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LA CELEBRAZIONE DEL TRADIZIONALE RITUALE DELLA PARTENZA CON LA DEFINIZIONE DEGLI OBIETTIVI DEL PERCORSO DI STUDIO ...

Lezione N.: 
1

ASSOCIAZIONE ARTICOLO 34  -  «LA SCUOLA È APERTA A TUTTI.»

PERCORSO DI STORIA DEL PENSIERO UMANO IN FUNZIONE

DELLA DIDATTICA DELLA LETTURA E DELLA SCRITTURA

Prof. Giuseppe Nibbi   

La sapienza poetica e filosofica dal secolo della Scienza a quello dei Lumi   9-10-11  ottobre  2019

LA CELEBRAZIONE  DEL TRADIZIONALE RITUALE DELLA PARTENZA

CON LA DEFINIZIONE DEGLI OBIETTIVI DEL PERCORSO DI STUDIO ...

     Ben tornate e ben tornati a Scuola, ben venute e ben venuti a Scuola! Ben tornate alle persone che sono da tempo in viaggio sulla via dell’Apprendimento permanente, e un ben venuto alle persone che si accingono a muovere i primi passi sui sentieri di questa esperienza didattica che dal 1° ottobre 1984 opera nell’ambito della Scuola pubblica degli Adulti [e, quindi, questo è il 36° viaggio di studio in partenza].

     Sapete che per poter servire la Scuola pubblica degli Adulti - e, in particolare, per poter chiedere l’utilizzo di due edifici scolastici [la Scuola “Francesco Redi” nel Comune di Bagno a Ripoli e la Scuola “Primo Levi” a Tavarnuzze nel Comune di Impruneta] e dello spazio-soci della Coop. di Ponte a Greve [a Firenze] - è stato necessario costituire il 23 marzo 2016 un’Associazione che si chiama Articolo 34 - La scuola è aperta a tutti. e, quindi, occorre riempire il modulo che avete ricevuto [quest’atto è una semplice ma necessaria formalità burocratica che ufficializza la partenza]. Questo documento di autocertificazione [e sottolineo che “L’Associazione, a norma di Legge, garantisce e tutela la protezione dei dati personali”] corrisponde a la domanda d’iscrizione a questo Percorso didattico perché, come dice lo Statuto, l’obiettivo dell’Associazione è lo stesso della Scuola pubblica degli Adulti: quello di operare per promuovere una Campagna di Alfabetizzazione funzionale e culturale in quanto non c’è cultura senza Alfabetizzazione [e “senza Alfabeto non c’è democrazia” si legge nei documenti dell’UNESCO dal 1948], e noi aggiungiamo che non c’è cultura senza ALFABETOfanìa [e questa parola la trovate come titolo del REPERTORIO ... che, come se fosse una rivista, avete ricevuto] cioè non c’è cultura senza “un’attività di Alfabetizzazione che si manifesta concretamente [fanòs, in greco, è “ciò che si manifesta”]” per attivare in ogni persona le funzioni adatte a stimolare le azioni dell’apprendimento.

     E per attivare le funzioni adatte a stimolare le azioni dell’apprendimento [che cosa stiamo per fare?] stiamo per intraprendere un Percorso di Storia del Pensiero Umano in funzione della didattica della lettura e della scrittura che si presenta come un viaggio di studio, e, come sapete, qualsiasi viaggio, reale o metaforico che sia, ha inizio con la partenza, e la partenza per un viaggio [la preparazione e il momento stesso del partire] corrisponde sempre a un “rito”. Il tradizionale “rituale della partenza” si ripete ogni anno e, come ben sapete, i rituali, in quanto ripetitivi, finiscono spesso per essere noiosi, ma sono insostituibili.

     Il “rituale della partenza” è, nel nostro caso, prima di tutto una presa d’atto che consiste nel conoscere la “natura didattica” e gli “obiettivi formativi” del Percorso che stiamo per intraprendere: è sconsigliabile, soprattutto per quanto riguarda un viaggio di studio funzionale all’esercizio della lettura e della scrittura, partire senza sapere dove andare: ciò significa che dobbiamo conoscere i motivi per cui stiamo frequentando la Scuola, vale a dire per quale motivo, sul piano politico e istituzionale, la Scuola deve essere aperta a tutti?

     Non dobbiamo solo conoscere “la lista dei contenuti” di un Percorso didattico, anche se i contenuti, le cose da sapere, hanno la loro importanza come vedremo, ma dobbiamo soprattutto essere consapevoli della “forma” del Percorso [e molte e molti di voi sono già al corrente di ciò che stiamo per dire, ma i rituali sono ripetitivi], dobbiamo essere al corrente di come si configura lo straordinario esercizio dell’Apprendimento: dobbiamo imparare a conoscere “il modo in cui impariamo” perché il compito primario della Scuola è quello di occuparsi di “coltura”, da cui deriva il termine “cultura” [la cultura è una coltura perché questa parola deriva dal verbo “coltivare”], e la Scuola si frequenta a ogni età, per tutto l’arco della vita, per “imparare a imparare” perché “la persona [come dice l’incipit della Metafisica di Aristotele] è attratta permanentemente dal desiderio di conoscere” e questo è il principale motivo che dà un senso alla vita degli esseri umani: siamo persone vitali fino a quando coltiviamo la volontà di imparare.

     Per quale motivo, quindi, dobbiamo, frequentare la Scuola? Se è utile frequentare la Scuola per “imparare ad apprendere” dobbiamo, prima di tutto, sapere come si sviluppa il processo di apprendimento per poterlo gestire in modo autonomo, e questa è la prima domanda che dobbiamo porci nel celebrare il tradizionale rituale della partenza: come si sviluppa il processo di apprendimento? [molte e molti di voi già lo sanno, ma le cose ripetute giovano all’apprendimento, repetita iuvant, e i rituali sono ripetitivi].

     L’Apprendimento [l’attività dell’imparare] si sviluppa attraverso sei azioni privilegiate - conoscere, capire, applicare, analizzare, sintetizzare, valutare - che non agiscono in ordinata successione [come, in modo funzionale, le abbiamo elencate ora] ma operano insieme alla memoria attraverso una serie di rapporti simultanei condizionati da vari fattori. Alle dipendenze di queste “sei azioni cognitive principali” ci sono [per corroborarne l’efficienza] altre quaranta azioni conseguenti [le cosiddette azioni cognitive sussidiarie, che non stiamo a elencare]: l’intelligenza di una persona dipende dal buon funzionamento delle azioni cognitive, soprattutto delle principali da cui le sussidiarie dipendono e, quindi, bisognerebbe rimuovere gli ostacoli che non permettono un buon funzionamento delle azioni cognitive. Di conseguenza, nel corso di ogni itinerario del nostro viaggio [di ogni Lezione] ci eserciteremo, come stiamo già facendo adesso, ad attivare le azioni cognitive cominciando dalle principali, quindi, si viene a Scuola per imparare a conoscere, a capire, ad applicare, ad analizzare, a sintetizzare e a valutare. Quando si entra nel sistema [nell’Officina] dell’Apprendimento permanent, piuttosto che farsi interrogare, ci si deve domandare: che cosa è utile “conoscere”, che cosa è necessario “capire”, come ci si deve “applicare”, e che cosa significa sul piano dell’Alfabetizzazione funzionale e culturale “analizzare”, “sintetizzare” e “valutare” per poter “investire in intelligenza” [per dedicarsi allo studio: ricordando che studium e cura in latino sono sinonimi]? Procediamo con ordine [stellina per stellina].

     * Per investire in intelligenza è necessario “conoscere” il significato delle parole-chiave della Storia del Pensiero Umano, e nel corso di questi anni scolastici abbiamo conosciuto un ampio catalogo di parole-chiave: le parole-chiave danno forma ai paesaggi intellettuali rendendoli osservabili e intelligibili.

     * Per investire in intelligenza è necessario “capire” il significato delle idee-cardine della Storia del Pensiero Umano e al termine del viaggio dello scorso anno scolastico, per esempio, abbiamo compreso come, nella seconda metà del ‘600, il termine “scienza” non abbia ancora acquisito una propria autonomia sebbene si cominci e si continui a utilizzare, per definire il Seicento, la dicitura di “secolo della scienza”.

     * Per investire in intelligenza è necessario “applicarsi” costantemente nell’esercizio della lettura [quattro pagine al giorno per dieci minuti al giorno, in latino diciamo LEGERE MULTUM… che significa leggere poco ma costantemente e con la massima attenzione] ed è necessario “applicarsi” costantemente nell’esercizio della scrittura, quattro righe al giorno: si legge e si scrive per dare fluidità al processo di apprendimento [e, ancora una volta, ma i rituali sono ripetitivi, ricordiamo che cosa scrive Rita Levi Montalcini: «La lettura giornaliera di almeno quattro pagine di buona Letteratura e la scrittura di almeno quattro righe contenenti un pensiero autobiografico sono esercizi che preservano l’elasticità dei neuroni, le cellule del cervello, contribuendo al mantenimento della salute della persona»]. Come sappiamo dall’attività di ricerca degli Osservatori preposti, “leggere e scrivere” sono due attività fortemente trascurate dalla stragrande maggioranza delle cittadine e dei cittadini del nostro Paese [le persone che nella fascia tra i 18 e i 65 anni - la fascia “attiva” della popolazione - si dedicano costantemente a leggere sono il 13% e a scrivere sono l’11%].

     * Per investire in intelligenza è necessario “analizzare”, e questa azione consiste nel catalogare, nel mettere in ordine i pensieri che si formano ininterrottamente nella nostra mente: è necessario imparare a fare ordine perché la nostra mente produce pensieri a ciclo continuo e bisogna, oggi più che mai, evitare la confusione mentale imparando a gestire l’azione dell’analizzare.

     * Per investire in intelligenza è necessario “sintetizzare” e questa azione consiste nella scelta [tra la scelta e la sintesi c’è uno stretto legame] di uno dei pensieri che abbiamo catalogato nella nostra mente facendo l’analisi, quello che ci sembra più significativo, scrivendolo in forma concisa [essenziale, contenuta]: un pensiero contenuto in quattro righe scritte [per raccontare, per descrivere, per informare, per esprimere, per interpretare, per argomentare] dà forma a un oggetto concreto [il testo] in cui si manifesta la nostra attività intellettuale.

     * Per investire in intelligenza, infine, è necessario “valutare”, e valutare significa essere consapevoli di sovrintendere all’iter del nostro percorso di apprendimento. Ciascuna e ciascuno di noi, itinerario dopo itinerario, deve domandarsi: quante parole-chiave ho conosciuto, quante idee-significative ho capito, ho letto quotidianamente alcune pagine con attenzione, quanti pensieri ha catalogato la mia mente, e di quale pensiero ho fatto la sintesi scrivendolo?

REPERTORIO E TRAMA ... per dieci minuti al giorno di lettura e di scrittura:

In quale ordine di importanza - secondo le vostre esigenze di oggi - elenchereste questi obiettivi: conoscere le parole-chiave, capire le idee significative, applicarsi nella lettura, analizzare i propri pensieri, sintetizzare un pensiero scrivendolo, valutare il proprio apprendimento?...   Non rinunciate a scrivere il vostro parere in proposito perché esercitarsi a scegliere serve per tenere il passo sull’itinerario dell’apprendimento...

     Avete in mano e sotto gli occhi un fascicolo intitolato REPERTORIO E TRAMA ...  che è lo strumento che ci consente [e, in questo momento, state facendo questo esercizio] di orientarci meglio sul nostro cammino per favorire l’azione del conoscere e del capire, e inoltre ci propone un compito per sostenere l’azione dell’applicarci nell’uso dell’analisi, della sintesi e della valutazione.

     A questo proposito [anche in relazione a questo oggetto cartaceo che deve essere stampato], come sapete dobbiamo sostenere una spesa [alcune spese]. Riceverete più di 200 pagine di REPERTORIO E TRAMA ... e questo materiale viene fotocopiato presso la Scuola “Francesco Redi” di Bagno a Ripoli e ciò richiede un contributo di 1600 €. [è prevista una produzione di circa 65.000 pagine!]. Inoltre, per contraccambiare con un gesto di solidarietà all’ospitalità che ci viene fornita nello Spazio-Soci della Coop. di Ponte a Greve, prevediamo di versare all’Associazione “Il cuore si sciogli”e un contributo di 1000 €., e poi, sempre per solidarietà, prevediamo di donare all’Associazione AISLA di Firenze [che si occupa degli ammalati di Sclerosi Laterale Amiotrofica] un contributo di 500 €., e di donare un contributo di 400 €. anche all’Associazione Messicana che sostiene l’attività delle donne dei forni a energia solare in Messico. Inoltre l’Associazione Articolo 34 deve [obbligatoriamente] e ha già stipulato un’Assicurazione con un costo di circa 700 €. Voi sapete già come può avvenire la copertura di queste spese. In questi anni, con l’approvazione dei gruppi scolastici è stato versato un contributo volontario di 15 €. [è un contributo volontario ma è necessario, e dalla prossima settimana potete versare in questo contenitore sotto l’occhio vigile di Giuseppe Verdi] e, inoltre, per incrementare la raccolta e per raggiungere gli obiettivi programmati ogni settimana, volendo, potete mettete “uno spicciolo” in questo altro apposito contenitore [blu, il colore delle energie intellettuali]: con questi gesti abbiamo sempre prodotto il materiale necessario e nel nostro piccolo] abbiamo coltivato la solidarietà … e il verbo “coltivare” detiene come sapete una posizione centrale nello svolgimento delle attività di Alfabetizzazione. Quindi, sulla scia del verbo “coltivare”, continuiamo a celebrare il tradizionale rituale della partenza.

     Non c’è cultura senza Alfabetizzazione abbiamo detto, e questo perché come sapete la parola “cultura” deriva dal verbo “coltivare” per cui il significato di questo termine è legato alla coltivazione delle competenze che servono per imparare: la cultura “non è una cosa” ma “è un modo di fare le cose”, quindi, viene definita come “l’attività che rende proficuo l’esercizio dell’apprendimento”; di conseguenza quando si parla di “attività culturali” [leggere un libro, frequentare la biblioteca, visitare un museo, vedere una mostra, andare a teatro, osservare i monumenti di una città, osservare il cielo e via dicendo] si parla di cultura in senso lato in quanto è cultura “il saper utilizzare in modo efficiente le azioni dell’apprendimento di cui abbiamo appena parlato in modo che le varie attività alle quali la persona si dedica si possano tradurre in un investimento in intelligenza affinché la volontà di imparare, che ogni persona possiede, si fortifichi e dia frutti”.

     Come molte e molti di voi ben sanno, lo scorso anno abbiamo viaggiato soprattutto in compagna di Michel de Montaigne, un personaggio-chiave della Storia della cultura moderna, vissuto tra il 1533 e il 1592. Come ben sapete Michel de Montaigne è l’autore dei Saggi, una delle opere più importanti della Storia del Pensiero Umano [la prima pubblicazione di quest’opera è del 1580, la seconda del 1588, e quella postuma - curata da Marie de Gournay - è del 1595] e, durante il viaggio scorso, abbiamo diligentemente cercato di conoscere la disordinata forma strutturale di quest’opera riflettendo su una serie di temi [una ventina] in essa contenuti, in modo che ciascuna e ciascuno di noi [volendo] si potesse applicare sul testo di quest’opera leggendone qualche pagina [quattro pagine] al giorno [con il metodo del LEGERE MULTUM, che è il più efficace per affrontare la lettura di un apparato letterario di questo tipo].

     È bene ricordare, a vantaggio di chi c’era e di chi non c’era, che Michel de Montaigne, nel testo dei Saggi, riflette “sulle cose della vita” ed è il primo intellettuale che, sul finire del XVI secolo, affronta questa esperienza di carattere introspettivo in senso moderno anche se lui [come abbiamo potuto registrare attraverso la sua biografia] non si sente un uomo moderno [non ha neppure cognizione di questo termine che non è ancora entrato nel lessico] ma Montaigne aspira a essere un umanista classico. Montaigne riflette “sulle cose della vita” ponendosi una domanda significativa che  sembra banale ma alla quale non è facile rispondere: come vivere, come condurre una buona vita degna di essere vissuta? Itinerario dopo itinerario, nel lungo tragitto che abbiamo percorso lo scorso anno, è andato formandosi un catalogo di affermazioni emergenti dalle riflessioni che Montaigne compie in relazione a questo quesito: come vivere un vita che sia corretta [decorosa, onesta, rispettabile] e anche pienamente umana, appagante e prospera? Montaigne riflette su questo tema [come è bene che la persona agisca per raggiungere, almeno in parte, l’obiettivo di vivere una vita dignitosa?] e su questo tema Montaigne riflette senza la pretesa [come puntualizza sempre] di voler insegnare alcunché, affermando di sapere solo una cosa: sapere di non sapere. «Cosa so io?» si domanda Montaigne con la certezza che questo non è un interrogativo banale. Montaigne [che intuisce l’importanza dell’Alfabetizzazione funzionale e culturale] sa che la persona, per essere autonoma, deve conoscere i propri limiti: egli è uno dei promotori [che a tutt’oggi, proprio per questo, viene considerato un maestro di pensiero, molto citato] di un’idea importante che fiorisce agli albori dell’Età moderna, l’idea che la cultura, intesa correttamente come attività deputata alla coltivazione delle competenze che servono per imparare, è come “un viaggio senza fine che la persona compie alla scoperta della propria ignoranza” [e, anche per Montaigne, la parola “ignoranza” diventa la chiave per aprire le porte del sapere] perché l’ignoranza [come continua a insegnarci Socrate attraverso i Dialoghi di Platone, afferma Montaigne] ha in sé qualcosa di “dotto” [La dotta ignoranza - come ben sapete - è il titolo di un’opera scritta da Nicola Cusano nel 1449 che abbiamo incontrato qualche anno fa]. L’ignoranza ha in sé paradossalmente qualcosa di “dotto” [e dobbiamo prenderne atto] nel momento in cui indirizza la persona verso lo studio [quando la persona prende coscienza di “sapere di non sapere”, come afferma Montaigne] e, quindi, “l’ignoranza consapevole” è il requisito più idoneo per garantire la conoscenza perché costituisce il presupposto su cui si basa la nostra possibilità di imparare. L’ignoranza “consapevole” [umile, responsabile, diligente e coscienziosa] è un’opportunità attraverso la quale la persona si predispone all’apprendimento “per imparare a imparare” [e questo è il motivo per cui si frequenta la Scuola] perché, come ben sapete, e come scrive Michel de Montaigne nei suoi Saggi, piuttosto che avere una testa “ben piena” è bene avere una testa “ben fatta” e, quindi, il termine “ignoranza” va inteso non come un deprezzamento del conoscere [come un elemento utilizzato spesso dai sistemi di potere per imporsi] ma come “una garanzia per apprendere” e, quindi, l’ignoranza [la dotta ignoranza] si presenta come un’opportunità.

REPERTORIO E TRAMA ... per dieci minuti al giorno di lettura e di scrittura:

Quale esperienza, in questi mesi di vacanza, si è presentata per voi come un’opportunità sul piano dell’apprendimento: la lettura di un libro, la scrittura di un testo, la visione di un film, la partecipazione a uno spettacolo teatrale, a un’opera lirica o a un concerto, la visita ad una mostra o ad un museo...    

Scrivete quattro righe in proposito

     Montaigne nel testo dei Saggi coglie in continuazione l’occasione per far riflettere le lettrici e i lettori della sua opera sul concetto che abbiamo appena espresso: l’idea che “la dotta ignoranza” sia un’opportunità che spinge e orienta la persona verso l’apprendimento, ed è anche convinto del fatto che la vera sfida del suo tempo [siamo all’inizio dell’Età moderna] sia la lotta per contrastare l’ignoranza: tanto “l’ignoranza endemica” del popolo analfabeta quanto “l’ignoranza sclerotica [data dalla rigidezza mentale] dei saccenti”, di quegli accademici intenti solo a difendere una posizione dogmatica e altolocata della loro erudizione. Sappiamo che la piaga dell’ignoranza [nel Mondo, in Europa, in Italia] sussiste, e risulta che l’81% delle cittadine e dei cittadini italiani nella fascia attiva della popolazione, tra i 18 e i 65 anni, secondo le ricerche dell’ISTAT e di EUROSTAT soffrono di analfabetismo cioè non sanno utilizzare le azioni dell’apprendimento e, di conseguenza, non sono in grado di investire in intelligenza, per cui il livello cognitivo della popolazione rimane basso, la persona viene sollecitata nell’ambito dell’addestramento, della pratica ripetitiva incentivata dal mercato, soprattutto come forma propedeutica per la vendita di prodotti tecnologici il cui funzionamento viene sempre più semplificato e questo riduce le capacità cognitive. Ma il tema dell’ignoranza riguarda anche “il cosiddetto ceto riflessivo” [il 19% della popolazione in possesso di una maggior capacità intellettuale] che non viene invogliato a curare la propria “coltura” [perché la cultura è una coltura], non viene incentivato a tutelare il buon funzionamento delle proprie azioni cognitive e, difatti, questa categoria viene invitata principalmente “a gremire le platee” dei numerosi eventi culturali che, nelle città, per qualche giorno, vengono propagandati e offerti in forma di intrattenimento e di spettacolo piuttosto che di percorso formativo di lunga durata, e in questo - nell’intrattenimento, nello spettacolo - non c’è niente di male, tuttavia, sta di fatto, che le persone invitate a partecipare avrebbero anche il diritto di essere considerate un pubblico che, oltre a svagarsi, deve poter imparare a gustare il piacere insito nei processi di apprendimento. Quindi, sarebbe necessario agire [e la nostra esperienza didattica cerca di percorrere questa strada] e adoperarsi per promuovere istituzionalmente un sistema di Alfabetizzazione funzionale e culturale perché succede che l’incredibile quantità di informazioni che il progresso tecnologico ci ha messo a disposizione ha creato e crea sempre di più la falsa convinzione che lo schiacciare un tasto possa sostituire lo studio [possa surrogare l’esercizio dell’investimento in intelligenza che rende competente la persona nell’azione dell’apprendimento] e, nella società dove tutti credono di sapere tutto solo perché hanno la testa ben piena di notizie, il valore della conoscenza [dato dal buon funzionamento di una testa ben fatta] e la valenza della memoria si riduce ai minimi termini: è come se fossimo su un treno che sta accelerando la sua corsa, e le cose si vedono sempre più in fretta e quasi l’una addosso all’altra, e diventano innaturalmente simili e, quindi, il rischio, soprattutto per le nuove generazioni, è di dimenticare per la sovrabbondanza di messaggi da ricordare.

     E adesso - sempre in compagnia di Michel de Montaigne - proseguiamo nella celebrazione del rituale della partenza recitando la prima antifona [nel corso di un rito l’antifona è un richiamo alla riflessione, ed è al termine di questa riflessione che capiremo perché il contenuto di questa prima antifona riguarda “Il lamento della pace”].

     Come abbiamo appreso dal viaggio dello scorso anno, Michel de Montaigne è un ammiratore e un conoscitore delle opere degli intellettuali del Rinascimento, e tra gli autori che predilige c’è Erasmo da Rotterdam il quale, come molte e molti di voi sanno, è un grande rappresentante del pensiero dell’Umanesimo che crede nella superiorità della penna sulla spada e auspica, in un trattato che Montaigne ben conosce, intitolato il Lamento della pace [“Querela Pacis”, 1516], che lo studio delle discipline umanistiche possa mettere fine all’uso delle armi portando la concordia nel mondo, scrive Erasmo: «Se siete davvero delle persone stanche di guerre vi darò un consiglio utile a mantenere la concordia. Una pace durevole non si fonda sui trattati diplomatici, che spesso vediamo dar l’avvio alle guerre. Bisogna purificare le fonti stesse, dalle quali sgorga questo male: sono i desideri malvagi che promuovono questi disordini e la cura per volgerli al Bene è lo studio». Montaigne, scandalizzato dalle guerre di religione che insanguinano l’Europa, condivide questa idea di Erasmo ma dubita che possa essere di facile applicazione [il pensiero di Erasmo è utopico quello di Montaigne è realista] perché, come sappiamo, Montaigne coltiva “il dubbio sistematico” così come Cartesio coltiva “il dubbio metodico”, e si rifà al pensiero dello Scetticismo; in proposito [come abbiamo studiato al termine del viaggio precedente] - nel capitolo XXVI intitolato Dell’educazione dei fanciulli del Libro I dei Saggi - Montaigne cita il verso 93 del canto XI dell’Inferno della Divina commedia dove Dante scrive: «Che, non men che saper, dubbiar m’aggrada »[“Mi è gradito il sapere - scrive Dante rivolgendosi a Virgilio - ma, non meno del sapere, mi è gradito il dubitare per poter ricevere nuove spiegazioni dal mio maestro”, quindi, l’azione del dubitare è un incentivo allo studio] e, di conseguenza, sebbene Montaigne condivida l’idea di Erasmo [che lo studio delle discipline umanistiche potrebbe portare la pace nel mondo] tuttavia dubita che questa operazione [questa rivoluzione culturale da attuare studiando i Classici] possa riuscire finché non sia stata data a tutte le persone la possibilità di imparare a leggere, a scrivere e far di conto: se non si promuove, in primo luogo, una campagna di Alfabetizzazione funzionale e culturale la qualità del pensiero [la tendenza a liberarsi dalla malvagità per imboccare la via del Bene] non può crescere.

     Il benefico influsso, come lo chiama Erasmo, delle discipline umanistiche [delle Lettere classiche, della Storia del Pensiero Umano] non si può manifestare, afferma Montaigne, senza che vi sia uno sviluppo dell’istruzione [della cultura di base] in modo che si possa [dando un taglio all’ignoranza] realizzare l’innalzamento del livello intellettuale di tutta la popolazione che saprà poi in ogni paese - facendo appello alle idee-cardine dell’Umanesimo [uguaglianza, giustizia, pace, solidarietà e misericordia] - sostenere fattivamente l’impegno dei diplomatici per ottenere “la pacifica convivenza” grazie alla forza di persuasione, mediante l’investimento in intelligenza. Purtroppo, però, afferma Montaigne, per raggiungere questo obiettivo non è ancora servito [ben prima di Erasmo] neppure l’ammonimento «cedant arma toga et calamo » [le armi cedano il posto alla toga e alla penna] contenuto nel trattato De officis [i doveri] di Cicerone. Montaigne non è un umanista ingenuo, e non è un frequentatore dei «conciliaboli letterari » [come lui li chiama standosene appartato nella sua torre] dove, nei salotti, si esibiscono gli accademici saccenti i quali [pensa Montaigne influenzato anche dal Discorso sulla servitù volontaria del suo fraterno amico Étienne de La Boétie] non sanno riflettere sulla doppia valenza dell’ignoranza: “la dotta ignoranza” che orienta la persona verso l’apprendimento [un concetto che andrebbe divulgato mediante la creazione della Scuola pubblica aperta a tutti, pensa Montaigne] e “l’endemica ignoranza” imposta alla maggioranza delle persone come strumento generatore della sottomissione al potere [della servitù volontaria]. Purtroppo, scrive Montaigne «…la possibilità di costruire la coesistenza pacifica attraverso lo studio delle discipline umanistiche, affinché si possa ottenere la conversione degli animi volti alla tolleranza e all’indulgenza, è ancora oggi un miraggio ed è paradossale il fatto [afferma Montaigne] che i trattati di pace, anche quando vengono sottoscritti, si debbano ottenere con la vacua retorica e, soprattutto, con la forza - Si vis pacem, para bellum [Se vuoi la pace, prepara la guerra, Flavio Vegezio, Trattato di arte militare] - e la forza è volta a manifestarsi in guerra».

REPERTORIO E TRAMA ... per dieci minuti al giorno di lettura e di scrittura:

In proposito è interessante leggere, o rileggere, il testo dell’Enciclica Pacem in terris firmata da papa Giovanni XXIII l’11 aprile 1963... Questo documento – che trovate in biblioteca e sulla rete - continua [nonostante l’auspicata fine della guerra fredda] a essere di grande attualità e al punto 3 [dove sembrano riecheggiare le parole di Montaigne] si legge: «Con l’ordine mirabile dell’universo continua a fare stridente contrasto il disordine che regna tra gli esseri umani e i popoli, quasicché i loro rapporti non possono essere regolati che per mezzo della forza»...

     L’esposizione che abbiamo fatto [in compagnia di Michel di Montaigne, come se fosse un’antifona, un’introduzione tratta dal pensiero dei Classici] riguardante la possibilità che lo studio,   facendo crescere la qualità del pensiero della persona, possa far fiorire la pace nel mondo, fa parte del tradizionale rituale della partenza perché questa celebrazione prevede anche la conoscenza della forma [della struttura lessicale] che - mediante lo specifico questionario di fine Percorso - è stata data [attraverso le scelte fatte da tutte e da tutti coloro che, alla fine di maggio, hanno compilato il questionario] al territorio che abbiamo attraversato lo scorso anno.

     Come ricorderete, il questionario conteneva venti proposizioni [enunciati, giudizi, affermazioni] tratte dai Saggi di Montaigne relative alla domanda fondamentale che fa da filo conduttore di quest’opera: per vivere una vita che sia degna di essere vissuta la persona come è bene debba comportarsi nei riguardi di se stessa e degli altri di fronte alle questioni riguardanti la convivenza umana [come vivere]? Facendo uso di un ampio catalogo di verbi appropriati,  Montaigne afferma che di fronte ai temi esistenziali la persona non debba essere indifferente [e quello dell’indifferenza è sempre stato ed è un tema di grande attualità] ma è bene che la persona agisca, giudichi, sappia distinguere, maturi una convinzione, capisca, pensi, trovi, si domandi, sia consapevole, aspiri, coltivi. Quindi, mentre da una parte Montaigne, da scettico, dichiara che “tutto si muove” e che “bisogna sospendere il giudizio” dall’altra afferma che la persona è in grado, con la ragione illuminata dall’intelletto, di distinguere il bene dal male e, di conseguenza, può e deve fare una scelta in merito alle questioni esistenziali.

     Adesso possiamo osservare il quadro riportato in REPERTORIO ... che contiene i risultati delle nostre scelte, un quadro che quest’anno risulta piuttosto ampio e, quindi, è stato diviso in due riquadri, in due icone, per favorirne la leggibilità. Il contenuto del quadro, diviso in due parti, rappresenta tanto l’immagine di un punto di arrivo quanto quella del nostro punto di partenza e ora è facile capire perché il primo passo che abbiamo compiuto [la prima antifona] ha riguardato il tema [che è ancora molto sensibile, come lo era alla fine del Cinquecento] dell’aspirazione alla “convivenza pacifica”. E adesso per conoscere e per capire procediamo applicandoci nell’analisi, nella sintesi e nella valutazione.

     Il questionario di fine Percorso dell’anno scolastico 2018-2019, al quale hanno risposto 173 persone [ne sono stati consegnati 242], riportava un solo riquadro contenente un lungo catalogo di venti proposizioni tratte dai Saggi di Montaigne relative alla domanda fondamentale che quest’opera pone: per vivere una vita che sia degna di essere vissuta la persona come è bene debba comportarsi nei riguardi di se stessa e degli altri di fronte alle questioni riguardanti la convivenza umana [come vivere]? I risultati sono stati disposti su due riquadri per facilitarne la lettura.

     Il primo elenco riporta - secondo la grandezza dei caratteri - la quantità di consensi che hanno avuto le sette proposizioni più scelte del questionario.

 

È bene che la persona sappia che la guerra procura schiavitù, dipendenza e 

sottomissione, e che solo la vita pacifica può garantire

la libertà, l’autonomia, l’indipendenza e la capacità decisionale ...

 

È bene che la persona capisca che non c’è nulla

di più naturale della diversità ...

 

È bene che la persona sia consapevole del fatto che

sia il fondamentalismo religioso sia l’astuzia della ragione

sono due atteggiamenti deprecabili ...

 

È bene che la persona si ricordi che la parola appartiene

per metà a chi parla e per metà a chi ascolta ...

 

È bene che la persona aspiri a praticare una vita contemplativa

dedicata allo studio con l’intento di ritrovare se stessa ...

 

È bene che la persona agisca in buona fede ...

 

È bene che la persona sia convinta del fatto che la scrittura accompagna

la solitudine, lenisce l’angoscia, ammansisce i demoni e rimuove gli incubi ...

 

     “È bene che la persona sappia che la guerra procura schiavitù, dipendenza e sottomissione, e che solo la vita pacifica può garantire la libertà, l’autonomia, l’indipendenza e la capacità decisionale”, questa è la proposizione che ha avuto il maggior numero di consensi, e adesso voi capite perché, compiendo il primo passo insieme a Montaigne nella celebrazione del rituale della partenza, abbiamo riflettuto, sulla scia del concetto della “dotta ignoranza”, sulla possibilità che la diffusione dello studio [dell’attività per apprendere a investire in intelligenza] possa giovare alla convivenza pacifica: questa possibilità risulta essere la questione che - optando per il ripudio della guerra in nome di ciò che di buono offre la pace - ci sta più a cuore [così come sta a cuore a Cicerone, a Virgilio, a Dante, a Erasmo da Rotterdam, a Montaigne anche se tutti costoro dubitano che, senza una permanente campagna di Alfabetizzazione funzionale e culturale questo obiettivo possa essere raggiunto].

     Poi la proposizione “è bene che la persona capisca che non c’è nulla di più naturale della diversità” ha raccolto molti consensi e anche questo è un tema di grande attualità, così come è di attualità il tema contenuto nella proposizione che si colloca al terzo posto: “è bene che la persona sia consapevole del fatto che sia il fondamentalismo religioso sia l’astuzia della ragione sono due atteggiamenti deprecabili”.

     Poi ha raccolto un buon numero di preferenze la proposizione: “è bene che la persona si ricordi che la parola appartiene per metà a chi parla e per metà a chi ascolta” e il tema della condivisione della parola dovrebbe essere all’ordine del giorno nel momento in cui il linguaggio, spesso a causa di un distorto utilizzo della tecnologia, è diventato un’arma per colpire più che uno strumento per intrecciare relazioni.

     Poi hanno raccolto un discreto numero di preferenze le proposizioni: “è bene che la persona aspiri a praticare una vita contemplativa dedicata allo studio con l’intento di ritrovare se stessa”, “è bene che la persona agisca in buona fede” e “è bene che la persona sia convinta del fatto che la scrittura accompagna la solitudine, lenisce l’angoscia, ammansisce i demoni e rimuove gli incubi”: prima di tutto, c’è da dire che “la necessità di agire in buona fede” è comprensibilmente un tema largamente condiviso nella società, mentre, per quanto riguarda le due proposizioni contenenti le parole-chiave “studio e scrittura”, si può pensare che le molte preferenze che hanno ricevuto dipenda probabilmente dal contesto, cioè è possibile che la scelta sia stata condizionata dal fatto che tutte e tutti noi partecipiamo a un Percorso in funzione della didattica della lettura e della scrittura e tocchiamo con mano quanto sia importante l’esercizio dello studio, del leggere e dello scrivere, tre azioni rilevanti - come lo è “il condividere la parola” - perché capaci di dare un senso alla nostra vita. In proposito sarebbe interessante verificare - intervistando cittadine e cittadini che non gravitano nell’ambito dell’esperienza scolastica - quale incidenza abbia nell’opinione pubblica un’affermazione che invita a dedicarsi allo studio, alla lettura e alla scrittura, attività che sono scarsamente praticate sul Pianeta perché, per essere svolte, necessitano di “efficaci supporti di carattere didattico”.

REPERTORIO E TRAMA ... per dieci minuti al giorno di lettura e di scrittura:

Per sintetizzare dobbiamo dire che tra i tanti valori che emergono dalla lettura dei Saggi di Montaigne [perché dalla lettura di quest’opera qualcosa c’è da imparare] noi abbiamo scelto di mettere maggiormente in evidenza: il valore della pace, il valore della diversità, il valore che ha l’uso della ragione quando è illuminata dall’intelletto, il valore di condividere la parola, il valore dello studio, il valore dell’agire in buona fede, il valore terapeutico della scrittura...

Tenendo conto del fatto che questi valori sono tutti indispensabili, disponeteli comunque in ordine di importanza secondo il vostro giudizio e la vostra esperienza: si frequenta la Scuola per coltivare la speranza che prossimamente il Pianeta possa essere governato secondo i valori emergenti dalla Storia del Pensiero Umano...

     Si sente ripetere da parte delle studiose e degli studiosi di tutto il mondo che le persone - con la presunta fine della modernità - hanno drammaticamente perso il senso dell’utopia [la spinta ideale], ebbene, solo creando “Officine dell’Apprendimento Permanente” si può pensare, favorendo l’investimento in intelligenza, di dare una forma all’utopia in modo da poterla coltivare per tradurla in buone pratiche che possano far passare le Idee [i pensieri rivolti al bene comune] dalla potenza all’atto.

     Il secondo elenco contiene le altre tredici proposizioni del questionario che sono state decisamente scelte poco anche se esprimono temi non meno importanti.

 

È bene che la persona faccia in modo che ciò che è artificiale

non prevalga su ciò che è naturale ...

È bene che la persona si domandi sempre fino a che punto

si possano avere precise convinzioni ...

 

È bene che la persona maturi la convinzione di essere, in ogni circostanza, la padrona di se stessa ...

 È bene che la persona pensi che l’essenza della realtà si basa

sul paradosso della fermezza nell’incostanza ...

 

È bene che la persona si riservi una retrobottega per sperimentare una forma di distacco preventivo ...

È bene che la persona trovi il proprio assetto nel mondo perché tutto si muove insieme a lei ...

È bene che la persona sappia distinguere tra la pelle e la camicia ...

È bene che la persona coltivi una sapienza pratica che si avvalga della virtù della prudenza ...

È bene che la persona sia consapevole di essere una filosofa o un filosofo involontario e fortuito ...

È bene che la persona abbia presente il fatto che sono soprattutto i dettagli a fare la Storia ...

È bene che la persona sappia che chi ha imparato a morire ha disimparato a servire ...

È bene che la persona consideri che se l’espressione guadagna in bellezza, l’idea guadagna in profondità ...

 

[È bene che la persona giudichi misurando il grado dell’autorevolezza altrui ...]

 

     Con poche preferenze, ma in testa a questo secondo riquadro, troviamo due proposizioni: “è bene che la persona faccia in modo che ciò che è artificiale non prevalga su ciò che è naturale” e “è bene che la persona si domandi sempre fino a che punto si possano avere precise convinzioni”.

     Poi, con ancor meno preferenze, in graduatoria si collocano queste due proposizioni: “è bene che la persona maturi la convinzione di essere, in ogni circostanza, la padrona di se stessa” e “è bene che la persona pensi che l’essenza della realtà si basa sul paradosso della fermezza nell’incostanza”.

     Poi hanno ricevuto pochissime preferenze le altre otto proposizioni: “è bene che la persona si riservi una retrobottega per sperimentare una forma di distacco preventivo”, “è bene che la persona trovi il proprio assetto nel mondo perché tutto si muove insieme a lei”, “è bene che la persona sappia distinguere tra la pelle e la camicia”, “è bene che la persona coltivi una sapienza pratica che si avvalga della virtù della prudenza”, “è bene che la persona sia consapevole di essere una filosofa o un filosofo involontario e fortuito”, “è bene che la persona abbia presente il fatto che sono soprattutto i dettagli a fare la Storia”, “è bene che la persona sappia che chi ha imparato a morire ha disimparato a servire”, “è bene che la persona consideri che se l’espressione guadagna in bellezza, l’idea guadagna in profondità” e, in questo blocco di affermazioni, sono presenti quasi tutti i concetti-cardine del pensiero contenuto nei Saggi di Montaigne.

     E, infine, la proposizione “è bene che la persona giudichi misurando il grado dell’autorevolezza altrui” è stata scritta tra parentesi perché non ha ricevuto alcun consenso, e siccome non si può pensare che la parola-chiave “autorevolezza” abbia così poco credito tra noi dobbiamo dire, in conclusione, che non era facile fare una scelta tra venti affermazioni molto significative [e tutte e tutti coloro che hanno compilato il questionario vanno lodati per il difficile compito svolto] e, difatti, un certo numero di voi - dopo aver espresso le proprie preferenze - lo ha anche manifestato per iscritto questo pensiero sul foglio del questionario, e inoltre la difficoltà a scegliere si è manifestata anche nelle numerose correzioni che sono state fatte assicurando tuttavia la massima leggibilità delle scelte attuate.

REPERTORIO E TRAMA ... per dieci minuti al giorno di lettura e di scrittura:

E allora puntate ancora l’attenzione su queste tredici affermazioni che, sebbene la loro qualità, hanno ricevuto minori consensi: quali proposizioni [non più di tre] tra queste scegliereste per prime?... 

Scrivetele, ricordando che questo esercizio è anche utile per ripassare i temi [per lo meno i titoli dei temi] contenuti nei Saggi di Montaigne...

     E Montaigne, mentre ci accompagna nella celebrazione del rituale della partenza, c’invita [come ci ha insegnato a fare durante il viaggio dello scorso anno] a tenere un basso profilo, ad essere coscienti dei nostri limiti, sempre però consapevoli del fatto che l’ignoranza porta con sé qualcosa di “dotto” nel momento in cui indirizza la persona verso lo studio [è quando la persona prende coscienza di “sapere di non sapere” che decide di mettersi in cammino sulla via dell’Apprendimento].

     A questo proposito, rileggiamo un significativo frammento tratto dal capitolo L del Libro I dei Saggi di Montaigne intitolato Di Democrito e di Eraclito nel quale l’autore vuole far assurgere il concetto di “dotta ignoranza” a metodo del proprio lavoro intellettuale. E questo frammento rappresenta la seconda antifona del tradizionale rituale della partenza che stiamo celebrando.

LEGERE MULTUM….

Michel de Montaigne, Saggi   LIBRO I

CAPITOLO L

Di Democrito e di Eraclito

Se c’è un argomento di cui non m’intendo affatto, proprio per questo lo saggio, sondando il guado molto da lontano; e poi, se lo trovo troppo profondo per la mia statura, mi tengo vicino alla riva.  Prendo a caso il primo argomento [da assaggiare]. Tutti mi vanno ugualmente bene. E non mi propongo mai di trattarli per intero. Infatti non vedo il tutto di nulla. E non lo vedono nemmeno quelli che promettono di farcelo vedere. Fra le cento membra e le cento facce che ogni cosa presenta, io ne prendo una, ora per lambirla soltanto, ora per sfiorarla, ora per penetrarla fino all’osso. E vi do un colpo, non più ampiamente ma più profondamente che posso. E mi piace molto spesso prenderle da qualche punto di vista insolito. Mi arrischierei a trattare a fondo qualche materia, se mi conoscessi meno. Non sono tenuto a trattare la questione fino in fondo, né a tenermici attaccato, senza tornare al dubbio e all’incertezza in quanto la mia forma dominante è l’ignoranza.

     Queste affermazioni [per chi non lo conosce] potrebbero anche far pensare che  Montaigne è “un disfattista” ma, invece, vuole far sapere che lui è intenzionato a prendere le mosse da qualsiasi osservazione, da qualsiasi lettura, da qualsiasi incontro: l’importante è impegnarsi costantemente nello studio.

     Sappiamo che Montaigne ama camminare così come ama andare al galoppo sul suo cavallo e scrive che “quando cammina e quando cavalca segue per un istante un pensiero e poi lo abbandona per un altro” e dichiara che ciò non è grave perché comunque “tutto si tiene” [tout se tient]: l’importante è saper organizzare la raccolta.

     L’ignoranza [la dotta ignoranza] di cui Montaigne fa l’elogio è quella di Socrate, il suo principale filosofo di riferimento, il quale come ben sappiamo afferma che “la persona saggia sa di non sapere”, e questa affermazione non è banale perché in essa è contenuto [afferma Socrate attraverso i Dialoghi di Platone] «il massimo grado di perfezione e di difficoltà»: di “perfezione” perché la cosa migliore che la persona possa fare nella vita è quella di dedicarsi allo studio, e “la difficoltà” sta nel trovare sulla propria strada [lui insegna agli angoli delle strade] delle maestre e dei maestri che “considerino le nozioni un mezzo e non un fine”.

     Questa affermazione socratica ripresa da Montaigne ci permette [nel momento in cui stiamo preparandoci per la partenza] di dire che nel corso del nostro viaggio noi avremo a che fare con molte nozioni, enumereremo molti dati, citeremo molte date, visiteremo molti luoghi, osserveremo molti paesaggi intellettuali, faremo conoscenza con molti personaggi, imbastiremo molti ragionamenti e rifletteremo su molti temi, ma - come dicono i manuali di tecnologia dell’apprendimento che danno ragione a ciò che Montaigne afferma pensando a Socrate - “dei contenuti di un Percorso didattico [di un viaggio di studio], in media, oltre il 70% va disperso e all’incirca il 30% rimane in modo frammentato nella nostra mente”, quindi, di questa conversazione solo “tre oggetti su dieci” rimangono nella mia mente [ma è già una buona acquisizione], e questo perché, come ben sapete, e come afferma Michel de Montaigne, l’obiettivo principale dell’apprendimento cognitivo non è quello di immagazzinare nozioni [le nozioni sono importanti e dobbiamo ritenere quelle utili], ma consiste nell’esercitare la mente all’ascolto, alla selezione, alla catalogazione, alla penetrazione in profondità perché «il compito della Scuola consiste nel favorire la formazione di una testa ben fatta piuttosto che di una testa ben piena»: questa affermazione che conosciamo a memoria proviene dai Saggi di Montaigne ed è condivisa anche da Blaise Pascal [che tutte e tutti voi avete sentito nominare e al quale abbiamo dato appuntamento, e sta per arrivare].

     Poi Montaigne afferma che “non c’è niente di peggio al mondo di coloro che credono di sapere tutto” e così la pensa anche Blaise Pascal, insieme al quale [come molte e molti di voi sanno dall’ultimo itinerario del viaggio precedente] stiamo per prendere il passo sulla strada del nostro nuovo Percorso. Blaise Pascal è uno dei più attenti lettori dei Saggi di Montaigne ed è come sapete l’autore di un’altra di quelle opere che hanno lasciato il segno nella Storia del Pensiero Umano e che s’intitola semplicemente Pensieri: dopo aver preso in esame durante il viaggio dello scorso anno i Saggi di Montaigne, è doveroso occuparsi anche dei Pensieri di Pascal.

     Blaise Pascal, nel testo di alcuni suoi Pensieri, critica Montaigne [con una certa aspra ironia] ma, contemporaneamente [tenendo volutamente un atteggiamento ambiguo], mette anche in evidenza la positività di determinate affermazioni di Montaigne che lui condivide, e poi, in una riga - quella che contiene il testo del Pensiero 64 - Pascal, sotto forma di confessione, emette il giudizio più lusinghiero che di Montaigne si possa dare, e ora, per concludere il nostro itinerario di partenza, leggiamo i testi di quattro Pensieri di Pascal [questo brano è già comparso sul REPERTORIO ... dell’ultimo itinerario del viaggio scorso e la sua lettura era uno dei compiti per le vacanze].

     Di Pascal e della sua opera [che non si esaurisce nei Pensieri] ce ne occuperemo diffusamente strada facendo, e adesso - in procinto di prendere il passo - per facilitare l’esercizio della lettura che stiamo per fare abbiamo bisogno, per ora, solo di una chiave: dobbiamo sapere che i Pensieri di Pascal sono scritti sotto forma di appunti [e a suo tempo capiremo perché] e, di conseguenza, ci troviamo di fronte a un’opera la cui scrittura è stata definita dalle studiose e dagli studiosi di filologia “una scrittura in frantumi” che, però, è diventata uno stile. Quindi, utilizzando questa chiave, leggiamo il testo di questi quattro Pensieri.

LEGERE MULTUM….

Blaise Pascal, Pensieri

63. Montaigne - I difetti di Montaigne sono grandi. Parole lascive, roba che vale poco, nonostante M.lle de Gournay. Credulone: popolazione senza occhi. Ignorante: quadratura del cerchio, mondo più grande. I suoi sentimenti sull’omicidio volontario, sulla morte. Ispira noncuranza per la propria salvezza, senza timore e senza pentimento. Poiché il suo Libro non era stato scritto per condurre a un sentimento religioso, non era obbligato a farlo; ma si è sempre obbligati a riflettervi sopra. Si possono scusare i suoi sentimenti un po’ liberi e voluttuosi su qualche circostanza della vita; ma non si possono scusare i suoi sentimenti del tutto pagani sulla morte; ora, in tutto il suo Libro, egli non pensa che a morire fiaccamente.

 

65. Quello che in Montaigne c’è di buono non può essere acquisito che con difficoltà. Quel che vi è di cattivo (non parlo dei costumi) poteva essere corretto in un momento, solo che lo si fosse avvertito che faceva troppe storie e che parlava troppo di sé.

 

66. Bisogna conoscere se stessi: anche se questo non servisse a trovare la verità, almeno servirà a regolare la propria vita, e non vi è niente di più giusto.

 

64. Non in Montaigne, ma in me stesso, trovo tutto quello che vedo in lui.

     La prossima settimana torneremo su questo brano perché dobbiamo commentare i testi di questi quattro Pensieri di Pascal in quanto costituiscono il punto di partenza del viaggio che stiamo per intraprendere.

     Scrive Pascal: «Non in Montaigne, ma in me stesso, trovo tutto quello che vedo in lui.», e questa enigmatica affermazione - oltre a far scaturire una serie di domande significative [chi è Blaise Pascal, perché ci troviamo in un luogo che si chiama Port-Royal, e perché Port-Royal non è soltanto un luogo geografico ma è anche una metafora intellettuale?] - potrebbe far pensare che questi due personaggi siano “in sintonia” tra loro, ma la situazione è assai più complessa e, di conseguenza, [per conoscere, per capire, per applicarci] è necessario riflettere procedendo con ordine perché un viaggio come questo che stiamo per intraprendere [dal secolo della Scienza a quello dei Lumi] non può iniziare senza affrontare questo argomento: la questione dell’ambiguo, e tuttavia fecondo, rapporto tra Montaigne e Pascal, vale a dire tra Pascal e i Saggi di Montaigne. Che cosa c’è da sapere in proposito?

     Per rispondere a questa domanda e a molte altre - nel momento in cui si è quasi conclusa la celebrazione del ripetitivo ma necessario “rituale della partenza” - bisogna procedere con lo spirito utopico che lo studio porta con sé, consapevoli che - dal primo passo che facciamo in questo straordinario viaggio che è la vita - noi non dobbiamo mai perdere la volontà d’imparare anche quando, a volte, il cammino si fa faticoso e la strada è impervia, come è faticoso, impervio, noioso, ripetitivo l’itinerario di questa sera che prevede la celebrazione del “rituale della partenza”: sono trentasei anni che lo ripeto e non so più come condirlo, ma come si fa a viaggiare senza partire, e senza spiegare la natura e gli obiettivi del viaggio che ci proponiamo di intraprendere?

     Ma voi sapete che quando il cammino si fa faticoso e la strada diventa impervia, proprio allora i panorami che il percorso ci offre risultano più belli, e la loro visione sollecita la ragione a farsi illuminare dall’intelletto in modo che si possa percorrere la via dell’Apprendimento permanente con la necessaria consapevolezza tanto dei nostri limiti quanto delle nostre competenze.

     E, per accompagnarci sulla via dell’Apprendimento permanente, la Scuola è qui e il nostro vagabondaggio intellettuale [direbbero Montaigne e Pascal] sta per iniziare.

     Buon viaggio di studio a tutte e a tutti voi!...

 

 

 

Lezione del: 
Venerdì, Ottobre 11, 2019