ASSOCIAZIONE ARTICOLO 34 - «LA SCUOLA È APERTA A TUTTI»
PERCORSO DEL PENSIERO UMANO IN FUNZIONE
DELLA DIDATTICA E DELLA SCRITTURA
Prof. Giuseppe Nibbi
In viaggio sul territorio del Romanticismo galante
19-20-21 novembre 2025
SUL TERRITORIO DEL ROMANTICISMO GALANTE
SONO, IN PRIMO LUOGO, LE ARTISTE
A FAR VALERE LE PREROGATIVE DEL FASCINO NATURALE …
Questo è il quarto itinerario del nostro viaggio sul territorio del Romanticismo galante e in queste settimane abbiamo condotto, in compagnia di Vivant Denon, una complessa riflessione sul tema della contiguità tra la parola “museo” e il termine “fascino”, sul tema dell’ambivalenza [priapèa e abrosinea] della parola-chiave “fascino” e sul tema del cosiddetto “travaglio esistenziale dell’artista”, tutti temi che, in età romantica, hanno animato un vivace dibattito intellettuale con risvolti di carattere filologico, filosofico e letterario. Ebbene, la riflessione su questi temi non è ancora terminata e, di conseguenza, dobbiamo continuare a viaggiare insieme a Vivant Denon che questa sera ci fa conoscere una persona che, come lui, rappresenta un’epoca: Madame Élisabeth Vigée Le Brun perché, in quest’epoca, sono in primo luogo le donne, le artiste, a impegnarsi per far valere le prerogative del fascino “abrosyneo” [la delicatezza, lo splendore, la grazia, e il gusto] piuttosto che “priapèo”.
Per conoscere Élisabeth Vigée Le Brun [1755-1842], per prima cosa, andiamo a curiosare [senza essere indiscrete e indiscreti] sulle pagine del suo diario che è stato pubblicato nel 1842, subito dopo la sua morte, col titolo di Souvenirs [Ricordi].
REPERTORIO E TRAMA … per dieci minuti al giorno di lettura e di scrittura:
Il diario di Élisabeth Vigée Le Brun, con introduzione di Benedetta Craveri, è stato pubblicato nel 1990 presso l’editore Mursia e nel 2018 è stato ristampato da Abscondita editore] e tradotto da Giovanna Parodi con il titolo Memorie di una ritrattista…
Incuriositevi richiedendolo in biblioteca…
Quello “dell’autobiografia sotto forma di diario” è come sapete un genere letterario utilissimo per le persone che studiano. Però, per affrontarne la lettura in modo proficuo, è necessario un prerequisito: bisogna conoscere almeno a grandi linee il contesto storico, politico, sociale nel quale si svolgono gli avvenimenti privati narrati: solo in questo caso il diario diventa una vera e propria miniera di dati utili per poter investire in intelligenza, proprio perché scrivere un diario risulta essere di per sé un proficuo esercizio intellettuale.
Il nome di Élisabeth Vigée Le Brun spicca nella Storia dell’Arte perché è stata una stimata pittrice di ritratti a olio e a pastello, è stata anche la pittrice preferita della regina Maria Antonietta e, allo scoppio della Rivoluzione per prudenza si è allontanata dalla Francia e ha viaggiato in Europa per tornare a Parigi nel 1802, l’anno in cui Vivant Denon riceve l’incarico da Napoleone di sovrintendente del Louvre. Nel 1810 Élisabeth Vigée Le Brun si trasferisce fino alla morte in un castello situato a Louveciennes, una piccola località a nord-est di Versailles, nei pressi di Marly-le-Roi, e qui, in questo caratteristico borgo posto sulle alture che dominano una delle più ampie anse della Senna, si dedica soprattutto alla pittura di paesaggio.
REPERTORIO E TRAMA … per dieci minuti al giorno di lettura e di scrittura:
Utilizzando una guida dell’Ile-de-France e navigando in rete potete far visita a Marly-le-Roi e a Louveciennes, incuriositevi …
Nel suo diario Élisabeth Vigée Le Brun rievoca [50 anni dopo] una deliziosa serata trascorsa a Venezia, al Caffè Florian nel 1792, insieme a Vivant Denon.
Élisabeth Vigée Le Brun, Ricordi
Ho passato una deliziosa serata veneziana al Caffè Florian in compagnia di Monsieur De Non. [Madame Vigée Le Brun scrive De Non staccato, nella forma originaria usata della nobiltà dell’Antico Regime, ma quando Monsieur De Non tornerà a Parigi, dopo la Rivoluzione, riterrà opportuno rendere il suo cognome con una parola sola, Denon, alla borghese]. Monsieur De Non, anche quando era molto giovane, non è mai stato bello, il che non gli ha impedito di piacere a un gran numero di donne attraenti perché era dotato di tutte quelle doti che vanno sotto il nome di spirito: vivacità, galanteria, e quel non so che di malizioso nello sguardo, e nel sorriso, che tanto si teme e che pur tanto piace. E così fu sempre carissimo agli uomini, benché fosse infinitamente gradito alle donne, perché persona di qualità: galante e onesta. Monsieur De Non ha incarnato nella sua persona tutto quanto di meglio aveva espresso un’epoca. …
Élisabeth Vigée Le Brun scrive che Monsieur De Non è dotato nella sua interiorità di tutte quelle doti [il garbo, l’eleganza, la finezza, la distinzione, la gentilezza, la cortesia, la bella maniera, il complimento, la civetteria] che vanno sotto il nome di “spirito” [scritto con la s minuscola], e, come ricorderete dal secondo itinerario di questo viaggio, una delle differenze fondamentali tra il Romanticismo galante francese e il Romanticismo titanico tedesco riguarda proprio il significato della parola-chiave “interiorità”.
Per Vivant Denon e per Élisabeth Vigée Le Brun la parola-chiave “interiorità” - declinata in senso “galante” - fa riferimento diretto alla coscienza del proprio narcisismo, alla capacità di piacersi nel proprio intimo per essere in grado di emanare “un fascino naturale” [e, a proposito, il sorriso de La Gioconda – come scrive Vivant Denon - non allude forse a questa idea?]: e che cosa significa “emanare un fascino naturale”? Ecco che, la parola “fascino”, di cui conosciamo la storia nei suoi risvolti priapèi e abrosynei, comincia a essere accompagnata dall’aggettivo “naturale”.
Per Vivant Denon e per Élisabeth Vigée Le Brun “l’interiorità” è uno spazio psicologico nel quale la persona deve coltivare delle competenze estetiche in modo da poter emanare il fascino necessario per piacere all’esterno e per dimostrare alle altre persone che c’è del bello nel suo animo, e che questa bellezza interiore si coniuga “in modo naturale” con il bene. E, quindi, per il Romanticismo galante il tema di “come mostrarsi e comportarsi in modo naturale” diventa un tema da affrontare intellettualmente: per questi artisti come Denon e Vigée Le Brun se il bello corrisponde a ciò che è naturale occorre definire che cosa s’intenda per “naturale”; in questo caso, il Romanticismo galante fa appello al pensiero del Romanticismo titanico che definisce ciò che è “naturale” corrispondente a ciò che è vitale, originario, innato, spontaneo. Scrive Vigée Le Brun nel suo diario: «Le competenze galanti devono manifestarsi “con naturalezza” e ciò significa osservare e descrivere gli avvenimenti, gli oggetti e le persone attraverso uno spirito interiore permeato da competenze galanti: il garbo, l’eleganza, la finezza, la distinzione, la gentilezza, la cortesia, la bella maniera, il complimento, la civetteria e queste competenze “galanti” condizionano il modo di usare le parole, di descrivere i colori, di modellare le forme: condizionano il modo di pensare, creare e produrre Arte.». Se le competenze galanti non si manifestano “con naturalezza” danno luogo a una maniera di esprimersi ridicola, affettata e innaturale e Élisabeth Vigée Le Brun [in nome del Romanticismo galante] reagisce con pungente ironia contro il cosiddetto cicisbeismo artefatto e innaturale, sostenendo che gli intellettuali e le intellettuali “galanti” si devono distinguere dai cavalier serventi, dai cicisbei artefatti, dai corteggiatori petulanti e dalle dame false e contraffatte. L’intellettuale “galante” e la intellettuale “galante” devono impegnarsi nella ricerca de “la naturalezza”, altra parola-chiave appartenente al glossario del Romanticismo galante.
REPERTORIO E TRAMA … per dieci minuti al giorno di lettura e di scrittura:
Quali di queste parole - spontaneità, immediatezza, sincerità, schiettezza, spigliatezza, disinvoltura, semplicità, genuinità, autenticità o quale altra - mettereste per prima accanto al termine “naturalezza”?… Fate la vostra scelta “con naturalezza”…
Leggendo il testo del diario di Vigée Le Brun si viene a sapere che nel 1783 viene invitata a Versailles per ritrarre Maria Antonietta, e un pomeriggio la regina la porta in uno dei padiglioni del palazzo trasformato in una pinacoteca stracolma di quadri appartenenti ai re di Francia: leggiamo questa pagina ritenuta straordinaria da chi studia.
Élisabeth Vigée Le Brun, Ricordi
Quello stesso pomeriggio la regina scese ma non volle posare, volle che la seguissi in un padiglione dove, mi disse, erano conservati molti dipinti: voleva mostrarmene uno in particolare. Fu così che ci trovammo di fronte al dipinto di Leonardo, di fronte al ritratto di quella sconosciuta signora fiorentina che il pittore italiano aveva affidato al re di Francia. Rimanemmo a lungo in silenzio a osservare quella straordinaria figura, come per capire chi e che cosa avevamo davanti, ma quella cinquecentesca signora fiorentina ci irrideva con il suo sorriso, ammaliante, e pieno di mistero. Ci domandammo se fosse una modella ritratta per passione oppure se fosse una sposa raffigurata per commissione. Civettammo sul fatto che, una sposa, si presentasse alla sua glorificazione raffigurativa senza insegne della sua dignità: senza anello, senza gioielli, esposta a quell’abisso che stava alle sue spalle. Questo ritratto, dicemmo, dovette forse causare uno scandalo quando fu esposto al giudizio dei committenti, al giudizio del marito. Forse al pittore fu richiesto di ritoccare il quadro, forse si oppose e volle tenerlo per sé così com’era, rinunciando anche al compenso: ridemmo al pensiero che, in un certo senso, il seducente pittore, volle come impossessarsi di questa signora. Ci divertimmo anche a ricordare la vecchia Marchesa d’Urfé che, volendo ringiovanire e volendo assumere il sorriso della Madonna del Giocondo - che aveva potuto ammirare durante un raduno di nobili intorno al re - fu circuita e salassata nelle sue finanze, per la sua credulità nelle arti magiche di quell’avventuriero veneziano che la convinse di poter esaudire il suo desiderio. La regina mi chiese se pensavo vi fosse un messaggio misterioso in quel ritratto, io pensavo, e lo dissi alla regina, che il pittore probabilmente stava mostrando uno stile nuovo, uno stile più naturale: quella modella era prima di tutto una donna, e dopo rappresentava il suo ruolo, e quel sorriso, che parte dagli occhi, ci rivelava che era lei la vera artista: è il suo fascino a guidare la mano al pittore. Fu così che, più tardi, la regina posò in modo meno regale, in una maniera più naturale e dipinsi quel ritratto della regina che, quando fu esposto suscitò grande scalpore e molte maldicenze: i malevoli, contrariamente ai critici d’Arte, dissero che la regina appariva indecente e per nulla regale, ma in realtà io cercavo solo di mostrare uno stile nuovo ormai emergente, uno stile più naturale che credo di aver contribuito a rendere popolare. …
Il testo della pagina di diario che abbiamo letto [in cui Élisabeth Vigée Le Brun, invitata a Versailles, conversa con la regina Maria Antonietta dinanzi al quadro de La Gioconda] offre la possibilità di fare una serie di significative considerazioni. La prima riguarda proprio la persona di Élisabeth Vigée Le Brun che è stata capace, nella sua qualità di pittrice e di scrittrice, di diventare testimone di un’epoca in cui si è sviluppato l’eterogeneo movimento del Romanticismo “galante”, e attraverso le pagine del suo diario si capisce bene come in questa corrente intellettuale si sia venuto a creare uno stretto e fecondo intreccio tra pittura e letteratura. Élisabeth Vigée Le Brun rappresenta quel consistente gruppo di donne pittrici che, tra il ‘700 e l’’800, entrano in competizione con i loro colleghi maschi per ottenere clienti e un posto nelle Accademie, e questa “riscossa femminile”, soprattutto in Francia, viene temuta dai maschi che detengono il potere in tutte le sfere della società e temono di perderlo; questo timore porta a decretare delle restrizioni nel numero di donne come membri di varie Istituzioni, e persino l’esclusione delle donne dall’Accademia reale francese che, già nel 1706, aveva votato perché non fossero ammesse, anche se poi questa infelice decisione è stata modificata in modo ancor più ridicolo dagli accademici i quali hanno decretato di riammettere le donne ma in numero chiuso, non più di quattro. È chiaro, quindi, che le opportunità per le donne di raggiungere la fama e il successo erano limitate e peggiorava la situazione il fatto che esse non potevano esercitarsi nelle Accademie né frequentare le Lezioni di disegno dal vero [potevano fare le modelle, magari nude, ma le studentesse no!]. Nonostante tutto le artiste nel diciottesimo secolo sono molte e si distinguono per il loro talento, per la loro capacità nell’insegnamento, per le innovazioni stilistiche apportate, per la loro influenza su altri artisti e anche per una certa prosperità economica che determina la loro indipendenza.
Élisabeth Vigée Le Brun è stata una delle più famose e prolifiche ritrattiste di tutta la Storia dell’Arte e ha eseguito più di novecento opere durante i suoi ottantasette anni di vita, e fra queste opere ci sono dipinti di tema storico e paesaggistico ma la stragrande maggioranza sono ritratti raffinati e idealizzati dei personaggi più eminenti del suo tempo: sono le straordinarie immagini di un’epoca, una miniera di informazioni per le studiose e gli studiosi di tutte le discipline, immagini filtrate attraverso l’occhio, lo stile, l’esercizio intellettuale di questa artista: certamente la parte più interessante del suo lavoro sono i suoi autoritratti.
Negli autoritratti e in tutti i suoi ritratti si possono osservare, come in filigrana, i temi tradotti in parole-chiave del Romanticismo galante: il garbo, l’eleganza, la finezza, la distinzione, la gentilezza, la cortesia, la bella maniera, il complimento, la civetteria; ma non solo, si possono cogliere anche i caratteri di uno stile nuovo ormai emergente “lo stile cosiddetto naturale” che questa pittrice, come lei stessa afferma nel suo diario, ha contribuito a rendere popolare in Europa. E «uno stile più naturale »[come scrive nel suo diario] Élisabeth Vigée Le Brun lo attribuisce anche a Leonardo come ritrattista de La Gioconda, e cita Leonardo come «il pittore che probabilmente [con il ritratto de La Gioconda] stava mostrando uno stile nuovo, uno stile più naturale». Ma l’uso della parola “naturale” per Vigée Le Brun è legato però al Rinascimento solo come una citazione ormai lontana nel tempo perché per lei il termine “naturale” fa riferimento, come abbiamo già ricordato, al pensiero del Romanticismo titanico in cui emerge il tema della Natura proposto, come ricorderete, in Francia, prima che in Germania, da Jean Jacques Rousseau [1712-1778].
Nel pensiero di Rousseau, che, come sapete, precorre il Romanticismo [abbiamo detto a suo tempo che lo avremmo rincontrato] la Natura e i sentimenti s’intrecciano, e nelle sue opere le manifestazioni della Natura servono allo scrittore per descrivere i sentimenti, in quanto i fenomeni della Natura rispecchiano i moti dell’interiorità dell’animo umano; a suo tempo [recentemente] abbiamo studiato, a riguardo di questa questione, i testi di Emilio [1762] e delle Confessioni [1771].
Ebbene quando Élisabeth Vigée Le Brun pensa a “uno stile più naturale” si rifà al pensiero di Jean Jacques Rousseau e, come scrive nel suo diario, a un’opera letteraria in particolare: difatti, c’è un’opera di Rousseau pubblicata nel 1761 che ottiene subito un grande successo e viene letta con molto interesse negli ambienti più illuminati dell’aristocrazia, anche se come sapete con circospezione, perché Rousseau è un autore sospetto, va controcorrente, è inviso a Corte ed è antipatico anche agli illuministi come Diderot e D’Alembert dai quali si è distaccato polemizzando violentemente sul tema della ragione.
Quest’opera di Rousseau, che abbiamo incontrato recentemente, strada facendo sul territorio dell’Illuminismo, s’intitola Julie ou la Nouvelle Eloïse [Giulia o La Nuova Eloisa] ed è un romanzo epistolare: i protagonisti ci raccontano gli avvenimenti scrivendosi, scambiandosi delle Lettere, e questo romanzo epistolare, un genere letterario consueto nella letteratura del Romanticismo, esalta due sentimenti che l’autore considera “naturali” per eccellenza: l’amore e l’amicizia. La persona [secondo Rousseau, e Élisabeth Vigée-Lebrun fa proprio questo pensiero scrivendolo nel suo diario] ama il prossimo e coltiva l’amicizia in modo “naturale” perché se c’è artificio razionale non c’è né amore né amicizia, e “la naturalezza” parte dal cuore e risulta indipendente dalla ragione che, secondo Rousseau, è una facoltà artificiale che spesso diventa un impedimento per la piena realizzazione dei sentimenti. Rousseau, nel testo de La Nouvelle Eloïse, trasforma questi due sentimenti, l’amore e l’amicizia [che lui chiama i due idoli del cuore], in tre personaggi ideali, e poi, come al solito tenendo conto del fatto che Rousseau è un seducente scrittore, [ci ricorda Élisabeth Vigée Le Brun] riesce a colorire, riesce a dipingere con le parole questi personaggi costruendo immagini letterarie di grande fascino.
La Nouvelle Eloïse non è un testo di facile lettura, è un romanzo filosofico, e la storia, molto intrigante raccontata attraverso le Lettere che i protagonisti si scrivono, è un pretesto perché in realtà Rousseau vuole compiere una riflessione su grandi temi platonici: sul concetto del bene, del bello, del buono e del giusto. La trama del romanzo [che a grandi linee dobbiamo raccontare per capire che cosa Élisabeth Vigée Le Brun ci vuole dire] è caratterizzata dall’amore tra Giulia e Saint-Preux, un amore reso difficile dagli ostacoli posti soprattutto dalla famiglia di lei che ha già programmato per Giulia, fin da bambina, il matrimonio con un ricco e aristocratico signore; ma Giulia d’Étanges s’innamora, riamata, del suo precettore Saint-Preux: come una novella Eloisa che si innamora del suo maestro Abelardo, ma le convenienze sociali dividono queste due persone, e Saint-Preux deve abbandonare l’incarico di precettore e abbandona anche la Svizzera [dove il romanzo è ambientato] e da Ginevra emigra a Parigi; Giulia è costretta dai suoi genitori a celare questo suo sentimento e acconsente a sposare il non più giovane signore di Wolmar adempiendo a tutti i suoi doveri di sposa e di madre [matris-monia]; ma non dimentica Saint-Preux e, in modo molto leale, a un certo punto, sente il bisogno di confessare al marito questo suo sentimento: il signore di Wolmar, che vuole bene a questa fanciulla e che non aveva mai sospettato di nulla, capisce la situazione e non si sente affatto tradito anzi apprezza la sincerità della moglie e, per testimoniare a lei tutto il suo affetto e tutta la sua stima nei confronti di Saint-Preux, manda a chiamare il giovane e lo ospita incaricandolo del ruolo di precettore dei figli. Saint-Preux, sebbene nel frattempo abbia viaggiato in Europa e in America, non ha dimenticato Giulia e il suo amore per lei e si stabilisce nel castello di Wolmar sapendo - Giulia lo ha avvertito per Lettera - che il marito è al corrente della loro storia d’amore. A questo punto Rousseau, attraverso i personaggi idealizzati del suo romanzo, mette tutta la generazione “romantica” di fronte a una situazione singolare: quella del trionfo del sentimento dell’amore, dell’amicizia e della stima reciproca per cui il signore di Wolmar viene presentato da Rousseau come un vero “romantico gentiluomo galante” che vorrebbe sinceramente che sua moglie [che potrebbe essere sua figlia] realizzasse in modo “naturale” il suo amore. Giulia si trova tra due fuochi: tra l’affetto che nutre per il marito e l’innamoramento che si ravviva nei confronti di Saint-Preux il quale ama sempre di più Giulia ma non vuole tradire il signore di Wolmar che stima molto per il suo comportamento “romantico”, per la sua capacità di comprendere la differenza tra le convenzioni sociali dettate dalla ragione, che sono la causa convenzionale [artificiale] del suo matrimonio programmato con Giulia e le ragioni del cuore che sono la causa naturale dell’amore. Il messaggio filosofico di Rousseau è legato alla riflessione centrale del suo pensiero: la ragione è astuta e direbbe di approfittare ma il cuore invita “naturalmente” a sottostare ai veri sentimenti: infatti, dopo un inverno trascorso con i Wolmar, Saint-Preux decide di ripartire, ma viene presto richiamato da una Lettera di Clara, cugina di Giulia, la quale gli comunica che Giulia è in fin di vita per aver coraggiosamente salvato uno dei suoi bambini che era caduto nel lago, e prima di morire Giulia supplica Saint-Preux di rimanere nella sua casa per occuparsi dell’educazione dei suoi figli e condividere il dolore con suo marito. Questo romanzo, uno dei manifesti del Romanticismo galante, ha avuto subito e ha continuato ad avere un enorme successo tanto per la sua trama che risulta attraente con questo inquietante triangolo amoroso, quanto per il pensiero che veicola. Oggi questo testo risulta di non facile lettura perché appare di una lentezza esasperante nel suo procedere, e la lentezza [purtroppo] ci è sfuggita di mano. Ci sono in quest’opera [come ci ricorda Élisabeth Vigée Le Brun nel suo diario] pagine descrittive di grande bellezza sulla Natura, sul rapporto tra la Natura e i sentimenti, pagine che hanno fatto scuola a scrittrici e scrittori e pittrici e pittori, e poi ci sono, come al solito in Rousseau, lunghe e interessanti] dissertazioni sui più svariati argomenti: sociali, politici, religiosi, filosofici, pedagogici.
REPERTORIO E TRAMA … per dieci minuti al giorno di lettura e di scrittura:
Il romanzo epistolare Julie ou la Nouvelle Eloïse [Giulia o La Nuova Eloisa] di Jean Jacques Rousseau lo potete richiedere in biblioteca e la Scuola non può fare a meno di consigliarne la lettura anche solo di qualche pagina, incuriositevi…
Leggiamo ora una pagina del romanzo La Nuova Eloisa [citata anche da Élisabeth Vigée Le Brun nel suo diario]: la descrizione da parte di Saint-Preux del paesaggio alpino, Natura deserta e selvaggia, diventa un modello del gusto romantico per chi scrive, per chi dipinge, per chi cammina in montagna [in questi anni sta nascendo l’alpinismo moderno]. E la descrizione del paesaggio naturale va di pari passo con la descrizione del sentimento amoroso [soprattutto con la sofferenza che procurano gli addii, e Rousseau cita Petrarca e Tasso dai quali ha attinto ispirazione].
Jean Jacques Rousseau, Giulia o La Nuova Eloisa
Riconoscendo quei luoghi mi prese un forte turbamento, ma mi vinsi agli occhi di lei. Quel posto solitario forma un asilo selvaggio e deserto, ma pieno di quelle bellezze che piacciono alle anime sensibili e sembrano solamente orride alle altre. Un torrente nutrito dallo sciogliersi delle nevi precipitava a venti passi da noi, le sue acque torbide trascinavano fragorosamente fango, sabbia e pietre. Dietro di noi una catena di inaccessibili rupi separava lo spiazzo, sul quale stavamo, da quella parte delle Alpi detta “i ghiacciai”, perché coperta, fin dal principio del mondo, da enormi cime di ghiaccio che continuamente si accrescono. Vaste foreste di abeti formavano una lunga ombra a destra. A sinistra, oltre il torrente, si ergeva un gran bosco d’imponenti querce e, sotto di noi, c’era la sterminata distesa d’acqua di un lago che, in mezzo alle Alpi, ci separava dai ricchi pendii del paese di Vaud, e questo grande quadro naturale era coronato dalla cima imponente del Giura. Tra questi grandi e magnifici oggetti, il poco terreno sul quale stavamo, mostrava gli incanti d’un soggiorno ridente e campestre; alcuni ruscelli trapelavano dalle rocce e scorrevano sul verde come fili di cristallo. Alcuni alberi da frutta selvatici curvavano su di noi i loro rami come a delineare un abbraccio; la terra umida e fresca era coperta d’erba e di fiori. Un così dolce soggiorno pareva dovesse essere il rifugio di due amanti scampati loro soli allo sconvolgimento della Natura. Quando ci fermammo, guardandola con commozione, dissi a Giulia: «Il cuore non ti dice niente, non provi una segreta emozione?». Allora, senza aspettare la sua risposta, la condussi verso una rupe e le mostrai la lettera del suo nome che avevo inciso in mille posti, e vari versi di Petrarca e di Tasso relativi alla situazione in cui mi trovavo, che avevo inciso sulla roccia. Rivedendoli, dopo tanto tempo, sentii come la presenza degli oggetti può potentemente rianimare i sentimenti violenti e ne fummo profondamente scossi nell’intimo dei nostri animi e le dissi: «O incanto eterno del mio cuore! Ecco i luoghi dove per te sospirò il più fedele amante del mondo, dove la tua cara immagine faceva la sua felicità». Rallegrarmi, mi rattristò. A poco a poco sentii aumentare la malinconia che m’opprimeva. Un cielo sereno, il fremito d’argento dell’acqua che ci brillava intorno, il concorso delle più piacevoli sensazioni, persino la presenza di quel corpo adorato: nulla riuscì a distogliere il mio cuore da mille dolorose riflessioni. …
Nelle pagine del suo diario, Élisabeth Vigée Le Brun dichiara di essere stata influenzata nella sua attività di pittrice [acquisendo uno stile più naturale] dalla lettura del romanzo La Nuova Eloisa di Jean Jacques Rousseau.
Il pensiero illuminista nega l’uso del linguaggio di tipo “sentimentale”, così come considera inopportuno e sconveniente farsi travolgere dai sentimenti perché la ragione deve controllare i cuori, gli animi, gli impulsi, le emozioni, le passioni: ma la ragione è davvero in grado di controllare i sentimenti? Rousseau, scrive Vigée Le Brun, lancia la sfida, ha il coraggio di usare questo tipo di linguaggio, e ha la capacità di tradurre in parole gli impulsi, le emozioni, le passioni, i sentimenti, che sono secondo lui “oggetti naturali” e, quindi, travolgenti e irresistibili come le manifestazioni dei fenomeni della Natura: come i torrenti, come i ghiacciai, come gli abissi, come le vette. Scrive Vigée Le Brun: «Rousseau sceglie, non di mettere la ragione a guardia dei sentimenti, ma di mettere la ragione al servizio dei sentimenti» e, come scrittore già “romantico” in piena età illuminista riscuote uno straordinario successo perché i sentimenti non possono essere rimossi dalla ragione, ma vanno curati con l’intelletto [così come la Natura andrebbe protetta con la scienza ecologica].
Élisabeth Vigée Le Brun - che, non a caso, ha voluto chiamare sua figlia, con il nome di Julie - utilizza le idee di Rousseau per dare delle regole alla sua Arte di pittrice creando uno stile che chiama “naturale” e che nasce dallo stretto e fecondo intreccio tra pittura e letteratura. Sappiamo che la committente più importante di Élisabeth Vigée Le Brun è stata la tanto vituperata regina di Francia, Maria Antonietta: queste due donne sono coetanee [sono nate entrambe nel 1755] e Vigée Le Brun dipinge più di venti ritratti della regina austriaca di Francia, dal 1778 fino alla fuga precipitosa della pittrice dalla Francia nella notte in cui i regnanti sono stati arrestati il 6 ottobre 1789. I due ritratti ufficiali di Maria Antonietta eseguiti da Élisabeth Vigée Le Brun più noti sono entrambi in mostra a Versailles e s’intitolano Maria Antonietta con in mano una rosa, datato 1784, e Maria Antonietta coi suoi figli, datato 1787. Questo secondo ritratto è uno dei dipinti più grandi in mostra a Versailles ed è stato commissionato a Élisabeth Vigée Le Brun dal governo di Francia con scopi propagandistici: siccome il popolo odiava la regina e la considerava una cattiva madre ci voleva un’immagine convincente che la riabilitasse come madre di una famiglia felice [e quest’immagine la pittrice la usa poi nei suoi autoritratti con la figlia Julie].
REPERTORIO E TRAMA … per dieci minuti al giorno di lettura e di scrittura:
Sulla rete al nome di Élisabeth Vigée Le Brun corrispondono più di duemila siti di cui 91 sono in lingua italiana… Molti di questi siti riportano le sue opere: i ritratti di Maria Antonietta e i suoi altrettanto famosi autoritratti, inutile dire incuriositevi, vale davvero la pena dedicare un po’ di tempo all’osservazione dell’opera di questa pittrice …
Le parole-chiave che insieme con il termine “naturalezza” stanno caratterizzando l’itinerario di questa sera sono i termini “ritratto” e “autoritratto”.
Dalla parola-chiave “ritratto” parte un sentiero che si snoda per un territorio vastissimo che corrisponde a quello dell’intera Storia del Pensiero Umano, e il Romanticismo “galante” attribuisce a questo termine un valore particolare: il ritratto può avere una funzione celebrativa, istituzionale e, in questo caso, è un oggetto che si lega con la potenza del potere e con i suoi simboli; ma il ritratto, già dal Rinascimento, vuole manifestare anche “una presenza”: l’immagine di un volto amato, complice negli affetti, e il Romanticismo esalta questo aspetto: l’artista che esegue l’opera deve ritrarre la persona non perché la sua figura venga celebrata ed esposta agli occhi di tutti nella sua potenza ma piuttosto per renderla disponibile nell’ambito della cerchia degli affetti. Nei due ritratti ufficiali di Élisabeth Vigée Le Brun che s’intitolano Maria Antonietta con in mano una rosa e Maria Antonietta coi suoi figli [andate a osservarli] la regina indossa abiti eleganti ed elaborati come segno distintivo del suo potere e della sua regalità, e questi abiti non sono del genere preferito dalla pittrice ma li dipinge lo stesso con impegno perché deve anche fare ammenda nei riguardi della Corte, perché?
Basta consultare le pagine del suo diario che Élisabeth Vigée Le Brun ha completato dal 1836 con il suoi Ricordi quando è ormai un’ottantenne, a quasi cinquant’anni di distanza dagli avvenimenti accaduti e, quindi, non ha più quasi nulla da nascondere. Vigée Le Brun scrive nel suo diario: «Detestavo lo stile degli abiti femminili allora in voga, impiegavo tutti i miei sforzi per rendere gli abiti più pittoreschi, più naturali, ed ero deliziata quando, dopo aver preso confidenza con le mie modelle, riuscivo a drappeggiarle secondo la mia fantasia. Deve aver fatto così anche Leonardo eseguendo il ritratto di quella sconosciuta signora fiorentina drappeggiando la sua modella secondo la sua fantasia, in modo più naturale, e così ha fatto anche Raffaello, anche Rembrandt e anche Greuze perché il compito dell’esecutore è quello di ritrarre il soggetto non così com’è ma di trasfigurarlo attraverso la sua fantasia in modo da evidenziare l’aspetto galante della persona e le sue doti naturali, e in questo ho coinvolto anche la regina.».
Il più famoso e controverso ritratto dipinto nel 1783 da Vigée Le Brun per esprimere “uno stile più naturale” è stato chiamato Maria Antonietta in camicia in cui la regina appare “senza freni inibitori, al naturale” e “la camicia” in questione, che ha suscitato scandalo a Corte, sarebbe un abito di mussola leggera, legato in vita come gli abiti delle contadine e delle cameriere, abbinato a un cappello di paglia adornato con piume e un nastro:[unico riferimento regale è la rosa che Maria Antonietta tiene in mano e che aveva scelto come simbolo della sua regalità che in questo contesto risultava un’aggravante. Quest’opera è stata esposta al Salon de Paris del 1783 ma il quadro è stato subito ritirato dall’esposizione per lo scandalo che ha suscitato perché, ecco la motivazione: «la regina appare indecente e per nulla regale»: infatti non si era mai vista una regina in un quadro che la rappresentava abbigliata in simile maniera, in camicia, mentre i critici d’Arte [e ce lo conferma orgogliosamente l’artista nel suo diario] si sono schierati a difesa del suo lavoro che mostrava uno stile nuovo ormai emergente, uno stile che, inizia a essere chiamato “naturale” e che Vigée Le Brun ha reso popolare.
REPERTORIO E TRAMA … per dieci minuti al giorno di lettura e di scrittura:
Andate, cercando in rete, a osservare il dipinto Maria Antonietta in camicia che, oggi, più che procurare scandalo suscita un sorriso… La mussola è un tessuto [che è diventato romantico-galante] trasparente di seta, di lana o di cotone: vi ispira qualche pensiero o qualche ricordo la parola “mussola”?… Scrivete quattro righe in proposito…
Che cosa vi fa venire in mente la parola “ritratto” e c’è un ritratto che vi affascina particolarmente?… Se c’è un ritratto che vi raffigura: chi lo ha disegnato o dipinto e ha una storia il vostro ritratto?… Avete mai disegnato il vostro autoritratto?…
Scrivete quattro righe in proposito…
Élisabeth Vigée Le Brun trascorre dodici anni in esilio dopo la sua fuga da Parigi nel 1789, e viene accolta ovunque in Europa [a Vienna, a Berlino, a San Pietroburgo, a Roma dove lavora incessantemente come ritrattista] e passa anche da Firenze.
Élisabeth Vigée Le Brun ha soggiornato per breve tempo nel 1789 anche a Firenze dove le viene chiesto dal granduca Pietro Leopoldo di Asburgo-Lorena - fratello di Maria Antonietta - di fare un suo autoritratto per la galleria degli Uffizi e questo dipinto è stato realizzato da Vigée Le Brun nel 1790 a Roma. In questo autoritratto per gli Uffizi la pittrice vuole mettere in evidenza il suo ruolo di artista e si autoritrae al cavalletto, con i pennelli e la tavolozza, e sottolinea anche il suo ruolo di ritrattista della regina di Francia perché si raffigura mentre sta ritraendo Maria Antonietta, ma poi, quando ha realizzato una copia di questo quadro ha cambiato il soggetto [la regina aveva perso la testa e lei desiderava tornare in Francia] sostituendo il volto della regina con quello di sua figlia Julie; poi Vigée Le Brun dipinge anche una terza versione di questo suo autoritratto per gli Uffizi e questa volta si autoritrae mentre sta facendo il ritratto a Raffaello, e questo è un riferimento alla sua ammirazione per il grande maestro del Rinascimento ma anche al fatto che, con il suo autoritratto per gli Uffizi, si è guadagnata un posto fra i grandi artisti della Storia della pittura. Di questo autoritratto con Raffaello esiste un’incisione realizzata dal suo amico Vivant Denon in occasione del loro incontro a Venezia nel 1792: e così siamo tornate e tornati al Caffè Florian.
REPERTORIO E TRAMA … per dieci minuti al giorno di lettura e di scrittura:
Andate a osservare l’autoritratto di Élisabeth Vigée Le Brun esposto agli Uffizi in modo da verificare come si configura: chi sta dipingendo sulla tela la pittrice?… Incuriositevi…
Nel suo diario Élisabeth racconta che, durante il suo esilio, suo marito, il signor Jean-Baptiste-Pierre Le Brun, «che era un proprietario terriero e [scrive Élisabeth] un mediocre pittore e uno sfruttatore donnaiolo che aveva scialacquato tutti i suoi soldi» ha chiesto il divorzio perché le sue proprietà non gli venissero confiscate perché la moglie risultava troppo compromessa con l’Antico Regime; in esilio, Élisabeth, libera da vincoli, ha potuto così tenersi la consistente somma di denaro accumulata col suo lavoro di pittrice e al suo ritorno in Francia utilizza questa rendita per acquistare tutte le proprietà [a Louveciennes] dell’ex-marito Élisabeth Vigée Le Brun è figlia di Madame Jeanne Maissin [“donna di rara saggezza e di grande bellezza”] e del pittore Louis Vigée, esperto nell’uso del pastello, che ha avuto appena il tempo di iniziarla alla pittura perché è morto quando lei aveva solo dodici anni. Nel suo diario Vigée Le Brun cita come suoi maestri alcuni artisti, come Raffaello e Rembrandt, dei quali ha studiato e riprodotto le opere, ma l’opera dalla quale dice di aver imparato di più, studiandola e riproducendola, è un dipinto del pittore sentimentale Jean-Baptiste Greuze [1725-1805] intitolato La Lattaia.
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Quest’opera, realizzata nel 1730, è esposta al Louvre: andate a osservare con quale animale fa coppia La Lattaia di Jean-Baptiste Greuze [un particolare che serve a rafforzare l’idea di “naturalezza” che deve emergere da un dipinto]…
Élisabeth Vigée Le Brun è stata spesso accostata a un’altra pittrice di successo vissuta a tra il ‘600 e il ‘700: Rosalba Carriera [1675-1757] nata e vissuta a Venezia e affermatasi in tutta Europa per i suoi delicati ritratti, la sua fama è nata dall’uso che fa del pastello e il suo lavoro ha avuto un enorme impatto nell’arte francese durante il suo soggiorno a Parigi nel 1720. Rosalba Carriera ha dipinto otto suoi autoritratti, compreso un pastello per gli Uffizi in cui tiene in mano un ritratto della sorella, e “un autoritratto che contiene un ritratto”, rafforza il gusto per il ritratto e per l’autoritratto dando linfa al Romanticismo galante.
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Conducete in rete una ricerca su Rembrandt [1606-1669] su Rosalba Carriera [1675-1757] e su Jean-Baptiste Greuze [1725-1805] in modo da osservare i loro ritratti e i loro autoritratti, perché le loro opere, come sostiene Élisabeth Vigée Le Brun, costituiscono un motivo di riflessione perché anticipano il pensiero del Romanticismo galante…
Dal diario di Élisabeth Vigée Le Brun abbiamo letto che, quando la regina Maria Antonietta [che non aveva voglia di posare] porta Élisabeth a visitare il padiglione del palazzo di Versailles dove sono conservati i quadri dei re di Francia, sostando dinnanzi al ritratto ancora sconosciuto de La Gioconda, fanno una serie di interessanti e divertenti considerazioni: ricordano anche la vecchia Marchesa d’Urfé che, volendo ringiovanire e volendo assumere il sorriso affascinante de La Gioconda si è lasciata turlupinare e salassare nelle finanze da un avventuriero veneziano che le aveva assicurato di poter esaudire, con la magia, il suo desiderio.
Chi è la vecchia Marchesa d’Urfé e soprattutto chi è l’avventuriero veneziano che fa credere alla Marchesa di poter, con le sue arti magiche, esaudire il suo desiderio, naturalmente con l’investimento di un’ingente somma di denaro? Costui è arrivato a Parigi in modo rocambolesco dopo essere fuggito dal territorio della Serenissima Repubblica di Venezia ed è completamente senza soldi e qualcosa deve inventarsi per sopravvivere; egli ha a sua disposizione alcune doti: il suo fascino misterioso, la sua galanteria e la sua capacità di seduzione, e queste qualità mette a frutto: fascino, galanteria e seduzione non sono forse le parole-chiave di quest’epoca? La Marchesa d’Urfé ci cade come una pera cotta, e colui che utilizza ad arte anche il sorriso de La Gioconda in modo ambiguo per sbarcare il lunario si chiama [lo avete capito] Giacomo Casanova, il quale possiede anche una straordinaria vena letteraria: quali sono le sue doti in proposito [nell’ambito del Romanticismo galante]?
Per rispondere a questa e a molte altre domande è doveroso procedere con lo spirito utopico che lo studio porta con sé consapevoli del fatto che non dobbiamo mai perdere la volontà di imparare; per questo la Scuola è qui [non perdete il prossimo itinerario che è l’ultimo prima della vacanza natalizia e dell’anno solare in corso]: lo studio è cura e, quindi, il viaggio continua…
