ASSOCIAZIONE ARTICOLO 34 - «LA SCUOLA È APERTA A TUTTI»
PERCORSO DEL PENSIERO UMANO IN FUNZIONE
DELLA DIDATTICA E DELLA SCRITTURA
Prof. Giuseppe Nibbi
In viaggio sul territorio del Romanticismo galante
5-6-7 novembre 2025
SUL TERRITORIO DEL ROMANTICISMO GALANTE
IL GENERE LETTERARIO PRIAPÈO
ESERCITA UNA PARTICOLARE INFLUENZA …
Questo è il terzo itinerario del nostro viaggio sul territorio del Romanticismo galante e quindici giorni fa, partendo dal museo del Louvre dove è conservato il ritratto de La Gioconda, abbiamo condotto insieme a Vivant Denon una complessa riflessione sul tema della contiguità tra la parola “museo” e il termine “fascino”, un tema che, in età romantica, ha animato un vivace dibattito che ha prodotto un interessante interrogativo: è il fascino che emana dal museo che rende significativa un’opera d’Arte oppure è il fascino che emana dall’opera d’Arte che rende significativo il museo che la contiene? E questo interrogativo ha dato addito a lunghe discussioni che ancora continuano e, in proposito, continuano a confrontarsi diverse correnti di pensiero.
E poi, se si vanno a leggere i risultati delle ricerche che la direzione del museo del Louvre periodicamente commissiona per conoscere le opinioni, gli umori, le lacune, i desideri e i bisogni di chi visita il museo, si scopre che alla domanda «Quali parole ti fa venire in mente il ritratto de La Gioconda?», ebbene, il 68% delle persone intervistate sceglie, su un catalogo di termini elencati, la parola “fascino” e ci si continua a domandare, così come si è domandato a suo tempo Vivant Denon, con quale consapevolezza intellettuale venga fatta questa scelta: che cosa si pensa [si domanda Vivant Denon e noi con lui] quando si utilizza la emblematica parola “fascino”?
Il ritratto de La Gioconda di Leonardo conservato nel museo del Louvre dal 1797 è stato descritto, come sappiamo, per la prima volta in modo ufficiale nel 1802 da Vivant Denon sovrintendente all’epoca dei Musei di Francia, ed è stato il testo di questa Nota descrittiva a suscitare il vivace dibattito che ha animato l’età romantica in Europa sulla contiguità tra la parola “museo” e il termine “fascino”: un dibattito che, come abbiamo studiato nel corso dell’itinerario precedente, ha portato le intellettuali e gli intellettuali che vi hanno partecipato - per potersi occupare di questo tema - a studiarne l’aspetto filologico, ad addentrasi nella Storia delle parole, nella Storia delle idee e a riflettere in funzione della didattica della lettura e della scrittura [perché per seguire, animare, condurre un dibattito di natura intellettuale bisogna studiare]; in particolare, ha suscitato grande interesse - sulla scia della parola-chiave “fascino” come sappiamo - la scoperta della Letteratura cosiddetta “priapèa”.
C’è un preciso motivo di studio, che ha una ricaduta sulla nascita della corrente del Romanticismo galante, per cui ci dobbiamo occupare della Letteratura “priapèa” perché se nel 1778 Vivant Denon non avesse scoperto l’esistenza di questa Letteratura non avrebbe potuto un ventennio dopo scrivere con cognizione di causa la Nota descrittiva su La Gioconda di Leonardo e mettere in moto il dibattito [che da Parigi si è diffuso in Europa dando all’età romantica quell’aspetto che è stato chiamato “galante”] riguardante il tema della contiguità tra la parola “museo” e il termine “fascino”.
Quindici giorni fa in finale di itinerario, abbiamo già ricordato che è in Italia, per la precisione in Sicilia, durante un viaggio avventuroso e straordinario, che Vivant Denon scopre la Letteratura “priapèa” e la sua efficacia evocativa, e lo scopre nel cuore di una Sicilia tardo-settecentesca, apparentemente deserta e selvaggia, lo scopre in un convento di monaci Bernardini a Carlentini, vicino a Lentini, a metà strada tra Catania e Siracusa, dove viene ospitato per la notte. Il priore, un monaco austero, ma colto, affabile e dotato di spirito ironico, dopo una frugale cena, fa visitare a Vivant Denon la Biblioteca del convento [«Non creda, caro signore parigino, di essere capitato in mezzo ai selvaggi!», si sente dire in tono amabile ma un po’ canzonatorio Vivant Denon] e il raffinato “signore parigino”, come il monaco lo ha chiamato, rimane basito entrando nella straordinaria Biblioteca del convento fornita di migliaia di opere greche e latine. Vivant Denon, stupefatto, si sente chiedere se prima di dormire voglia leggere un Libro ma davanti a quella grande varietà non sa che cosa scegliere e, allora, il padre guardiano, con tutto lo spirito ironico che possiede, lo consiglia, e impartisce a Vivant Denon la prima Lezione filologico-letteraria sul termine greco “ò fascinos” e su quello latino “fascinum”. E Vivant Denon, per merito di un anonimo monaco siciliano, scopre e subisce il fascino di un autore latino che conosceva solo di nome, Marco Valerio Marziale, autore degli Epigrammi, una delle opere più importanti della Storia della Letteratura, l’opera che costituisce la sintesi filosofico-sapiemziale, oltre che poetica, della Letteratura “priapèa”.
Le parole-chiave e le idee-cardine che Vivant Denon ha imparato da questa Lezione gli hanno aperto la mente e gli sono state utili per conoscere e per capire meglio l’epoca in cui stava vivendo: un’epoca che ha preso il nome di Romanticismo “galante” sul cui territorio stiamo viaggiando.
In che cosa consiste la Lezione di Letteratura “priapèa” su Marco Valerio Marziale e sugli Epigrammi di cui Vivant Denon ha usufruito, da parte di un occasionale ma erudito magister, soggiornando nella Sicilia Etnea tanto da condurlo mentalmente [sulle ali dello studio] fino nella Spagna Tarragonense del I secolo? Vivant Denon [che è una persona curiosissima e un acuto osservatore e che viaggia scrivendo e disegnando, e strada facendo lo conosceremo meglio] viene a sapere che esiste, con il titolo di Priapèe, una collezione di 80 poesie latine raccolte nel I secolo a.C. dedicate al dio Priàpo d’argomento erotico, scritte in forma scherzosa e oscena, dove la parola “fascinum”, derivata dal greco “ò fascinos”, definisce il fallo di Priàpo con tutto ciò che comporta: l’esibizione di questo oggetto e la tensione verso la penetrazione. Questa raccolta [viene a sapere Vivant Denon dall’erudito magister che lo ospita] non è da considerarsi un’opera d’arte, però rappresenta la vivace testimonianza del linguaggio e della Letteratura popolare di un’epoca; mentre il capolavoro letterario priapèo [viene a sapere Vivant Denon dal magister che lo educa], che fa assurgere questo genere al grado di “classico”, è considerato il testo degli Epigrammi composti dello scrittore latino, di origine spagnola, Marco Valerio Marziale vissuto nel I secolo [non si conosce né la data precisa della sua nascita da collocarsi tra il 38 e il 51 né quella della sua morte avvenuta tra il 102 e il 104].
Gli Epigrammi di Marziale [viene a sapere Vivant Denon dal magister che lo sta educando] sono un’opera complessa composta da 1561 versi, soprattutto distici elegiaci, divisi in 15 Libri: non è un’opera di facile lettura [si sente bonariamente ammonire Vivant Denon dal magister che lo erudisce] e per poterla leggere è necessario essere a conoscenza delle parole-chiave e accedere alla comprensione delle idee-cardine che il testo contiene. Quest’opera è altresì importante [impara Vivant Denon] perché è servita agli studiosi di Storia per completare la composizione del quadro di un’epoca, quella degli imperatori Flavi [Tito e Domiziano] e dell’inizio dell’epoca degli imperatori cosiddetti d’adozione come Nerva: quindi, gli Epigrammi di Marziale danno testimonianza di un’epoca in cui la decadenza della romanità è già a uno stadio avanzato e gli imperatori Tito, Domiziano e Nerva, dal 79 al 96, tentano invano di opporsi a una crisi ormai irreversibile.
Marziale, nel testo degli Epigrammi [viene a sapere Vivant Denon dalla Lezione del magister che lo ospita] parla di sé e dei suoi ideali, dei suoi gusti letterari, delle sue aspirazioni, ed è il primo protagonista della sua opera, e il fatto che attraverso il suo Io narrativo riveli in forma di auto-analisi i suoi più intimi pensieri è molto interessante. Nel testo degli Epigrammi Marziale satireggia senza fare del moralismo sul mondo in cui vive sbarcando il lunario, e nei suoi versi critica con feroce ironia e sottile comicità l’ambiente che lo circonda nelle cui contraddizioni, però, lui riconosce di essere completamente coinvolto e di non sapere come venirne fuori: Marziale [apprende Vivant Denon] è lucidamente assuefatto dalla realtà alienante in cui vive, una realtà che caratterizza la Roma imperiale del I secolo, con i suoi vizi, le sue incoerenze, i suoi contrasti, la sua violenza [se ci guardiamo attorno non facciamo fatica capire, con le dovute differenze temporali, le caratteristiche dell’ambiente in cui vive Marziale]. Marziale si pone il problema di come evadere da questa situazione ma le vie d’uscita presuppongono coraggio e scelte troppo drastiche e, quindi, il sistema d’evasione che Marziale sceglie - che per lui diventa anche un mezzo di sussistenza - è la poesia che si materializza nella composizione degli Epigrammi: ancora una volta la scrittura si presenta [a Vivant Denon che ascolta il magister che lo ospita] come uno strumento di straordinaria efficacia intellettuale.
La grande modernità di Marziale [impara Vivant Denon dal suo erudito magister] consiste nel manifestare “uno stato d’animo di lucida assuefazione”, e tanto le intellettuali e gli intellettuali dell’età romantica quanto le cittadine e i cittadini odierni appartenenti al ceto riflessivo [che come voi decidete di animare un’officina di apprendistato cognitivo] si trovano spesso a condividere la condizione psicologica di Marziale che è fortemente critico nei confronti di una società che, in molti dei suoi aspetti, è deprecabile [fa schifo, è oscena]; ma, contemporaneamente, Marziale [così come Viant Denon, come il monaco bernardino che lo ospita, così come noi] si rende anche conto di esserne parte integrante e di partecipare tragicamente alla sua “oscenità” pur essendo alla ricerca di un ambito dignitoso, decoroso, meritevole dove, scrive Marziale, “potersi esiliare”.
REPERTORIO E TRAMA … per dieci minuti al giorno di lettura e di scrittura:
Un ambito dignitoso, decoroso e meritevole dove potersi “esiliare” Marziale lo ha trovato nella scrittura poetica, il monaco siciliano che ospita ed erudisce Vivant Denon lo ha trovato nella Regola di San Bernardo, Vivant Denon lo cerca mettendosi a servizio dell’Arte, e voi in quale ambito pensate di potervi “esiliare” per reagire nei confronti dei molti aspetti deprecabili della società in cui oggi viviamo?…
Scrivete quattro righe in proposito…
Ma in quale ambiente vive Marziale a Roma?
Marziale a Roma [impara Vivant Denon dalla Lezione dell’erudito magister che lo ospita] vive a contatto con un ambiente molto particolare: quello dei clientes, una congrega composta da parassiti, ladri, pitocchi, bevitori, cortigiane senza scrupoli, disabili costretti a mendicare, finti filosofi, piccoli truffatori, e nel descrivere magistralmente questi personaggi, Marziale ricerca l’effetto comico, scherzoso e, naturalmente, anche l’effetto osceno in chiave priapèa: una delle parole-chiave, la più importante, che caratterizza la poetica di Marziale è la parola “fascinum”, un termine che Marziale utilizza nella maggior parte dei testi degli Epigrammi nel suo significato originario, per cui il termine “fascinum” designa l’oggetto fallico, ma non tanto il fallo di Priàpo nella sua funzione di amuleto, ma il fallo in generale accompagnato dalla menzione di tutte le parti del corpo che possono essere usate nell’ambito della sessualità come elementi per mettere in risalto l’ironia, la comicità e l’oscenità, ma agisce sempre utilizzando magistralmente il linguaggio metaforico in chiave poetica.
E poi in un certo numero di Epigrammi Marziale esalta con decisione le virtù alle quali vorrebbe aspirare e a cui tutte le persone dovrebbero ambire: la delicatezza, lo splendore, la grazia, il gusto [e si capisce che Marziale conosce bene il concetto saffico di abrosyné] e poi la cortesia, l’eleganza, la finezza, la distinzione: in questo caso, quando usa il termine “fascinum” fa esplicito riferimento al termine con cui Saffo, come ben sapete, definisce “la corona dell’amore”; quindi l’intenzione di Marziale [come impara Vivant Denon dalla Lezione del magister che lo ospita] è quella di far in modo che la persona, mentre legge il testo dei suoi Epigrammi, dopo aver riso per il significato osceno del termine “fascinum”, cominci a riflettere sul più profondo significato estetico del termine stesso. Non c’è persona, scrive Marziale, formulando un pensiero simile a quello del “pessimismo responsabile” di stampo illuminista, che non aspiri a usufruire dei positivi vantaggi che possono procurare le virtù estetiche condensate nel termine “fascinum” come lo ha coniato Saffo, perché sono queste le qualità che rendono migliore la vita; ma l’acquisizione di queste virtù, afferma Marziale, dipende dalla volontà e dalla responsabilità di ogni persona che deve essere capace di opporsi con fermezza a ciò che la società, in costante decadenza morale, propone: la società [e Marziale si riferisce a quella romana del I secolo] offre uno stile di vita fondato sui disvalori [entusiasmi sfrenati, passioni convulse, fanatismi deliranti] legati al mito del “fascinum priapèo”, una vita vissuta con un tasso qualitativo molto basso [in cui l’avere e l’apparire soppiantano l’essere della persona]. La persona se ne rende conto di fare una vita permeata dallo squallore morale [per usare un eufemismo di fare “una vita del fascinum!”. Espressione che tradotta in lingua corrente suona in modo sboccato] ma il comportamento degli individui è irresponsabile perché, scrive Marziale, invece di mutare stile di vita in senso qualitativo reagiscono estraniandosi e cercando di dare un senso alla propria esistenza con ciò che di giocoso, di brioso, di burlesco, di farsesco propongono i rituali priapèi, utilizzando ciò che provoca la loro alienazione e il loro continuo stato di insoddisfazione, rincorrendo le esibizioni del fallo di Priàpo, e gli svaghi più sguaiati e triviali presentati in forme accattivanti. Il risultato che gli individui pensano, lì per lì, di potersi sfogare ridendo, allontanando i cattivi pensieri, ma quando l’effetto del rituale termina si accorgono amaramente di aver giubilato solo alla faccia della loro misera sorte che, afferma Marziale, è in buona parte voluta, per viltà, per ignavia, per paura, per disattenzione, per pigrizia, per indolenza, per poltroneria, per noncuranza, per negligenza, per ignoranza. La società romana del I secolo assomiglia molto alla nostra in cui l’esibizione dei rituali priapèi [sotto molteplici forme, con entusiasmi sfrenati, con passioni convulse, con fanatismi deliranti] è in corso.
Ma gli Epigrammi più belli, ancor più significativi di quelli in cui l’autore tratta il tema filosofico-sapienziale legato all’ambivalenza del termine “fascinum” [come impara Vivant Denon dalla Lezione del magister che lo ospita], e che si presentano come veri e propri pezzi di bravura descrittiva, permeati di malinconia e di nostalgia, sono certamente quelli in cui Marziale descrive il paesaggio, soprattutto rievocando la sua terra d’origine, la Spagna Tarragonense: infatti, Marziale è nato a Bìlbilis, che corrisponde all’odierna cittadina di Calatayud, nella regione dell’Aragona, e al tempo di Marziale il territorio tarragonese che circonda questa città era dal 197 a.C. una provincia romana: e quindi prima di proseguire è interessante fare un breve viaggio.
REPERTORIO E TRAMA … per dieci minuti al giorno di lettura e di scrittura:
Con la guida della Spagna e navigando in rete è utile visitare la cittadina di Calatayud che conserva i resti romani dell’antica Bìlbilis e poi i monumenti della cultura araba dell’VIII secolo [il castello, la torre] e poi le chiese del medioevo cristiano: la chiesa più importante, Santa Maria la Mayor è sorta sull’antica moschea e possiede un pregevole portale di scuola francese e, quindi, in questa cittadina la cultura romana, quella araba, quella ispanica e quella francese s’intrecciano dando significativi risultati artistici, incuriositevi e buon viaggio…
Ma, a proposito, che cosa è andato a fare Vivant Denon in Sicilia dove ha scoperto la Letteratura priapèa e il personaggio di Marziale e la sua opera?
Vivant Denon, come sappiamo, viaggiando in Sicilia nel 1778, scopre gli Epigrammi di Marziale nella biblioteca del convento dell’ordine di San Bernardo a Carlentini, vicino a Lentini, a metà strada tra Catania e Siracusa.
REPERTORIO E TRAMA … per dieci minuti al giorno di lettura e di scrittura:
Fate una visita Carlentini con la guida della Sicilia e navigando in rete, incuriositevi…
Il priore del monastero gli traduce i versi di questo capolavoro e, con bonarietà e ironia, tiene a Vivant Denon una erudita Lezione sulla Letteratura priapèa e sul significato dell’opera di Marziale. Vivant Denon rimane colpito dal fatto che la poetica [il contenuto filosofico-sapienziale e lo stile] degli Epigrammi rimandi al tema che, dalla seconda metà del ‘700, sta emergendo nel dibattito europeo riguardante la questione del rapporto tra la vita e l’arte: praticare un’attività artistica [frequentare la Scuola delle Muse, il Museo, lo spazio dell’abrosyné] giova a dare un senso alla vita della persona e serve ad arricchire qualitativamente la sua esistenza; la pratica artistica [e “lo studio”] trasforma la personalità della persona tanto da renderla “diversa” rispetto al sentire comune che è caratterizzato dalla mancanza di interessi estetici [abrosynei] perché è orientato quasi esclusivamente verso convenienze materiali [priapèe]?
Ma ci siamo chiesti che cosa è andato a fare Vivant Denon in Sicilia? Nel 1778 Vivant Denon - che si trova a Napoli come consigliere dell’ambasciatore di Francia, il conte Clermont d’Amboise - viene inviato in Sicilia con il compito di stendere un resoconto sulle straordinarie antichità presenti sull’isola già descritte in altre spedizioni come quella del 1759 dell’Abate Richard de Saint-Non; Vivant Denon, che è uno studioso di Storia dell’Arte ed è un esperto disegnatore e incisore, è molto contento di ricevere questo incarico e, come si aspettava, rimane affascinato dal sud dell’Italia, da tutto ciò che vede e dalle persone che incontra: esegue molti disegni e soprattutto tiene un diario che farà pubblicare nel 1788 a Parigi con il titolo di Viaggio in Sicilia.
REPERTORIO E TRAMA … per dieci minuti al giorno di lettura e di scrittura:
Per curiosità, la Casa editrice Edi.bi.si di Messina, nel 2014, nella collana Biblioteca di storia del viaggio in Sicilia ha dato alle stampe una parte del Viaggio in Sicilia di Vivant Denon intitolata Viaggio a Palermo in cui l’autore descrive le bellezze del capoluogo siciliano…
Mentre il Banco di Sicilia nel 1979 ha fatto stampare in due volumi con il titolo Settecento Siciliano. Traduzione del Voyage en Sicile di Vivant Denon e R. Saint-Non… Ma per leggere una sintesi, seppur breve tuttavia interessante, di Viaggio in Sicilia di Vivant Denon si può usufruire del sito dedicato a questo personaggio da wikiquote.org dove ci sono una serie di citazioni tratte dal testo di quest’opera… Incuriositevi…
Ora leggiamo la pagina di Viaggio in Sicilia in cui Vivant Denon immortala la straordinaria figura del padre priore dei Bernardini a Carlentini, un autentico magister scolastico che propone all’ospite, in quanto «francese, uomo di mondo e studioso» per passare la serata, prima di andare a dormire dopo una cena frugale, la lettura di un’opera considerata oscena e messa all’Indice dalla Chiesa, gli Epigrammi di Marziale, sostenendo tuttavia che «anche mostrando l’oscenità, uno scrittore, se è vero poeta, può additare la via della morale» e, difatti, è ciò che Marziale ha fatto.
Vivant Denon, Viaggio in Sicilia
Seguimmo uno splendido vallone nel quale un fiume [il Simeto], cadendo di pianoro in pianoro, forma a ogni momento delle cascate fruscianti o dei piccoli laghi tranquilli, oppure, dividendosi, si nasconde, formando dei graziosi ruscelli che producono, oltre la fertilità, un’eterna primavera. Arrivammo a Villa Ascondi [Villasmundo] una borgata nuova, graziosamente costruita su una montagnetta formata da un’antica eruzione vulcanica la cui lava è rossastra, spugnosa e meno dura di quella dell’Etna che ne dista sessanta miglia. Lì ci colse la notte e, quasi a tentoni, arrivammo, per una strada molto difficile, a Carlentini, città costruita da Carlo V che volle farne un quartiere generale delle truppe di Sicilia. Questo progetto, però, è rimasto fermo alle mura. Le case sono talmente basse che le strade somigliano tuttora a un accampamento, e tremila abitanti vi vivono in miseria. Avevamo con noi una Lettera di raccomandazione dell’arcivescovo di Siracusa per il suo gran vicario che ci fece alloggiare al convento dei Bernardini. In questo convento, dove passai la notte, incredibile a dirsi, c’è una ricca biblioteca di classici greci e latini, è lì che ho incontrato Marco Valerio Marziale. Dopo una frugale cena il padre guardiano, uomo colto, ironico e affabile oltre che monaco austero, considerandomi francese, uomo di mondo e studioso, mi ha proposto la lettura di un’opera che non conoscevo sostenendo che «anche mostrando l’oscenità, uno scrittore, se davvero è poeta, può additare la via della morale». Il padre mi ha letto, tradotto e interpretato con voce calma da maestro dell’anima un buon numero degli Epigrammi di Marziale e ho passato con lui una piacevole serata di studio e di riflessione, voglio ben sperare di avere imparato qualcosa da una Lezione così ricca perché così insperata. In questa maniera ho avuto l’occasione di far conoscenza con gli Epigrammi dello scrittore iberico romano Marco Valerio Marziale, poeta mendicante, accattone e fannullone, osservatore della vita. Con questi suoi Epigrammi chiedeva ai grandi signori alcune sovvenzioni per non morire di fame. Egli amò le dimore signorili, ma le frequentò professandosi ignaro delle norme del ben vivere, fingendo di dimenticare le regole della buona creanza, proclamandosi sgarbato e poco civile. Non conobbe il fascino del sesso gentile, né amò altre donne che le cortigiane, ma non se ne vantava, anzi se ne doleva, perché sminuiva la sua arte. Fu ammiratore di Virgilio, e sentiva che lo spirito epico non doveva esser confuso con le ridicole imitazioni, che considerava vane e inutili esercitazioni letterarie. Non amò gli antichi poeti moralisti, preferì i poeti come Ovidio, perché più vivi e umani. L’umorismo triste, la malinconia romantica, il motteggio, la caricatura, sono le sue note personali, che fanno di lui un grande poeta. La sua vita è stata come una rinnovata ricerca di Diogene, avido di scoprire vere creature umane, non ha trovato che miserabili e vili: il vanesio, il ladro, l’imbroglione, il dissoluto. Lo si è accusato d’essere stato un poeta cortigiano, un adulatore via via di Tito, Domiziano e Nerva. Ma d’altro canto egli non ha mai voluto elevarsi a giudice del prossimo né ha ritenuto sé stesso scevro da colpa. Non chiese alla società se non ch’essa gli fornisse argomenti inesauribili di risa e di motteggio, ma senza voler fare il correttore di costumi, svolse una missione satirica con fondamento morale. Come parassita della mensa signorile ha anticipato la figura del giullare. Dai suoi versi Marziale sembra essere un uomo ingegnoso, acuto e pungente, che ha nello scrivere moltissimo di sale, di fiele e non meno di sincerità. Il suo merito mi sembra risiedere non solo nello spirito, ma anche nella successione rapida delle immagini viventi. È certamente uno scrittore abile e seducente. Qualche volta sfiora Aristofane. Gli Epigrammi di Marziale sono come dei diamanti ben sfaccettati, sono come una collezione di statuette priapèe, non tutte da esporsi - così mi disse il padre - agli occhi di tutti, che rappresentano il mondo romano, con una grazia e una vivacità straordinarie: cominciano con una presentazione oscena e finiscono con una stoccata che stimola la mente a ravvedersi. Negli Epigrammi si esalta il fascino nel suo duplice esplicitarsi: il fascino priapèo dei personaggi più osceni e il fascino abrosyneo dei paesaggi, della natura e dell’anima, descritti con la maestria del pittore...
Vivant Denon impara molto dalla inaspettata Lezione ricevuta e, come vedremo strada facendo, metterà a frutto ciò che ha appreso tanto come esperto incisore quanto sotto il profilo letterario. E ora tiriamo ulteriormente le fila delle nostre riflessioni.
Se nel 1778 Vivant Denon non avesse scoperto in Sicilia l’esistenza della Letteratura priapèa non avrebbe potuto scrivere con cognizione di causa, vent’anni dopo, la Nota descrittiva su La Gioconda di Leonardo e non si sarebbe messo in moto il dibattito riguardante il tema della contiguità tra la parola “museo” e il termine “fascino”, un dibattito che da Parigi si è diffuso in Europa dando all’età romantica quell’aspetto che è stato chiamato “galante”; da questo dibattito, in chiave filologica, filosofico-sapienziale e letteraria, è risultato che il concetto contenuto nella parola-chiave “fascino” ha manifestato un’ambivalenza: difatti, è emerso un tipo di fascino detto priapèo, legato al culto del dio Priàpo, con caratteristiche orfico-dionisiache, che spinge gli individui a comportamenti materiali e animaleschi e un fascino detto abrosyneo, legato al programma della Scuola di Saffo che indirizza le persone verso le attività artistiche Il fascino detto priapèo fa emergere tutto ciò che è vita, mentre il fascino [etto abrosyneo stimola attitudini intellettuali utili a rappresentare la vita nei suoi vari aspetti.
Ora, questi due elementi aporetici, contraddittori, il priapèo e l’abrosyneo, possono [si domanda in primis Vivant Denon] essere disgiunti l’uno dall’altro? Sembra proprio che il fascino, per essere tale, abbia bisogno di entrambi questi elementi contraddittori e conflittuali, il priapèo e l’abrosyneo, e con quali conseguenze? La conseguenza è che questa situazione determina una sorta di tormento nell’animo di chi sceglie di dedicarsi all’Arte, e quello che è stato chiamato “il travaglio esistenziale dell’artista” [capisce Vivant Denon] sta nel fatto che la persona votata all’Arte comprende di dover vivere un conflitto inconciliabile tra il proprio Genio e la propria vita: questa situazione la porta all’isolamento in quanto non può vivere e non è capace a vivere “come gli altri”, come gli individui che non riflettono mai sul significato che ha la loro esistenza.
Vivant Denon comincia a elaborare la tesi del “tormento esistenziale dell’artista” colpito dal racconto della biografia di Marziale e questo diventa uno dei temi romantici per eccellenza. Vivant Denon, nel cercare conferma della validità di questo concetto [“il travaglio esistenziale dell’artista”], dà inizio allo studio sistematico delle biografie delle artiste e degli artisti introducendo nella Storia dell’Arte l’idea che «c’è una relazione tra la vita della persona dedita all’Arte e la sua opera.».
Che cosa impara Vivant Denon dalla biografia di Marziale? Marco Valerio Marziale [narra a Vivant Denon il magister che lo ospita] aveva 24 anni quando, lasciata Bìlbilis, nella Spagna Tarragonese dove era nato verso il 40 d.C., arriva a Roma per cercare fortuna. Presto entra in contatto con molte famiglie potenti dell’epoca, tra cui la famiglia dei Pisoni: in casa dei Pisoni si raccoglie l’opposizione a Nerone, guidata, tra gli altri, dal giovane poeta Marco Anneo Lucano, di famiglia iberica, nipote di Seneca. I Pisoni, nel 65, organizzano la famosa congiura contro Nerone, che non ha successo e come sapete si scatena una feroce repressione: tutti gli oppositori di Nerone vengono uccisi. Marziale entra anche in contatto con Seneca, suo connazionale, da cui riceve appoggio e aiuti economici, ma anche Seneca è coinvolto nella congiura dei Pisoni e si toglie la vita «per non respirare la stessa aria del tiranno.».
A questo punto Marziale rimane senza sostegno e deve vivere con fatica e umiliazione la condizione di poeta-cliens, del cliente, accettando suo malgrado gli obblighi di questa condizione di servilismo. Nonostante abbia condotto una vita modesta e precaria, Marziale ha cercato sempre di ritagliarsi addosso la figura del poeta orgoglioso della propria dignità, moralmente irreprensibile, e fiero del proprio successo, un successo che, però, non ha comportato mai grandi riconoscimenti sul piano economico: non esistendo, a quel tempo, il diritto d’autore, il poeta non aveva alcun guadagno dalla vendita delle proprie opere e, quindi, Marziale ha inaugurato il topos del poeta squattrinato, del perdente di successo, magari famoso ma povero, indigente ed emarginato che subisce nel suo animo il tormento del conflitto tra la sua vita e la sua Arte.
La conoscenza della biografia di Marziale serve, quindi, a Vivant Denon per riflettere sui temi del rapporto tra l’Arte e la vita, dell’isolamento dell’artista che è chiamato a vivere, in quanto personalità diversa, [ex grege] fuori dal gregge. Questo complesso tema [la questione del rapporto tra l’Arte e la vita] porta gradualmente il Romanticismo fuori dal territorio del Romanticismo, ma questa è un’altra storia della quale ci occuperemo a suo tempo.
REPERTORIO E TRAMA … per dieci minuti al giorno di lettura e di scrittura:
In biblioteca potete richiedere gli Epigrammi di Marziale - un’opera composta da 1561 versi soprattutto distici elegiaci divisi in 15 Libri - pubblicati in molte edizioni e, quasi tutte con testo latino a fronte… Incuriositevi…
E ora facciamo un assaggio dagli Epigrammi di Marziale. Cominciamo leggendo un frammento poetico di tendenza priapèa: gli Epigrammi in cui si manifesta il concetto di “fascino” in chiave priapèa hanno un tono scandaloso anche se non c’è una parola fuori posto nel lessico di Marziale e gli Epigrammi di questo tono sono i più numerosi [i tre quarti della raccolta] e c’è solo l’imbarazzo della scelta. In questo Epigramma il poeta si lamenta perché vorrebbe che la sua compagna fosse più attiva eroticamente nel fare l’amore.
Marco Valerio Marziale, Epigrammi
Amo, mia cara, le liete notti che si prolungano continuando a bere vino:
tu bevi solo acqua e poi ti alzi in fretta, malinconica, vuoi far l’amore al buio: a me
piace giocare sotto la lucerna, mi piace che la luce ti possa penetrare dappertutto.
Tu ti vuoi per forza nascondere in fasce, in tuniche, in scure camicie, per me, a letto,
nessuna donna è mai nuda abbastanza. Adoro i baci che imitano i baci delle tenere
colombe: i tuoi baci, mia cara, sono come quelli che si danno alla nonna sdentata,
la mattina. Non giochi all’amore con i gesti, con le dita e neppur con le parole,
ti avvicini come un vecchio sacerdote che prepara un mesto sacrificio.
Tutte le volte che, a Troia, Andromaca sedeva a cavallo di Ettore, tutti gli abitanti
del palazzo, servitù compresa, partecipavano a questo bel torneo di pace e di delizia.
A Itaca, in quel letto d’ulivo, anche se Ulisse russava, la perseverante Penelope
teneva la mano, sempre pronta e delicata, sul fascino rilassato di Priàpo.
Se ti piace essere sempre così seria, mia cara, fai pure Lucrezia, ma di giorno,
di notte almeno, ti prego, vorrei che tu ti tramutassi in Laide
e tu scoprissi in te il riso, i gesti e il gusto di una avvenente cortigiana. …
E ora leggiamo un frammento di tendenza abrosynea: gli Epigrammi in cui si manifesta “il fascino abrosyneo” hanno un carattere maggiormente descrittivo ma conservano comunque un carattere erotico ma rappresentato con un linguaggio di una straordinaria ricercatezza estetica e dall’encomiabile valenza metaforica, dando vita a uno stile che ha fatto scuola in campo poetico.
Marco Valerio Marziale, Epigrammi
O mio libretto, mentre ti sto scrivendo, vola sulle ali di questi miei pensieri, vola fino
al vasto mare, e poi naviga con il favore benigno delle onde. Va’ verso la rocca
spagnola Tarragona, correndo agile, spinto da propizio vento: là verrà a prenderti
un carro e, dopo aver cambiato carrozza cinque volte, vedrai le forti mura di Bìlbili,
la mia città, con le sue torri slanciate verso il cielo, che sono belle come le gambe
nude di Lacinia, quando balla, con eleganza, sul rialzo del tempio di Afrodite.
Tu vuoi sapere perché ti mando sulle ali di questi pensieri, mentre ti sto scrivendo,
o mio libretto? Ti mando a salutare i miei amici, pochi, ma di vecchia data, visti
l’ultima volta, più di trent’anni fa, per ricordare che sono figli di Spagna, come me.
Ti mando a contemplare le colline tarragone, dipinte con tutte le tonalità del giallo,
sono belle, turgide e rotonde, come i seni ondeggianti di Lecinia, quando balla,
con gusto, sul rialzo del tempio di Afrodite. Ti mando a contemplare i fiumi
tarragoni, con tutte le tonalità del blu, scorrono rapidi, limpidi e invitanti,
come gli sguardi degli occhi di Licinia, quando balla, nello splendore,
sul rialzo del tempio di Afrodite. Ti mando a contemplare le notti tarragone
che non hanno la tonalità del buio perché la via lattea tutto illumina: imbocca,
o mio libretto, questa strada con passo gradevole e privo di preoccupazioni.
Addio, compagno dei pensieri, un favorevole vento ha aperto il porto, come Lucinia
si apre con piacere, quando balla, sul rialzo del tempio di Afrodite. …
È doveroso rendere giustizia a Marco Valerio Marziale, accusato nel corso dei secoli di oscenità, oggi, di fronte all’indecenza che ci circonda, la sua arte poetica appare sublime e, quindi, commentiamo il testo del secondo Epigramma che abbiamo letto.
Avete notato come Marziale gioca, di verso in verso, con il nome di questa fanciulla: Lacinia, Lecinia, Licinia e Lucinia, presentandola con diverse sfaccettature, a seconda delle circostanze e facendone un modello intellettuale. In che modo?
Marziale propone a chi legge un’interessante esercitazione filologica: il nome della fanciulla cambia in funzione della situazione mitica che rappresenta, e Lacinia è la figura mitica di una giovane che ha partecipato alla difesa delle antiche mura di Roma al tempo leggendario dei re e qui Marziale ne parla per rafforzare l’immagine delle mura della città di Bìlbilis; Lecinia è la figura mitica di una giovane donna che, secondo una tradizione tragica, ha allattato Dioniso neonato e qui Marziale ne parla per rafforzare l’immagine delle colline simili a seni rotondi, turgidi e fecondi; Licinia è la figura mitica di una ragazza che ha risalito a nuoto un fiume impetuoso dalla foce alla sorgente e qui Marziale la cita per rafforzare l’immagine dei fiumi tarragoni; infine Lucinia è la figura mitica di una fanciulla che rappresenta la personificazione della via lattea, un agglomerato di stelle che illumina il cammino notturno, che dona luce all’ispirazione di cui il poeta ha bisogno per esprimere i suoi pensieri.
Non è facile [e anche Vivant Denon ne ha fatto esperienza in Sicilia, un’esperienza intellettuale inaspettata che per lui è risultata fondamentale] leggere i versi di Marziale senza possedere le chiavi di lettura: versi nei quali più che l’aspetto osceno, che è certamente quello più immediato ma meno rappresentativo, prevale l’aspetto filologico dato dai riferimenti colturali che, se si sanno afferrare, sono i più godibili, quelli che procurano il sottile piacere del testo: tutti i termini che nei versi degli Epigrammi si rifanno alla pratica sessuale possiedono una straordinaria ricercatezza estetica e un’encomiabile valenza metaforica che ha fatto scuola in campo poetico.
Ebbene, non si può non ricordare che su questo concetto riguardante le variazioni applicate a un nome per rappresentare le sue sfaccettature mitiche in funzione poetica [operazione intellettuale resa possibile anche dalla vastità della rete dei racconti e dal numero elevato di figure mitiche] si è soffermato l’eclettico studioso Walter Benjamin [1892-1940] che nella sua opera intitolata L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica mette in evidenza come questo concetto estetico, utilizzato spesso da Marziale negli Epigrammi, lo si possa cogliere applicato in molte opere di Arte contemporanea, per esempio quando Pablo Picasso [1881-1973] dipinge più volti di donna sullo stesso volto di donna [e non è difficile osservarne una tra le tante di queste opere]. «Picasso raffigura [scrive Benjamin] la ricerca mitologica sui nomi più volte attuata da Marziale nei suoi Epigrammi. E tutte le artiste e gli artisti delle avanguardie del primo Novecento hanno amato gli Epigrammi di Marziale e la figura del poeta mendicante che ha portato con la sua opera una vena galante e tormentata nel movimento romantico.». Si deve osservare come le varie sfaccettature mitiche del nome della fanciulla [Lacinia, Lecinia, Licinia, Lucinia] che Marziale mette in scena risultino fondamentali per dare “sostanza e forma estetica” ai versi poetici degli Epigrammi: questa fanciulla non avrebbe corpo senza l’apporto della citazione mitica, e così senza il richiamo della citazione mitologica non avrebbe corpo neppure la terra tarragona. E, infine, la fanciulla balla su “il rialzo del tempio di Afrodite”, ed è questa un’elegante allegoria che richiama il fallo di Priàpo sempre in erezione, è una poetica metafora fallica che interpreta in chiave abrosynea il termine “fascinum”, è un’immagine poetica con la quale Marziale fa interagire un contenuto priapèo con una forma abrosynea: c’è una bella differenza estetica tra la dicitura “sul rialzo del tempio di Afrodite” e un banale intercalare dove domina la stanca ripetizione dell’unico sinonimo sostitutivo del termine fallo che si è soliti usare oggi.
E ora per portare a termine questa incursione nella filologia degli Epigrammi di Marziale, non si può rinunciare a compiere un’incursione nel territorio tarragonese.
REPERTORIO E TRAMA … per dieci minuti al giorno di lettura e di scrittura:
Con la guida della Spagna e navigando in rete potete visitare la città di Tarragona, la capitale [“tarraco” significa capitale] della regione del nord-est iberico ai tempi di Marziale, di cui parla negli Epigrammi: la rocca Tarragona, le colline tarragone, i fiumi tarragoni, la notte tarragona… Tarragona è una bella città sulla costa mediterranea che presenta tre livelli architettonici esemplari ben visibili: la città romana [e resta il grande anfiteatro in faccia al mare], la città visigota [resta la basilica romanica visigota costruita nel V secolo dentro l’anfiteatro romano] e la città medioevale [spicca la cattedrale iniziata nel 1171, con uno stupendo chiostro]…
Prendete visione di questo significativo impianto architettonico, incuriositevi e buon viaggio…
Questa sera abbiamo imparato che quando pronunciamo la parola “fascino” utilizziamo un termine la cui essenza è frutto di un’articolata combinazione: questo termine conserva una componente priapèa [l’esuberanza erotica] e una componente legata alle caratteristiche dell’abrosyné [la delicatezza, lo splendore, la grazia, e il gusto].
Ebbene, questa combinazione [si è domandato Vivant Denon nella sua Nota descrittiva del 1802] che attinenza ha con il quadro de La Gioconda e con il suo autore? La riflessione in proposito non è ancora terminata, e per sapere come si sviluppa dobbiamo accompagnare Vivant Denon ad un appuntamento con una signora, con Madame Élisabeth Vigée Le Brun: chi è questa persona e perché anche noi la dobbiamo incontrare?
Per rispondere a queste domande bisogna procedere con lo spirito utopico che lo studio porta con sé consapevoli del fatto che non dobbiamo mai perdere la volontà di imparare, per questo la Scuola è qui e, siccome lo studio è cura, il viaggio continua…
