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SUL TERRITORIO DELLA SAPIENZA POETICA E FILOSOFICA AGLI ESORDI DELLA SCIENZA EMERGE L’IDEA CHE PER SPIEGARE LA NATURA BISOGNA PARTIRE DALLA NATURA STESSA, IUXTA PROPRIA PRINCIPIA ...

Lezione N.: 
8

ASSOCIAZIONE ARTICOLO 34  -  «LA SCUOLA È APERTA A TUTTI.»

PERCORSO DI STORIA DEL PENSIERO UMANO IN FUNZIONE

DELLA DIDATTICA DELLA LETTURA E DELLA SCRITTURA

Prof. Giuseppe Nibbi

La sapienza poetica e filosofica del ‘600 agli esordi della scienza   13-14-15  dicembre  2017

 

SUL TERRITORIO DELLA SAPIENZA POETICA E FILOSOFICA AGLI ESORDI

 

DELLA SCIENZA EMERGE L’IDEA CHE PER SPIEGARE LA NATURA

 

BISOGNA PARTIRE DALLA NATURA STESSA, IUXTA PROPRIA PRINCIPIA ...

     Questo è l’ottavo itinerario del nostro viaggio sul territorio della sapienza poetica e filosofica dell’Età moderna, l’ultimo prima della vacanza natalizia, e quindici giorni fa, strada facendo, abbiamo osservato una serie di elementi la cui comparsa prelude alla nascita della scienza [è un parto lungo e difficoltoso quello che porta alla nascita della scienza] e in questa indagine ci ha accompagnate e accompagnati Bernardino Telesio.

Sappiamo che Bernardino Telesio è nato a Cosenza nel 1509 [una città assai viva culturalmente in età rinascimentale]; sappiamo che, fin da bambino, si è formato intellettualmente a Cosenza, a Milano, a Roma, a Venezia, sotto la guida dello zio, l’umanista Antonio Telesio [che ha fondato l’Accademia cosentina], e poi, quindici giorni fa, abbiamo studiato “il lavoro di traduzione e di commento” che Bernardino Telesio, sotto la guida del professor Federico Delfino, ha svolto all’Università di Padova come giovanissimo segretario de “la corrente per la revisione della fisica di Aristotele”, un movimento culturale che, più di ogni altro nei primi decenni del ‘500, prepara il terreno per l’avvento di quella che è stata chiamata la rivoluzione scientifica moderna. Bernardino Telesio, a vent’anni nel 1529, traduce dal greco in latino e commenta con spirito critico il testo del trattato di Aristotele intitolato Perì oùranou [Sul cielo, in latino De caelo], che diventa il primo nucleo di un’opera complessa alla quale Bernardino Telesio lavora per tutta la vita. Prima di occuparci del contenuto di quest’opera - pietra miliare sul cammino che porta alla nascita dello spirito scientifico - dobbiamo percorrere un sentiero impervio ma ricco di interessanti paesaggi intellettuali al seguito di Bernardino Telesio che non si ferma a Padova ma dopo il 1535 [l’anno in cui si laurea] si mette in movimento.
     Dal 1535 fino al 1544, Bernardino Telesio compie numerosi viaggi: a Roma, a Bologna, a Napoli per tenere conferenze e cicli di Lezioni invitato dai simpatizzanti de “la corrente per la revisione della fisica di Aristotele”. Quali sono gli argomenti che presenta nel corso della sue Lezioni? Telesio propone una campagna di studi sulla filosofia “presocratica” [di Talete, di Anassimene, di Anassimandro], e questo suo ritorno “alle origini” non avviene certo per rifarsi alle antiquate dottrine naturalistiche di questi antichi Filosofi ma se ne serve per lodare al di là dei loro limiti quella che Telesio chiama “l’intuizione dei fisici ionici”, cioè l’aver capito che “per spiegare la Natura bisogna partire dalla Natura stessa” [non si può osservare la Natura secondo ciò che abbiamo in mente - poniamo: la presenza degli dèi - altrimenti vediamo riflesso nella Natura ciò che la Natura rappresenta per la nostra mente e non quello che la Natura realmente è]; questo Telesio lo afferma per polemizzare, non tanto contro Aristotele [che è stato un grande maestro nell’uso della Logica e ha saputo anche manifestare i dubbi che la Logica crea] bensì Telesio vuole polemizzare contro gli aristotelici suoi contemporanei di ogni tendenza, tanto averroista quanto alessandrina, che soprattutto all’Università di Padova hanno ridotto la devozione per il Maestro a una sorta di religione per cui, dopo aver blindato il suo sistema ritenendolo intoccabile, hanno finito per tradire il suo insegnamento fondamentale: quello sul primato assoluto del rispetto per la verità che impone alla persona di essere sempre “in ricerca” senza rinunciare mai a mettere in discussione i risultati raggiunti [e questo è il principio su cui si basa la scienza].   L’errore degli aristotelici, che con ostinazione non vogliono rinnovare il pensiero di Aristotele, insegna Telesio, è duplice: in primo luogo vorrebbero spiegare la Natura non partendo dalla Natura ma dalle esigenze logiche della ragione, dai concetti di materia, di forma, di sostanza, di qualità [di accidenti], i quali, così come li ha catalogati Aristotele, altro non sono che modalità astratte dell’Intelletto che, di conseguenza, non possono interpretare realmente il Mondo perché è concreto. E poi, insegna Telesio, i fenomeni naturali vengono spiegati dagli aristotelici con cause esterne alla Natura quando si capisce benissimo [e lo avevano già capito i presocratici più di duemila nni prima] che le cause dei fenomeni sono interne alla Natura e, quindi, il cosiddetto  “Motore immobile” [l’Atto puro che è causa finale del sistema cosmico] del quale non è possibile dimostrare l’esistenza, è semplicemente un’astrazione, un esercizio concettuale.
      Inoltre Bernardino Telesio nella sue Lezioni punta e fa puntare l’attenzione su quegli autori che, in Età medioevale, al tempo della Filosofia scolastica [nella prima metà del Trecento], hanno avuto il coraggio, con le loro Opere, di interpretare in modo nuovo in ragione di più approfondite osservazioni molti aspetti ormai superati della Physica di Aristotele. Bernardino Telesio restituisce attualità, soprattutto, a uno di questi autori [e anche al maestro di questo personaggio, come vedremo] curando la pubblicazione a stampa della sua opera e divulgandola: di quale opera e di quale autore si tratta? Bernardino Telesio, in un ciclo delle sue Lezioni, s’incarica di presentare l’opera intitolata Il cielo e il mondo di Giovanni Buridano perché è un libro di scienza o, meglio, di filosofia della scienza che contiene, già nella prima metà del Trecento, un commento critico del trattato Sul cielo di Aristotele [Buridano ha compiuto la stessa operazione intellettuale che Bernardino Telesio ha realizzato, con ancor maggior incisività, duecento anni dopo: come abbiamo studiato quindici giorni fa].

     A questo punto dobbiamo percorrere insieme a Telesio [come abbiamo detto] un sentiero impegnativo che presenta alcuni interessanti paesaggi intellettuali che dobbiamo osservare in chiave interlocutoria e, quindi, prendiamo il passo domandandoci in primo luogo: chi è Giovanni Buridano [che probabilmente tutte e tutti voi avete sentito nominare per il celebre apologo intitolato L’asino di Buridano]? E poi ci dobbiamo chiedere: perché Bernardino Telesio promuove l’opera di Buridano [non pensava di aver fatto meglio di lui duecento anni dopo]? Promuove il trattato di Buridano perché costituisce un precedente che avvalora, sul piano storico, le convinzioni di Telesio, visto che il sistema aristotelico era già stato messo in discussione da due secoli all’Università di Parigi nella facoltà delle Arti [Telesio torna indietro per prendere la rincorsa e per poter saltare più in lungo, e noi lo seguiamo]. Chi è Giovanni Buridano e alla Scuola di quale maestro si forma? Giovanni Buridano [Jean Buridan] è nato tra il 1290 e il 1295, probabilmente a Béthune, una cittadina [oggi di circa 27 mila abitanti] situata nell’ex provincia dell’Artois, che oggi fa parte del dipartimento del Pas-de-Calais: siamo nel nord della Francia al confine con il Belgio [con la regione delle Fiandre che, per un certo periodo di tempo, ha fatto parte dell’Artois].

     Giovanni Buridano studia Filosofia e poi assume la cattedra di Logica alla facoltà delle Arti di Parigi, ed è stato anche eletto rettore dell’Università parigina per ben due volte, nel 1328 e nel 1340. All’Università di Parigi, Buridano è stato amico [perché sono coetanei] e seguace di un insigne maestro: Guglielmo di Ockham [un personaggio che abbiamo incontrato a suo tempo e del quale ora dobbiamo ricordare alcuni tratti del suo pensiero], un maestro molto ammirato anche da Bernardino Telesio.

REPERTORIO E TRAMA ... per dieci minuti al giorno di lettura e di scrittura:

 

Con la guida della Francia che trovate in biblioteca e sulla rete andate a visitare Béthune che è un comune ricco di patrimonio artistico e storico [ricostruito fedelmente dopo i bombardamenti della seconda guerra mondiale]… Sulla vasta piazza principale si erge il famoso “beffroi”, il campanile del XIV secolo [panoramico, alto 41 metri, con 133 gradini e 36 campane che suonano ogni ora]… Buon viaggio…

     Come abbiamo detto, Giovanni Buridano è stato amico [sono coetanei] e seguace all’Università di Parigi di Guglielmo di Ockham, un personaggio che abbiamo incontrato durante il viaggio di due anni fa, sul territorio dell’autunno del Medioevo. Di Guglielmo di Ockham abbiamo studiato le opere e ora dobbiamo, seppur brevemente, ricordare alcuni tratti del suo pensiero in funzione del contesto nel quale ci stiamo muovendo: sulla lunga strada che ha portato a quella che è stata chiamata la rivoluzione scientifica moderna.
     Guglielmo di Ockham [Ockham è un piccolo paese a sud-ovest di Londra dove Guglielmo è nato intorno al 1290] è un francescano, appartenente alla corrente pauperista degli spirituali, che studia a Oxford dove diventa magister di Teologia e poi si trasferisce a Parigi per insegnare alla facoltà delle Arti dove, in relazione al tema degli universali, promuove lo sviluppo di una corrente di pensiero detta nominalista [tra i suoi seguaci c’è anche Giovanni Buridano] ma, nel 1324, per Guglielmo inizia un periodo difficile perché, come abbiamo studiato a suo tempo, riceve un mandato di comparizione di fronte alla Corte papale di Avignone [sapete che la sede papale dal 1309 al 1377 è ad Avignone]. Guglielmo viene citato a causa di 51 proposizioni, considerate eretiche, contenute nel Commentario delle Sentenze, un’opera nella quale Guglielmo, allo stesso modo di Giovanni Duns Scoto e di Pietro Lombardo, commenta molti pensieri estratti dagli Scritti dei Padri della Chiesa, riguardanti vari temi in discussione nell’ambito della cristianità, dimostrando che la dottrina ufficiale è spesso in contraddizione con il pensiero dei Padri Apostolici del II secolo e dei Padri Apologisti del III, IV e V secolo.

     Il Commentario delle Sentenze di Guglielmo di Ockham è un testo che, dal 1319, sta circolando nelle principali Università europee suscitando un grande interesse soprattutto sulle questioni che riguardano le prerogative papali, la povertà, il rapporto tra l’esperienza e la fede e la natura degli universali, e il tribunale dell’Inquisizione, presieduto da papa Giovanni XXII in persona, considera quest’opera non ortodossa e ne vieta la diffusione. Guglielmo di Ockham si presenta fiducioso ad Avignone convinto di poter dimostrare l’ortodossia delle sue tesi ma, per ordine del papa, gli viene imposto il silenzio e viene trattenuto in attesa di processo.
      Chi è papa Giovanni XXII? Papa Giovanni XXII è il guascone [è nato a Cahors] Jacques-Arnaud Duèse che, prima di dedicarsi alla carriera ecclesiastica, è stato un esperto banchiere e poi cancelliere e ministro delle finanze del regno angioino di Napoli. Jacques-Arnaud Duèse, dopo essere stato nominato vescovo di Avignone [città di proprietà degli Angioini di Napoli], viene eletto papa all’età di 72 anni nel 1316 [e regna per diciotto anni, fino all’età di novant’anni], ed è, dicono le cronache, «un ometto piccolo e brutto, di umili origini, ma dotato di un’instancabile attività di mente e di un prodigioso talento amministrativo »[ci voleva nel 1316 un papa competente nel campo della finanza perché la Chiesa, in quanto istituzione statale vaticana, era sull’orlo del fallimento finanziario]; di conseguenza, questo papa reprime i francescani spirituali che predicano la povertà assoluta sostenendo che «la Chiesa ha bisogno di risorse per non essere spazzata via dallo scenario della Storia». Giovanni XXII istituisce la camera apostolica” [la banca vaticana che lui dirige personalmente] che ha il compito di provvedere, investire e custodire il denaro occorrente per l’amministrazione della Santa Sede e questa innovazione [la Corte papale che si mette sul mercato] frutta subito ai forzieri avignonesi un tesoro valutato in venti milioni di fiorini d’oro [circa 250 milioni in euro]: la riforma finanziaria di Giovanni XXII fa diventare lo Stato vaticano una potenza economica capace di concludere affari molto redditizi.

Ad Avignone, nello stesso periodo, vengono convocati altri tre eminenti esponenti del francescanesimo spirituale che condividono le idee di Guglielmo e anch’essi vengono trattenuti agli arresti domiciliari e [le persone che sono in viaggio da qualche anno dovrebbero ricordare questo episodio] questi quattro personaggi sono stati protagonisti di una fuga avventurosa: nella notte senza luna del 26 maggio 1328 Guglielmo di Ockham, Michele da Cesena, Bonagrazia da Bergamo e Francesco d’Ascoli [i leader del movimento spirituale francescano] fuggono avventurosamente da Avignone [non era un’impresa facile] convinti che per sostenere l’idea della povertà predicata dal Vangelo - e per sostenere tutte le loro idee in generale - era meglio restare vivi. I quattro trovano rifugio a Pisa dove fornisce loro protezione l’imperatore Ludovico il Bavaro che è in conflitto con papa Giovanni XXII, e poi, nel 1330, partono insieme con l’imperatore per Monaco di Baviera, divenuta la capitale dell’impero, e lì Guglielmo di Ockham muore nel 1349 dopo aver scritto una serie di opere importanti.
      L’insegnamento di Guglielmo di Ockham incide sulla formazione di Giovanni Buridano e di un consistente numero di discepoli: perché, che cosa insegna Guglielmo?  Guglielmo di Ockham, in linea con la Scuola di Oxford nella quale si coltivano idee che fanno maturare “lo spirito scientifico”, insegna [e le sue tesi risultano invise ai vertici ecclesiastici] che bisogna distinguere nettamente il campo dell’esperienza da quello della fede: l’esperienza pratica, scrive Guglielmo, ha come suo oggetto il mondo della Natura mentre sul tema della Teologia si può riflettere soltanto facendo riferimento alla fede, e il distacco tra lo studio del mondo della Natura basato sull’esperienza e lo studio dei temi teologici ispirati dalla fede è netto; quindi, Guglielmo ribadisce che «per nessun problema metafisico [a cominciare da quello dell’esistenza di Dio] è possibile una dimostrazione razionale » [il rapporto con l’onnipotenza assoluta di Dio consiste in un mistico abbandono], mentre «la conoscenza del mondo della Natura, sostiene Guglielmo, si basa esclusivamente sull’esperienza data dai sensi, ed è un tipo di conoscenza di carattere intuitivo» e queste affermazioni fanno di lui uno dei precursori della scienza.

Alla facoltà delle Arti di Parigi, insieme a un nutrito gruppo di studenti, Giovanni Buridano segue l’insegnamento di Guglielmo di Ockham tanto sul tema della conoscenza intuitiva mediante l’esperienza quanto sul tema degli universali: Guglielmo sostiene la tesi cosiddetta nominalista secondo la quale le idee [le idee universali] non sono fin dalla nascita presenti nella mente della persona [“ante rem”, prima delle cose ci sono le Idee, secondo il pensiero di Platone] e così non sono neppure presenti, come essenze, nelle cose stesse [“in re”, secondo il pensiero di Aristotele] ma sono dei puri nomi [sono “flatus vocis”, sono l’espressione vocale e simbolica dei nomi delle cose] che la persona utilizza per esporre il proprio pensiero nel momento in cui esplora, con i sensi, il mondo della Natura, ed è su questa base che Giovanni Buridano, secondo l’insegnamento di Guglielmo di Ockham, rivisita il sistema aristotelico.

Come ricorderete, Aristotele considera la realtà frutto dell’unione [sinolo] di materia e di forma [Aristotele utilizza il termine “sýnolon” per definire l’unità della sostanza, l’unione di materia e di forma, e la parola “sýnolon” è composta da “sýn” che significa “insieme” e “hòlos” che significa “tutto”]. Secondo Aristotele, la realtà è unione di un elemento Universale, la forma [in greco “morfé” oppure “eidos, l’idea”] che è un principio vitale e intelligibile con un fattore particolare, la materia [in greco “üle”] che è l’elemento passivo e indecifrabile, e questo insieme è la caratteristica di ogni sostanza [ogni singola entità individuale - che sia una persona, un animale, una pianta o un oggetto - esiste in quanto unione di materia e di forma].

Giovanni Buridano, secondo la Lezione di Guglielmo di Ockham, in linea con il pensiero della corrente nominalista, considera la realtà naturale formata di sola materia e, quindi, anche le forme delle cose derivano da un processo materiale interno alla Natura per cui è la persona che dà un nome alla forma, un nome che diventa quello della cosa stessa e che ne qualifica l’esistenza, e questo nome è l’idea, e l’idea è la nozione che rappresenta l’essenza della cosa stessa, per cui le idee sono nomi. Su queste basi - il primato dell’esperienza e il fatto che le idee sono nomi - Giovanni Buridano riflette sulla fisica aristotelica e poi, come sappiamo, scrive Il cielo e il mondo, un commento al trattato Sul cielo di Aristotele nel quale, senza volutamente esasperare i toni, mette in discussione il sistema cosmico aristotelico e le leggi su cui si basa e lo fa manifestando un senso di preoccupazione pensando alle ripercussioni che certi grandi cambiamenti possono provocare.

REPERTORIO E TRAMA ... per dieci minuti al giorno di lettura e di scrittura:

 

Quale cambiamento [sul piano personale oppure a livello generale] ha provocato in voi un senso di preoccupazione  per le ripercussioni che ha avuto o che potrebbe avere?… 

 

Scrivete quattro righe in proposito…

Nelle sue Lezioni, Bernardino Telesio promuove l’opera di Giovanni Buridano intitolata Il cielo e il mondo, commento al trattato Sul cielo di Aristotele [e ne cura la pubblicazione a stampa per favorirne la diffusione] perché quest’opera contiene importanti spunti orientati verso gli esordi della scienza.      Il libro intitolato Il cielo e il mondo di Giovanni Buridano è un’opera di Filosofia della scienza che contiene, già nella prima metà del Trecento, un commento critico del trattato Sul cielo di Aristotele [Giovanni Buridano, abbiamo detto, compie la stessa operazione intellettuale che Bernardino Telesio realizza duecento anni dopo]. Il libro di Buridano ci porta dentro a una visione pre-copernicana del Cosmo [quella aristotelica e tolemaica] nella quale troviamo un panorama domestico” [più familiare e più semplice]: quello della Terra immobile al centro dell’Universo con i Pianeti compreso il Sole che le girano attorno attaccati a Sfere cristalline, ma l’autore sa che questo paesaggio intellettuale è destinato a cambiare i propri connotati perché il mondo della cultura scolastica ha già intrapreso un cammino che porta verso quella che sarà chiamata la rivoluzione scientifica moderna. Buridano [nella prima metà del Trecento] si domanda con preoccupazione dove potrà portare la rivoluzione scientifica e pensa che l’ipotesi eliocentrica [se fosse il Sole a essere al centro, visto che ci sono già molti argomenti che giocano a favore di questa possibilità], se questa ipotesi fosse confermata, darebbe luogo a una cosmologia inquietante perché la Terra finirebbe alla periferia del Cosmo, e se questa risultasse una realtà dimostrata creerebbe innumerevoli conseguenze sul piano antropologico e soprattutto teologico: l’Essere umano perderebbe la sua posizione di centralità nel Cosmo, e potrebbe Dio aver creato la Terra non al centro dell’Universo [come si concilierebbe questo fatto con le Sacre Scritture]? Giovanni Buridano - che ha già imparato dal suo maestro Guglielmo di Ockham a dare delle risposte in proposito - pensa alla possibilità di un mondo più grande dell’attuale, e pensa anche a l’esistenza di più mondi in uno spazio infinito e ritiene che, se così fosse, ciò rientrerebbe comunque nell’ambito dell’onnipotenza divina [secondo la teoria formulata da Guglielmo di Ockham per cui, se il principale attributo divino è quello dell’onnipotenza assoluta, Dio può benissimo aver creato più mondi in uno spazio infinito] e questa eventualità, quindi, non sarebbe in contraddizione con la dottrina. La parte più significativa del libro di Buridano, quella che prende molta parte del testo e interessa maggiormente a Bernardino Telesio, riguarda la teoria dell’impetus secondo la quale un corpo in movimento possiede un impetoche lo porta a proseguire il suo moto anche in assenza di forze esterne. Questa teoria, già rintracciabile negli Scritti di un fisico del IV secolo di nome Giovanni Filopono, precorre il [cosiddetto] principio d’inerzia” [che sarà esposto da Galileo Galilei - dopo un’accurata sperimentazione - nel Dialogo sui massimi sistemi del quale ci occuperemo a suo tempo]. Giovanni Buridano confuta la teoria di Aristotele secondo cui la continuazione del moto di un proiettile è dovuta all’aria la quale, in qualche modo, gli trasmetterebbe l’azione motrice, ma l’aria, sostiene Buridano, resiste al moto più che favorirlo. Scrive Buridano: «Possiamo dire che al sasso o a un altro oggetto scagliato viene impressa una virtù motrice [vis motiva] che è propria dell’oggetto proiettato che pertanto si muove non per l’azione dell’aria, in quanto l’aria resiste al moto. Si può perciò dire che il motore, muovendo il mobile, gli imprime un impeto che è la virtù motrice di quel mobile, e quanto più velocemente il motore lo muove tanto più forte impeto gli imprime, e da quell’impeto è mosso il sasso anche dopo che il motore ha cessato di muovere, e poi, a causa della resistenza dell’aria e della gravità del sasso, quell’impeto s’indebolisce [remittitur] continuamente. E se qualcuno si chiede perché io proietto più lontano un sasso che una piuma e un pezzo di ferro piuttosto che altrettanto legno, dico che la causa di ciò risiede nel fatto che tutte le forme e le disposizioni naturali sono generate dalla materia in ragione della materia [perché esiste solo la materia], perciò tanta più materia contiene un corpo, tanto più impeto può ricevere, e più il corpo è denso e grave più riceve impeto intensamente, così come il ferro riceve più calore che non un’uguale quantità di legno o d’acqua, e questa è anche la causa per cui è più difficile ridurre alla quiete una grande mola di fabbro mossa velocemente che non una piccola, infatti nella grande, a parità di tutto il resto, c’è più impeto». Se questi ragionamenti fatti sulla Terra vengono applicati al funzionamento del Cielo se ne traggono delle conseguenze rilevanti: un Corpo celeste che è fatto della stessa materia di cui è fatta la Terra è un oggetto di una grandezza e di una consistenza tale da avere un impetus che gli garantisce il moto; e, difatti, la teoria dell’impetus permette a Giovanni Buridano [di far cadere un mito] di considerare superflua una delle affermazioni più importanti [che per tutto il Medioevo ha influenzato gli studiosi di Fisica] fatta da Aristotele il quale sostiene nel De caelo che per mantenere in moto i Cieli risultano necessarie delle Intelligenze motrici, che Tommaso d’Aquino ha trasformato in Intelligenze angeliche per cui la dottrina della Chiesa ha fatto proprio il sistema cosmico aristotelico difendendone a spada tratta la struttura. Giovanni Buridano ne Il cielo e il mondo scrive usando molti condizionali perché il sistema aristotelico, dal 1323, non poteva essere messo in discussione: «Non appare dal Libro della Genesi, scrive Buridano, che ci siano intelligenze deputate a muovere i Corpi celesti e, quindi, si potrebbe sostenere che Dio, quando ha creato il mondo, ha fatto muovere ciascun Astro imprimendo in esso un impeto di carattere naturale [fisico] in modo che quel Corpo possa continuare il suo moto senza bisogno di un ulteriore intervento, e affermo questo in via ipotetica chiedendo ai signori teologi che mi insegnino in che modo il moto si possa sviluppare con l’Intelligenza quando può seguire una legge fisica voluta da Dio». Bernardino Telesio due secoli dopo utilizza queste considerazioni, provenienti dal mondo della Scolastica, a supporto del suo pensiero.

     Giovanni Buridano nella sua opera si occupa anche del tema della volontà: quali sono [si domanda] le caratteristiche della volontà umana e che cosa la guida? Buridano ritiene che la volontà segua le valutazioni dell’intelletto per poter fare le scelte giuste, ma può determinarsi l’eventualità in cui la volontà deve decidere quale scegliere tra due beni considerati equivalenti dall’intelletto e, in tal caso, verrebbe a trovarsi in un imbarazzo tale da dover sospendere l’azione conseguente e, quindi, per evitare la paralisi, afferma Buridano, bisogna educare la volontà a esercitare la scelta per evitare situazioni di immobilismo. In relazione a questa tesi è stato creato, non da Buridano, un apologo che ne banalizza il pensiero, si tratta del famoso apologo dell’asino di Buridano: se un asino viene posto tra due cumuli di fieno uguali e alla stessa distanza non saprebbe scegliere quale iniziare a mangiare, magari li vorrebbe entrambi, e morirebbe di fame nell’incertezza. Fare come l’asino di Buridano” [è un adagio che è diventato proverbiale] significa, quindi, esitare tra due scelte, tra due modi di risolvere un problema e significa non prendere posizione, e questo non è il pensiero di Buridano che ammonisce a non immobilizzarsi e a continuare verso nuove possibili varianti della propria esistenza.

REPERTORIO E TRAMA ... per dieci minuti al giorno di lettura e di scrittura:

 

Quando tra due beni considerati equivalenti vi siete trovate e trovati in difficoltà a scegliere?…

 

Scrivete quattro righe in proposito…  

Abbiamo studiato la teoria dell’impetus e l’impeto è un termine, o meglio, è un concetto che assume anche una valenza in campo poetico. Il concetto poetico de l’impetus [che ha origine nella Tragedia] agli albori della modernità si esplicita soprattutto nei poemi cavallereschi e, in particolare, nell’Orlando furioso di Ludovico Ariosto del quale dobbiamo ancora leggere qualche ottava del primo canto.

     Nell’Orlando furioso tutti i personaggi principali si comportano secondo un impetus loro proprio, e anche i fatti, nel loro svolgersi, sono dotati di un impetusche serve per dare dinamicità poetica ai versi delle ottave. L’impeto è forza, energia e veemenza, è furore, aggressività e irruenza, è passione, slancio, trasporto, ardore e fervore, è entusiasmo, concitazione, foga, e Ariosto sa  che deve tenerne conto.

 REPERTORIO E TRAMA ... per dieci minuti al giorno di lettura e di scrittura:

 

Quale di questi termini - forza, energia, veemenza, furore, aggressività, irruenza, passione, slancio, trasporto, ardore, fervore, entusiasmo, concitazione, foga - mettereste per primo accanto alla parola “impeto”?…

 

C’è una situazione che avete affrontato con impeto?… 

 

Scrivete quattro righe in proposito…

     E ora - in relazione al concetto poetico di impetus - leggiamo una selezione di ottave dal I canto dell’Orlando furioso, dalla 60ª alla 71ª. La trama dell’Orlando furioso si basa come sappiamo sulla fuga di Angelica o sull’impetus che ha, e che scatena, la fuga di Angelica.
      Angelica fugge dai suoi numerosi e maldestri corteggiatori: come abbiamo letto nelle scorse settimane, fugge da Rinaldo e poi da Rinaldo e Ferraù, i quali la inseguono galoppando sullo stesso cavallo [Oh gran bontà de’ cavallieri antiqui! | Eran rivali, eran di fé diversi, | e pur insieme van senza sospetto aversi.] finché, giunti a un bivio, decidono di separarsi. Lo scenario della fuga di Angelica è rappresentato dalla Natura selvaggia [una Natura che si sviluppa “secondo propri principi”, direbbe Bernardino Telesio del quale Ludovico Ariosto ha ascoltato le Lezioni a Padova], una Natura potente, fatta di boschi di querce, di olmi e di faggi, apparentemente inospitale perché Angelica viene a trovarsi in un posto delizioso: un boschetto dove spira un venticello delicato e fresco, dove scorrono due limpidi ruscelli dalle rive erbose. Qui pensa di essere al sicuro e decide di fare una sosta: entra in un cespuglio - uno spazio ben riparato formato da un intreccio di pruni e di rose - che si presenta come se fosse una confortevole camera da letto, e lì entra, si sdraia, si addormenta e dorme finché si risveglia e vede che è giunto un cavaliere armato, il quale, seduto presso uno dei due ruscelli, si regge la testa con un braccio e appare immobile come un sasso. Questo cavaliere è Sacripante, uno dei suoi corteggiatori, il quale sta pensando proprio a lei e parla esprimendo, con un lamento, le sue pene d’amore. Angelica ascolta le dolenti parole di Sacripante e vede le sue lacrime ma non si degna di avere pietà di lui [ma dura e fredda più d’una colonna, | ad averne pietà non però scende] e, anzi, pensa di poter sfruttare la situazione: ritrovandosi sola in mezzo al bosco, senza guida e senza difesa, ritiene di poter approfittare della presenza di questo suo corteggiatore, che giudica fidato [e un po’ babbeo], per farne la sua scorta e, quindi, esce in modo plateale dal cespuglio e si mostra [fa di sé bella ed improvisa mostra]. Sacripante è talmente stupito che ci mette un po’ prima di capire la situazione e poi «pieno di dolce e d’amoroso affetto» le corre incontro e l’abbraccia. Ma ecco che, mentre Angelica gli racconta le sue disavventure, assicurandolo di non aver mai concesso ad alcuno il suo amore - al che Sacripante diventa speranzoso [La verginella è simile alla rosa] - si sente un gran rumore dal bosco vicino, e lui monta subito in sella e prende la lancia, preparandosi a fronteggiare ogni eventuale pericolo: che cosa sta succedendo?

     La 60ª ottava del I canto descrive l’arrivo, dal bosco, di un cavaliere che appare come un uomo vigoroso e fiero: col vestito candido come la neve e un pennacchio [un pennoncello] bianco come cimiero. Re Sacripante, non potendo sopportare che costui, con il suo inopportuno percorso, gli abbia interrotto la situazione piacevole nella quale si trovava, lo guarda con occhi minacciosi e sdegnati.

Ludovico Ariosto, Orlando furioso  I 60

LEGERE MULTUM….

 

60. Ecco pel bosco un cavallier venire,

 

il cui sembiante è d’uom gagliardo e fiero:

 

candido come nieve è il suo vestire,

 

un bianco pennoncello ha per cimiero.

 

Re Sacripante, che non può patire

 

che quel con l’importuno suo sentiero

 

gli abbia interrotto il gran piacer ch’avea,

 

con vista il guarda disdegnosa e rea.

     Non appena questo cavaliere è più vicino a lui, Sacripante lo sfida credendo di disarcionarlo facilmente…

Ludovico Ariosto, Orlando furioso  I 61

LEGERE MULTUM….

 

61. Come è più presso, lo sfida a battaglia;

 

che crede ben fargli votar l’arcione.

     …e l’altro cavaliere sprona subito il cavallo e pone la lancia in posizione di attacco, e Sacripante con furore [l’impetus], presa la rincorsa, va al galoppo, e si corrono incontro per ferirsi.

Ludovico Ariosto, Orlando furioso  I 61

LEGERE MULTUM….

 

Sacripante ritorna con tempesta,

 

e corronsi a ferir testa per testa.

     I leoni o i tori in amore [in salto] non si scontrano con tanta crudeltà come i due guerrieri vanno all’assalto [l’impetus] tanto che trapassano l’uno lo scudo dell’altro. Lo scontro fa tremare dal basso all’alto le valli erbose fino ai colli senza vegetazione [ ignudi]  ed è vantaggioso che le corazze [gli osberghi] siano di buona fattura e perfette, tanto che salvano i loro petti da ferite mortali.

Ludovico Ariosto, Orlando furioso  I 62

LEGERE MULTUM….

 

62. Non si vanno i leoni o i tori in salto

 

a dar di petto, ad accozzar si crudi,

 

sì come i duo guerrieri al fiero assalto,

 

che parimente si passâr gli scudi.

 

Fe’ lo scontro tremar dal basso all’alto

 

l’erbose valli insino ai poggi ignudi;

 

e ben giovò che fur buoni e perfetti

 

gli osberghi sì, che lor salvaro i petti.

     I due cavalli, in corsa, non deviano, anzi si scontrano violentemente come fanno i montoni: il cavallo di Sacripante muore sul colpo [di corto], pur essendo, da vivo, tra i buoni destrieri: anche l’altro cade a terra, ma si rialza non appena sente pungere al suo fianco gli speroni. Quello di Sacripante resta disteso tendendo schiacciato con il proprio peso il suo padrone.

Ludovico Ariosto, Orlando furioso  I 63

LEGERE MULTUM….

 

63. Già non fêro i cavalli un correr torto,

 

anzi cozzare a guisa di montoni:

 

quel del guerrier pagan morì di corto,

 

ch’era vivendo in numero de’ buoni;

 

quell’altro cadde ancor, ma fu risorto

 

tosto ch’al fianco si sentì gli sproni.

 

Quel del re saracin restò disteso

 

adosso al suo signor con tutto il peso.

     Il misterioso campione rimasto a cavallo, vedendo l’altro cavaliere a terra, ritiene di aver vinto la sfida e si lancia al galoppo per il sentiero attraverso la foresta e, prima che Sacripante riesca a liberarsi dall’impaccio, si è già allontanato di un miglio. Sacripante si rialza stordito e stupito come un aratore che, dopo essere stato buttato a terra dal fragore di un tuono, si rialza vicino ai due buoi rimasti uccisi dal fulmine e vede il pino colpito dallo stesso privo di rami. E Sacripante è mortificato dalla presenza di Angelica, e sospira e geme non perché sia rimasto ferito ma per la vergogna, e arrossisce come mai gli era successo prima in vita sua quando Angelica gli toglie il cavallo morto di dosso per liberarlo da quel peso e rimane muto finché la fanciulla, ironica come non mai, non lo invita a parlare dicendogli: «Dai! Signore, non preoccupatevi! Perché la colpa della caduta non è vostra ma del cavallo, il quale aveva più bisogno di riposo e di cibo [esca] che di un altro duello. E l’altro guerriero non esalti troppo il proprio trionfo perché ha dimostrato di essere stato lui lo sconfitto, io, per quel poco che ne capisco a riguardo, valuto così l’accaduto dal momento che per primo ha voluto abbandonare il combattimento».

Ludovico Ariosto, Orlando furioso  I 67

LEGERE MULTUM….

 

67 «Deh» diss’ella, «signor, non vi rincresca!

 

che del cader non è la colpa vostra,

 

ma del cavallo, a cui riposo ed esca

 

meglio si convenia che nuova giostra.

 

Né perciò quel guerrier sua gloria accresca:

 

che d’esser stato il perditor dimostra:

 

così, per quel ch’io me ne sappia, stimo,

 

quando a lasciare il campo è stato primo».

     Mentre lei, sarcastica, conforta Sacripante, ecco che, con il corno al collo e al fianco la borsa, sopraggiunge, galoppando sopra un ronzino, un messaggero che appare stanco e sconsolato, e dopo essersi avvicinato chiede se, con uno scudo bianco e con un pennacchio bianco sull’elmo, hanno visto passare un cavaliere attraverso la foresta. Sacripante risponde: «Come vedi, il cavaliere che cerchi mi ha disarcionato ed è appena ripartito e tu fammi conoscere il suo nome affinché io possa sapere chi mi ha fatto cadere da cavallo». E il messaggero risponde senza esitazione: «Devi sapere che a disarcionarti è stato l’alto valore di una nobile donzella. Lei è energica, ma soprattutto è bella, e il suo famoso nome non ti nascondo: è stata Bradamante a toglierti più onore di quanto tu ne abbia mai guadagnato al mondo [Bradamante è, con Marfisa, una delle due donne guerriere che agiscono nel poema, l’una e l’altra sono creature di Matteo Maria Boiardo. Dopo essersi così pronunciato, il messaggero riparte al galoppo lasciando molto poco allegro Sacripante, che non sa più che dire o fare, con la faccia completamente infiammata dalla vergogna.

Ludovico Ariosto, Orlando furioso  I 70

LEGERE MULTUM….

 

70. «Ella è gagliarda ed è più bella molto;

 

né il suo famoso nome anco t’ascondo:

 

fu Bradamante quella che t’ha tolto

 

quanto onor mai tu guadagnasti al mondo».

 

Poi ch’ebbe così detto, a freno sciolto

 

il Saracin lasciò poco giocondo,

 

che non sa che si dica o che si faccia,

 

tutto avvampato di vergogna in faccia.

     E Sacripante, dopo aver pensato a lungo, invano, alla situazione fortunosa che gli era capitata, si trova, infine, steso a terra da una femmina, e più ci pensa e più ne soffre; monta sul cavallo di Angelica, silenzioso e incapace di parlare: senza proferire parola, con calma, prende [tolse] in groppa Angelica, e rimanda [e differilla] quindi i suoi piani a un momento più lieto, a un luogo [a una stanza] più tranquillo.

Ludovico Ariosto, Orlando furioso  I 71

LEGERE MULTUM….

 

71 Poi che gran pezzo al caso intervenuto

 

ebbe pensato invano, e finalmente

 

si trovò da una femina abbattuto,

 

che pensandovi più, più dolor sente;

 

montò l’altro destrier, tacito e muto:

 

e senza far parola, chetamente

 

tolse Angelica in groppa, e differilla

 

a più lieto uso, a stanza più tranquilla.

     Dopo la vacanza termineremo la lettura del I canto dell’Orlando furioso nel cui testo, come abbiamo capito, emergono una serie di temi che caratterizzano quest’epoca: quello dell’autonomia della Lingua e quello dell’autonomia della Natura [complice la Lezione di Bernardino Telesio].

     Il Commento al trattato Sul cielo di Aristotele, che Bernardino Telesio compone a vent’anni nel 1529 in qualità di assistente universitario, diventa il primo nucleo di un’opera complessa alla quale Telesio lavora per tutta la vita, e quest’opera viene considerata una pietra miliare sul cammino che porta alla nascita della scienza. Le idee innovative elaborate da Telesio risultano invise ai due apparati di potere con i quali ha a che fare: quello accademico e quello ecclesiastico. L’Università di Padova, in mano agli aristotelici fondamenalisti, dal 1544 non gli rinnova il contratto [Telesio viene licenziato e, economicamente, iniziano tempi duri per Bernardino]. Per fortuna il suo pensiero viene apprezzato nell’ambiente di certe corti, in particolare delle regioni del sud.

     Bernardino Telesio, dal 1544, viene ospitato dalla famiglia napoletana del Duca di Nocera dei Pagani, Alfonso Carafa che assume lo studioso come precettore del figlio Ferrante, il duca Ferdinando II Carafa. La permanenza [dal 1544 al 1552] nel palazzo ducale di Nocera [purtroppo il palazzo ducale di Nocera - oggi Nocera Inferiore - è stato trasformato in caserma di cavalleria per volere del re di Napoli nel 1751] permette a Telesio di comporre la sua opera intitolata De rerum natura iuxta propria principia [Della natura delle cose secondo i loro propri principi], un’opera che ha una lunga gestazione [Telesio è consapevole del fatto che la divulgazione delle sue idee innovative sarebbe stata fortemente osteggiata e, quindi, vuole presentare bene le sue argomentazioni]. Il primo Libro dell’opera di Telesio esce a Roma nel 1565 e poi, rielaborato, viene pubblicato a Napoli insieme al secondo Libro nel 1570, e l’opera in edizione completa, in nove Libri, vede la luce sempre a Napoli nel 1586.

Bernardino Telesio ha scritto anche una serie di opere monografiche minori [Sul mare, Sui terremoti, Sull’origine dei colori, Sulle comete e la via lattea, Sul fulmine e sul tuono, Sull’iride, Sulla respirazione, Sui sapori, Sul sonno] nelle quali descrive il funzionamento di determinati fenomeni fisici con l’intento di convalidare le sue teorie.

Nel 1552 Bernardino Telesio sposa una signora che si chiama Diana Sersale: è una vedova con due figli che possiede una piccola rendita. Da questa relazione nascono quattro figli, il primogenito dei quali, Prospero, viene ucciso nel 1576 in misteriose circostanze [questo oscuro episodio amareggia la vita di Telesio]. Dopo la morte della moglie, papa Paolo IV [Gian Pietro Carafa, membro della famiglia che lo protegge] offre a Telesio, purché prenda gli ordini religiosi e riveda molti aspetti del suo pensiero, la nomina ad arcivescovo di Cosenza, ma lui rifiuta e propone al papa la nomina di suo fratello Tommaso, che è prete. Così Telesio scrive [ironico] al papa per raccomandare il fratello: «Santità, io non son degno, ma prego la Santità Vostra di accordare la nomina a pastore del gregge cosentino a mio fratello Tommaso che, oltre a essere un pio sacerdote, non s’intende né di astronomia né di filosofia né di matematica». Bernardino Telesio trascorre gli ultimi anni della sua vita nel maggior anonimato possibile a Cosenza dove prende le redini della Accademia cosentina, che era stata ben amministrata, finché non è morto, dall’umanista Aulo Giano Parrasio.

Per partecipare alle attività filosofiche e scientifiche dell’Accademia [che viene ribattezzata] telesiana arrivano a Cosenza decine di studiosi da tutta Europa e quando il 2 ottobre 1588 Telesio muore molti di questi suoi discepoli ripartono per diffondere il suo pensiero che viene contrastato dal Sant’Uffizio: nel 1596, regnante papa Clemente VIII, Ippolito Aldobrandini, l’opera di Telesio viene dichiarata eretica e tutti i suoi Libri [già dal 1593] vengono messi all’Indice [ma il pensiero ha le ali - aveva scritto Averroè a suo tempo - e nessuno ormai potrà fermare il volo dello spirito scientifico].

REPERTORIO E TRAMA ... per dieci minuti al giorno di lettura e di scrittura:

 

Nocera dei Pagani è il nome con cui era conosciuta [fino al 1806] “una civitas” [un’ampia porzione di territorio abitato] dell’agro nocerino formata da cinque attuali comuni della provincia di Salerno: Nocera Inferiore, Nocera Superiore, Pagani, Sant’Egidio del Monte Albino, Corbara…

 

Con una guida della Campania [che trovate in biblioteca] e navigando in rete andate a visitare questa zona ricca di testimonianze storiche e culturali dove continua ad aleggiare [per chi lo sa] lo spirito “naturalista” di Bernardino Telesio [e ora voi lo sapete]…

     Quali sono le linee portanti del pensiero di Bernardino Telesio contenute nell’opera De rerum natura iuxta propria principia [Della natura delle cose secondo i loro propri principi]? Nell’opera intitolata De rerum natura iuxta propria principia [Della natura delle cose secondo i loro propri principi] Bernardino Telesio scrive che per conoscere la Natura bisogna eliminare ogni elemento di carattere metafisico e di stampo trascendente perché è necessario ricorrere solo a principi che siano propri della Natura stessa e, quindi, lo studioso ha il compito di cercare le prove per dimostrare che la Natura si comporta in modo autonomo: «iuxta propria principia »[secondo principi che le sono propri]. E come sappiamo il termine autonomia è la parola-chiave che accompagna tutti i principali temi in discussione agli albori dell’Età moderna e, con l’opera di Bernardino Telesio, balza in primo piano il tema de l’autonomia della Natura. La Natura, così intesa, viene concepita tutta e soltanto composta di materia, una sostanza che risulta in perpetua rasformazione per opera di due forze opposte, afferma Telesio, che sono il caldo e il freddo, che hanno due sorgenti, il sole e la terra: il caldo dilata, mentre il freddo contrae e restringe, ed è in tal modo, scrive Telesio, che si spiega tutto il movimento che esiste nella Natura. La vita nelle sue varie forme [minerale, vegetale, animale, psichica] si spiega in base al calore, afferma Telesio, più o meno limitato dal principio opposto del freddo.
      Quanto più equilibrato [bilanciato, adeguato] è il calore tanto più elevata è la forma di vita che ne deriva, e anche la vita psichica [l’attività sensitiva e intellettiva] è dovuta, scrive Telesio, a un grado di calore speciale che si distingue sotto il profilo qualitativo [in quanto emozionale, appassionato, sapienziale] rispetto al calore, puramente fisico, necessario per le manifestazioni vegetali e animali. Il calore, afferma Telesio, contemperato dal freddo, è fonte di vita ed è dappertutto nella materia e, di conseguenza: tutto è vita [tutto è in trasformazione e tutto si ricicla all’interno della Natura] e questo concetto prende il nome di ilozoismo” [dalle parole greche “üle” che significa “materia” e “zoè” che significa “vita”] ed è la dottrina che concepisce la materia come una forza dinamica che ha in se stessa animazione, movimento, sensibilità senza alcun intervento di principi animatori esterni e questa idea, spiega Telesio, è già presente nel pensiero dei presocratici, dal VI secolo a.C. con Talete di Mileto.

     Siccome il calore, scrive Telesio, è anche causa di sensibilità, tutto è coscienza [è “panpsichismo” che significa “tutto ha un’anima sensitiva”] perché sono i sensi ad avere la facoltà di percepire la vitalità della Natura e, quindi in un mondo materiale, la conoscenza avviene attraverso un puro sentire” [mediante le sensazioni], e l’intelletto è un organo che mette ordine nel corso del meccanismo conoscitivo che Bernardino Telesio chiama del patire, un verbo che in latino significa modificare per cui ogni forma di conoscenza è un patire” [conoscere è patire] perché, afferma Telesio, “il soggetto sente quando si trova modificato dall’oggetto sentito”. In questa concezione materialistica, l’anima, in quanto modificata dal caldo e dal freddo, deve, afferma Telesio, essere materiale, e la morale è naturalistica per cui un’azione, scrive Telesio, pensando a Epicuro, è morale quando serve per creare equilibrio tra le sensazioni di piacere e di dolore e, di conseguenza, l’Etica è una disciplina che deve insegnare a governare i processi di dilatazione e di contrazione che l’anima materiale subisce di fronte al binomio caldo-freddo. Ma Telesio [che si dichiara uomo di fede] non rinuncia a riflettere sulla metafisica: è un espediente il suo per evitare i rigori della Chiesa [che, a ogni buon conto, mette all’Indice la sua opera perché la riflessione di Telesio è graffiante]? Telesio ribadisce che l’esistenza di un mondo al di là della materia e della Natura [la metafisica] può essere concepita solo per fede, e i concetti di Dio e di anima spirituale non possono essere dimostrati ma solo affermati «per placare [scrive Telesio, con realismo] il senso di insoddisfazione che procura l’esistenza» e, quindi, si può pensare [in termini consolatori, afferma Telesio] che esista un’anima spirituale e immortale alla quale però [per coerenza, ribadisce Telesio] va dato il nome di forma superaddita ossia di forma aggiunta e ammessa al di fuori di ogni possibile ragionamento.
      Telesio non intende eliminare la necessità di pensare a Dio [un Dio che salva l’Umanità portando un messaggio di uguaglianza, di pace, di giustizia, di solidarietà e di misericordia], ma non vuole che si pensi a un Dio ridotto a fare da causa finale e da causa efficiente dei fenomeni della Natura: le cause dei fenomeni della Natura sono interne alla Natura stessa e il caldo è  la principale causa agente.

REPERTORIO E TRAMA ... per dieci minuti al giorno di lettura e di scrittura:

 

Voi che cosa rispondete alla domanda: «Prendi volentieri qualcosa di caldo?»…

 

Scrivete quattro righe in proposito…

     Bernardino Telesio viene considerato il precursore della scienza moderna perché l’interpretazione della Natura «iuxta propria principia » [secondo i principi che sono propri della Natura] libera la ricerca sperimentale da ogni vincolo teologico o metafisico.

E così siamo a Natale, e lo festeggiamo in compagnia di Bernardino Telesio che - come tutti i filosofi del Rinascimento - è affascinato da questo avvenimento in cui anche Dio si fa Natura: che cosa c’è di più naturalistico del Natale, un evento misterioso in cui ogni vincolo teologico o metafisico viene a cadere!

(E, in questa prospettiva, assurge in primo piano la necessità del prendersi materialmente cura e, quindi, visto che abbiamo raccolto contributi per 3345 €, ci prendiamo cura con un contributo di 500 € dell’Associazione della Coop. Il cuore si scioglie, con un contributo di 250 € dell’Associazione AISLA per la cura dei malati di SLA, con un contributo di 300 € dell’Associazione Mexiquemos [di cui fa parte Laura, Laura Montesi, che ci segue dal Messico] per la ricostruzione dei forni di terracotta, distrutti dal terremoto, con cui le donne preparano le tortillas di mais [abbiamo ricevuto una Lettera in proposito, leggetela]. E così con il versamento di 700 € fatto a ottobre per l’Assicurazione, e con il versamento [da fare prima della fine di dicembre] di 1600 € alla Scuola Redi per la produzione dei REPERTORI, abbiamo speso tutto [3350 €], ma voi continuerete a mettere uno spicciolo in deposito per le prossime stazioni di cura).
      Secondo la Letteratura dei Vangeli [secondo il Prologo del Vangelo di Giovanni] il Logos [la Parola di un Dio buono, clemente e misericordioso] si fa Natura incarnandosi in un bambino, nell’oggetto più fragile che ci sia, un bambino che viene alla luce in viaggio e in balia della Natura [nella situazione più precaria che ci sia per nascere] e questo bambino, secondo i primi due capitoli del Vangelo di Luca, compare, sotto traccia, in modo provocatorio e paradossale come dice la canzone che tutte e tutti noi conosciamo e cantiamo a Natale composta da Alfonso Maria de’ Liguori: «Tu scendi dalle stelle o re del cielo [dal caldo dei Soli, dice Telesio] e vieni in una grotta al freddo e al gelo [della Terra]». Ebbene, sulla scia di questa affermazione paradossale [dal punto di vista teologico] nella quale si concentra l’essenza del Natale, il viaggio che abbiamo intrapreso continua nel corso del nuovo anno in arrivo.

     E la Scuola è qui proprio perché, anche nell’anno che verrà, non possiamo, non dobbiamo e non vogliamo perdere la volontà di imparare [e, come da calendario, riprenderemo il passo mercoledì 10 gennaio a Bagno a Ripoli, giovedì 11 gennaio a Tavarnuzze, e venerdì 12 gennaio a Firenze].
      E, per concludere, anche quest’anno [il 34° anno da quando siamo in cammino] scenda su di voi [non la benedizione perché la Scuola non è autorizzata in proposito, ma scenda su di noi un augurio]: l’augurio di un buon Natale di studio perché lo studio è cura per l’anima, per l’intelletto e per il corpo!

     Buon Natale di studio a tutte e a tutti voi…
 

 

 

 

 

Lezione del: 
Venerdì, Dicembre 15, 2017