloquentissimo scrittore, filosofo visionario con atteggiamenti da misantropo, sempre disposto a essere perseguitato, scrisse una singolare Prefazione alla sua Nouvelle Héloïse in cui insulta la persona che legge riuscendo tuttavia a non indisporla. Poiché per ogni opera è d’uso scrivere una Prefazione ne scrivo una anch’io, ma solo per presentarmi a chi legge e acquistarne l’amicizia. Si capirà, spero, che non ho pretese letterarie né ambisco a nuove e sorprendenti scoperte morali, come l’autore che ho nominato, che non scriveva come si parla e invece di trarre conclusioni secondo un sistema ordinato, proponeva aforismi che appaiono il risultato di concatenazioni casuali di infervorate circonlocuzioni anziché di logici ragionamenti. I suoi assiomi non sono che paradossi adatti a far il solletico alla mente; passati al vaglio della ragione vanno in fumo.
Premetto che in questa mia Storia non si troverà altro che la storia stessa, perché, per quanto attiene alla morale, Socrate, Grozio, Seneca, Boezio e molti altri hanno già detto tutto quello che c’era da dire. Quindi noi possiamo solo raccontare e ritrarre dei caratteri, e non occorre un grande ingegno per farlo con eleganza. Prego chi legge di considerarmi con simpatia, giacché la mia confessione ha il solo fine di divertire. Se un Libro di questo genere non fosse una confessione sincera bisognerebbe gettarlo dalla finestra, perché un autore che si loda non è degno di essere letto. Sento invece dentro di me pentimento e umiltà, sentimenti indispensabili per una perfetta confessione. Però in essa non c’è nulla che possa farmi trovare spregevole in quanto una confessione sincera può fare apparire spregevole soltanto chi lo è davvero; e chi lo è non fa mai pubbliche confessioni, salvo che non sia pazzo; infatti la persona normale aspira a essere stimata dai suoi simili. Sono certo perciò che non verrò disprezzato. Se ho sbagliato è stato per seguire gli impulsi del cuore o la spinta di una forza istintiva che soltanto l’età ha potuto domare. Basta questo, tuttavia, per farmi arrossire. Il senso dell’onore, che mi deriva da coloro che m’insegnarono a vivere e che considero il mio maggior merito, mi ha fatto sempre da guida, benché non abbia sempre potuto pormi al riparo dalla calunnia. …
Non ci si deve meravigliare della durezza dello scontro: pensate a come Élisabeth Vigée Le Brun, nelle pagine del suo diario, lo discredita pesantemente senza citarlo neppure per nome; i rappresentanti delle due correnti [quella del naturalismo e quella dell’artificio] non si scambiano cortesie.
E ora continuiamo a leggere il testo della Prefazione di Storia della mia fuga dai Piombi e dalle citazioni si capisce che Casanova ha studiato i testi Classici.
Giacomo Casanova, Storia della mia fuga dai Piombi
PREFAZIONE
Dopo trentadue anni mi decido a scrivere la storia di una vicenda occorsami quando ne avevo trenta, “nel mezzo del cammin di nostra vita”. Mi sono deciso a scriverla per evitare la fatica di raccontarla dal principio ogni volta che una persona degna di riguardo e di amicizia mi preghi o mi obblighi a farlo. Mi è capitato tante volte, dopo aver ripetuto questo lungo racconto, di avvertire un vero malessere, o per l’emozione suscitata dal ricordo di questa triste avventura o per la fatica sostenuta per riportare alla mente ogni dettaglio. Ho già deciso da molto tempo di scriverla, ma molte ragioni me lo hanno impedito, superate oggi da quella che m’induce a prendere in mano la penna. Non mi sento più la forza di raccontare la mia lunga avventura, ma nemmeno ho il coraggio di spiegare a chi me lo chiede il perché non ho più quella forza. D’altronde preferirei soccombere alla fatica piuttosto che venir sospettato di scarsa cortesia. Ecco dunque divenire pubblica questa storia che, fino ad oggi, non ho raccontato ad altri “nisi amicis idque coactus” [solo agli amici e per giunta costretto (Seneca).]. Così sia. Sono giunto a un’età nella quale sono obbligato a fare ben altre concessioni alla mia salute. Per raccontare bene ci vuole una buona pronuncia: la lingua sciolta non basta, occorre avere i denti, che sono indispensabili per pronunciare i due terzi dell’alfabeto, e disgraziatamente i miei li ho perduti. Si può farne a meno per scrivere, ma sono indispensabili a parlare bene ed essere persuasivi. È una gran disgrazia sopravvivere alla decadenza della forza fisica, alla perdita di ciò che è necessario per star bene, in quanto la miseria non è altro che la mancanza del necessario. Ma se questi inconvenienti arrivano nella vecchiaia non dobbiamo dolercene: giacché, se ci hanno tolto i mobili, ci hanno lasciato almeno la casa. Chi si uccide per liberarsi da tutti i mali ragiona molto male perché uccidendosi certamente uccide anche le sue sofferenze ma quale beneficio ne trae se, una volta morto, non ha più la possibilità di accorgersene? L’essere umano detesta i suoi malanni solo perché gli rendono scomoda la vita; ma, quando non la possiede più non la può più liberare da essi. “Debilem facito manu, debilem pede, coxa. Lubricos quate dentes. Vita dum superest bene est”[Anche se ti s’indeboliscono le mani, i piedi, le gambe, se batti i denti malfermi, la vita, finché dura, è sempre un bene (Seneca).]. Quelli che sostengono che le sofferenze morali sono più gravi di quelle fisiche sbagliano. I mali dello spirito colpiscono solo lo spirito, mentre quelli del corpo attaccano il fisico e abbattono il morale. Il vero sapiens, il saggio, è sempre e dovunque più felice di tutti i re della terra, “nisi quum pituita molesta est”[salvo quando ha il raffreddore (Orazio).]. Del resto non è possibile vivere a lungo senza che i nostri organi si consumino; credo invece che se non si consumassero sentiremmo di più la violenza nella morte. È impossibile che la materia resista al tempo senza deteriorarsi: “singula de nobis anni proedantur euntes”[ogni anno che passa ci strappa qualcosa (Orazio).]. La vita è come un’amante che amiamo troppo alla quale tutto accordiamo pur di non perderla. Chi predica che bisogna disprezzarla, sragiona: è la morte che bisogna disprezzare non la vita. Sono due cose totalmente diverse. Amando la vita amo me stesso e odiando la morte odio il carnefice della vita. Il saggio tuttavia si deve limitare a disprezzarla perché l’odio è un sentimento scomodo. Ma colui che la teme è abbastanza sciocco perché è inevitabile; colui che la desidera è un vile perché ognuno è libero di procurarsela. Deciso a scrivere la Storia della mia fuga dalle prigioni di Stato, dette i Piombi, della Repubblica di Venezia credo di dover prevenire chi legge prima di entrare in argomento su un punto che potrebbe suscitare delle obiezioni. Non sembra opportuno che gli autori parlino sempre di sé e nella Storia che sto per iniziare non parlo che di me e prego dunque chi legge di accordarmene il permesso e, in cambio, posso assicurargli che non mi sorprenderà mai a elogiarmi nel corso della narrazione perché, grazie a Dio, ho sempre riconosciuto di essere stato la causa prima di tutte le mie disavventure. Quanto alle riflessioni e alle descrizioni dettagliate che si troveranno nel racconto lascio la libertà di trascurarle a chi le troverà noiose. Qualsiasi autore che pretenda di costringere a riflettere tutte le persone che leggono proprio per non pensare è un impertinente. Dichiaro che ho scritto solo per dire la pura verità e che non ho omesso alcun minimo particolare riguardante i fatti raccontati. Quando si decide di esporre una vicenda che non è d’obbligo narrare credo che si debba dire tutto quanto oppure non parlare. Aggiungo che, per accattivarmi la benevolenza di ogni persona, ho creduto di dover mostrare tutte le mie debolezze, tali e quali come le ho constatate. Ho riconosciuto infatti nelle terribili prove subite i miei errori ma ho trovato buone ragioni per assolvermi. Della stessa indulgenza ho bisogno da parte di chi legge e per questo non ho voluto nascondere nulla. Preferisco un giudizio sfavorevole fondato sulla verità a uno favorevole fondato sulla menzogna. Se in qualche parte di questa Storia trapeleranno motivi di amarezza contro il potere che mi ha condannato al carcere costringendomi, per così dire, ad affrontare i rischi che comportava l’esecuzione del mio progetto di evasione, dichiaro che le mie proteste sono del tutto naturali; non possono derivare da odio o da collera in quanto il mio cuore e la mia mente ne sono immuni. Amo la mia patria e quelli che la governano; allora non potevo approvare la mia detenzione perché la mia natura vi si ribellava ma oggi la posso approvare grazie all’effetto che ha avuto su di me e al bisogno che avevo di essere corretto. Però condanno il principio e i mezzi della correzione. Se avessi conosciuto la mia imputazione e la durata della pena inflittami non avrei corso il pericolo di perdere la vita. Se fossi perito sarebbe stato a causa di un dispotismo che gli stessi che lo esercitano dovrebbero abolire in considerazione delle sue funeste conseguenze. …
In effetti Casanova non ha mai conosciuto la sentenza, pronunciata il 21 agosto 1755, che lo condannava a «anni cinque sotto li Piombi per disprezzo pubblico della Santa Religione». Però Casanova muore cristianamente e le sue ultime parole prima di ricevere i sacramenti sono state: «Ho vissuto da filosofo e muoio da cristiano.».
Dopo la vacanza su Giacomo Casanova dobbiamo ancora fare un inciso perché il suo pensiero ha innescato una riflessione che ha coinvolto scrittrici e scrittori sul tema del rapporto tra la natura e l’artificio. Se ben ricordate Vivant Denon [che, dopo la vacanza, ci accompagnerà ancora] nella Nota in cui descrive il ritratto de La Gioconda afferma che in quest’opera «la naturalezza e l’artificio sembrano convivere in modo armonico» e poi, però, si domanda: come possono la naturalezza e l’artificio convivere in modo armonico [qual è il movente?]. Per rispondere a questa e a molte altre domande il viaggio deve continuare.
Siamo a Natale, e voi sapete che il significato di questa festività sta nella parola stessa: il verbo “nascere” rimanda all’atto del prendersi cura e del dispensare accoglienza, e queste due doti [curare e accogliere] dipendono dalla volontà e dall’educazione! E, sulla scia di questa affermazione nella quale si concentra l’essenza del Natale, il nostro viaggio continua il 14, il 15 e il 16 gennaio.
E, quindi, anche nel prossimo anno la Scuola è qui per garantire alle cittadine e ai cittadini di questo territorio il diritto all’Apprendimento permanente! E di conseguenza per concludere - consapevoli che lo studio è cura per il corpo, per l’intelletto e per lo spirito - auspico che possa scendere su di noi l’augurio di un buon Natale di studio!...
