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SULLA SCIA DELLA SAPIENZA POETICA ELLENISTICA DI STAMPO EVANGELICO C’È L’IDEA CHE “NON SI È EREDI PER LEGGE MA IN SPIRITO” …

Lezione N.: 
28

Prof. Giuseppe Nibbi       La sapienza  poetica ellenistica  [evangelica e imperiale]      18-19-20  maggio 2011

SULLA SCIA DELLA SAPIENZA POETICA ELLENISTICA DI STAMPO EVANGELICO

C’È L’IDEA CHE “NON SI È EREDI PER LEGGE MA IN SPIRITO” …

     Mancano due itinerari (tre con quello conviviale) alla fine di questo Percorso che ci ha permesso – in compagnia di Paolo di Tarso, che è l’autore dell’Epistolario più significativo della Storia del Pensiero Umano, – di seguire un sentiero per mezzo del quale stiamo attraversando l’ampio territorio della sapienza poetica ellenistica di stampo evangelico.

     Sette settimane fa – all’inizio della primavera – ci siamo domandate e domandati: quali notizie circolano su Gesù di Nazareth nell’ambiente delle ekklesìe? Che cosa si sa di lui? E, in particolare, che cosa sa Paolo di Tarso su Gesù di Nazareth? Torniamo – a primavera inoltrata, a due itinerari dalla fine di questo viaggio, – a farci queste domande.

     Sappiamo che Paolo viaggia da una ekklesìa all’altra per cercare delle notizie, ma le notizie su Gesù sono scarsissime e allora – come abbiamo potuto constatare studiando il tema della nascita di Gesù sul quale, con certezza, si sa solo che Gesù è nato – inizia un processo di produzione di fonti che non sono direttamente ancorate a dei dati storici ma provengono dalla predicazione del messaggio di salvezza contenuto nella buona notizia della risurrezione di Gesù: una predicazione che si sviluppa con il supporto della cultura dell’ebraismo e della cultura ellenistica.

     Questo significa che le notizie su Gesù vengono costruite? Lo abbiamo studiato e sappiamo che cos’è una sentenza e, quindi, le notizie su Gesù vengono costruite proprio in funzione della didattica della lettura e della scrittura, le notizie su Gesù diventano leggenda nel senso filologico che ha questo termine: legenda è la perifrastica del verbo latino lègere e, di conseguenza, le sentenze su Gesù sono state scritte e devono essere lette nella prospettiva della Storia della salvezza.

     Noi sappiamo che la scrittura di Paolo di Tarso è – secondo la Tradizione d’impronta rabbinico-farisaica, a cui lui si attiene scrupolosamente, – una significativa testimonianza culturale della costruzione di un midrash, di un testo cerimoniale che trasforma il Gesù della storia – un rabbi ebraico di cui non si sa quasi nulla – nel Cristo della fede: una persona nella quale s’incarna un messaggio di salvezza rivolto all’intera Ecumene, all’Umanità intera.

     Leggere le Lettere di Paolo significa, prima di tutto, seguire un grande esperimento di mediazione culturale: la mediazione è un elemento indispensabile perché un pensiero possa diventare una cultura; infatti – e abbiamo già riflettuto su questo concetto – se una parola-chiave la recintiamo, la chiudiamo in una gabbia per conservarne una sua presunta purezza, ebbene, questa parola si cristallizza e comincia a sgretolarsi e a perdere la sua capacità di essere feconda. Se una parola esce dal suo recinto e partecipa ad un processo di mediazione – lo abbiamo constatato riflettendo sul termine genealogia e sulla parola vergine – si arricchisce di storia, diventa un contenitore di memoria, un oggetto ricco di sfaccettature nel quale si integrano ragionamenti, ricerche, studi, pensieri.

     Paolo di Tarso non viaggia da una ekklesìa all’altra per fare lo storico o il giornalista, ma per far combaciare le parole-chiave che lui conia attraverso l’esercizio della scrittura con eventuali fatti che ne possano confermare il valore e se non trova conferme non si scoraggia: alla mancanza di notizie reagisce facendo appello alla ricchezza del patrimonio che ha ereditato dalle sue culture di riferimento: l’ebrea e l’ellenistica. Paolo non trova notizie – se non contraddittorie – sulla nascita di Gesù e allora reagisce, investe in intelligenza facendo – come abbiamo studiato negli scorsi itinerari – appello alla ricchezza del patrimonio che ha ereditato dalle sue culture di riferimento: l’ebrea e l’ellenistica. Questo fatto – il fatto che Paolo non trovi notizie sulla nascita di Gesù – si verifica anche per quanto riguarda la risurrezione di Gesù. Che cosa scopre Paolo a proposito della risurrezione di Gesù?

     Questa domanda richiama un altro testo formidabile dell’Epistolario di Paolo di Tarso: la Lettera ai Galati, di cui la Scuola sta per proporre la lettura o la rilettura. Perché si dice che la Lettera ai Galati è un testo formidabile? Perché è, forse, la più graffiante tra tutte le opere paoline ed è scritta con uno stile che, in molti punti, ricorda il genere letterario del giallo. Il giallo presuppone il mistero ma le studiose e gli studiosi di filologia affermano che misteri non ce ne sono a proposito del testo della Lettera ai Galati: è Paolo che fa il misterioso perché decide di compiere un’opera di depistaggio in modo da far corrispondere le sue idee agli avvenimenti nei quali è coinvolto. Che significato ha questa affermazione?

     Nel testo della Lettera ai Galati, Paolo racconta di essersi recato a Gerusalemme a cercare notizie (visto che non era facile trovarne sul territorio dell’Ellenismo) su Gesù e ad interpellare gli illustri personaggi (le colonne) che lo hanno conosciuto direttamente: in  particolare vuole incontrare Simone, soprannominato Pietro dal Signore stesso e Giacomo, il fratello del Signore. Paolo afferma, con un’abbondante dose di ironia, che i due illustri protagonisti (le colonne) a proposito della risurrezione di Gesù non sanno dire come si sono svolti i fatti, sanno dire soltanto che Gesù risorto è apparso, e in che senso lo dicono? Lo dicono – afferma Paolo, ironico – preoccupandosi solo di rivendicare la priorità di questa apparizione e, soprattutto, di contestare le affermazioni altrui: «Quello là dice che è apparso prima a lui, ma non è vero, è apparso prima a me!».

     Se leggiamo il testo della Lettera ai Galati ci rendiamo conto di quanto Paolo sia disgustato da questo comportamento dei primi discepoli ma non si abbatte e – come è nel suo stile – fa appello alla tradizione culturale. Nel suo intimo – ma lo scrive anche – Paolo pensa che se a Gerusalemme litigano per avere il primato questo significa che il Signore – il quale tuttavia ha scelto costoro per affiancarlo – vuole che il messaggio non resti chiuso lì ma vada oltre le diatribe tra i primi discepoli, perché loro, possedendo una cultura limitata – Paolo ritiene che Gesù pensi la stessa cosa – hanno bisogno di qualcuno che faccia emergere la loro autorevolezza dando al messaggio il tono giusto come sempre hanno saputo fare, nel corso dei secoli, gli scrivani d’Israele utilizzando il genere letterario del midrash. Paolo, quindi, cerca di dare un significato positivo all’esperienza negativa che ha fatto a Gerusalemme rivolgendo la sua attenzione alla Letteratura beritica (biblica).

     Paolo capisce che questi autorevoli personaggi, Pietro e Giacomo – quelli che dovrebbero essere le colonne su cui poggia il messaggio contenuto nella buona notizia della risurrezione di Gesù –, hanno la loro mentalità di cui bisogna tenere conto: secondo lui, però, non hanno capito l’importanza universale (ecumenica) della figura di Gesù. Pietro e Giacomo hanno una mentalità – afferma Paolo – radicata (ristretta) nel testo del Libro del Levitino. Il Libro del Levitico – il terzo Libro del Pentateuco – è il testo normativo per eccellenza: contiene una normativa asfissiante ma molto interessante, curiosa, persino buffa e anche assai sensata quando, per esempio, codifica regole igieniche che salvano la vita e che, quindi, sono orientate verso il Creatore della vita.

REPERTORIO E TRAMA ... per dieci minuti al giorno di lettura e di scrittura:

Andate a sfogliare il testo del Libro del Levitico – è formato da 27 capitoli – e leggete i titoli dei vari capitoli per farvi un’idea sulle norme di cui si chiede il rispetto… 

     Mentre preparavo questo itinerario io sono stato ancora una volta attirato dai testi dei capitoli del Libro del Levitico che vanno dall’11 al 15 dove si parla delle “Istruzioni su quel che è puro e su quel che è impuro”. Nel Libro del Levitico emerge una ferrea regolamentazione che stabilisce “principi di priorità”: chi è il primo ad avere un certo diritto? Chi è il primo a dover rispettare un certo dovere e, quindi, a dare il buon esempio?

     Paolo spiega che Giacomo, il fratello del Signore, e Simone, al quale il Signore ha dato il nome di Pietro, litigano tra loro per stabilire a chi dei due il Signore è apparso per primo e si agitano in questo senso perché vogliono stabilire un “principio di priorità” per risolvere – secondo i canoni stabiliti dal Levitico, secondo la Legge – il problema dell’eredità, dell’eredità di Gesù, non di quella materiale, perché Gesù è morto nullatenente, ma la sua eredità “profetica”. Chi deve ereditare il “rabbinato di Gesù”: in chi continua ad incarnarsi il suo Spirito profetico? Paolo nel testo della Lettera ai Galati – e stiamo predisponendo delle chiavi di lettura – affronta, tra le righe, questo tema e allude al fatto che lui comprende la “mentalità legalista” di Pietro e di Giacomo ma non la condivide perché il suo pensiero, influenzato dalla cultura ellenistica, lo porta a superare quell’antico, ormai per lui, “vincolo normativo”, e allora che cosa fa Paolo? Paolo utilizza le “notizie” che lui ritiene utili e trasforma la cosiddetta “diatriba ereditaria di quelli di Gerusalemme” in una serie di significative questioni che codifica sotto forma di “dialogo platonico” e comincia a sviluppare la sua idea sulla “risurrezione (Anastasia)” perché, in proposito, non è riuscito a sapere nulla.

     Quelli di Gerusalemme (Pietro e Giacomo), ognuno per proprio conto, hanno trattato Paolo piuttosto male – lui incassa ma, come sappiamo, è piuttosto suscettibile di carattere – quindi lancia loro una sfida, che lui chiama “sfida costruttiva”, e decide di mettercisi anche lui tra quelli a cui “il Signore risorto è apparso”. Nella sua indagine a Gerusalemme – ricordiamoci che Paolo ha lavorato come magistrato per il Sinedrio – Paolo non riesce a sapere nulla (di quell’avvenimento che poi si chiamerà …) della passione, della morte e della risurrezione di Gesù però acquisisce un dato fondamentale: capisce che l’imprimatur per essere considerato un “apostolo (un inviato speciale, un promotore culturale)” si acquisisce se si è stati testimoni de “l’apparizione del risorto”.

     Paolo decide di dichiarare che “il Signore risorto è apparso anche a lui” perché vuole innescare una polemica (vuole che abbia inizio una discussione in proposito), vuole poter affermare che: “Nonostante il Signore sia apparso anche a me io non voglio partecipare alla spartizione dell’eredità perché – scrive Paolo – non è possibile ereditare lo Spirito del Signore per Legge”. “Il Signore risorto – scrive Paolo (facendo un ragionamento di tipo platonico, alla Socrate) – mi è apparso (si è manifestato in me) non perché io diventassi erede (klerònomon), ma è successo che quando io mi sono sentito un uomo nuovo allora ho capito che Gesù era davvero risorto e, quindi, anch’io mi sono sentito erede”.

     Paolo, utilizzando la logica del pensiero ellenistico, differenzia i piani e attua una distinzione fondamentale: una cosa è essere dichiarati eredi per Legge (aspirando ad acquisire benefici), altra cosa è sentirsi eredi in Spirito (acquisendo non benefici ma assumendosi delle responsabilità intellettuali).

REPERTORIO E TRAMA ... per dieci minuti al giorno di lettura e di scrittura:

Di che cosa voi vi sentite eredi, e di chi?...

Scrivete quattro righe in proposito...

     Siamo arrivati nei pressi (il sentiero si fa tortuoso ma siamo in grado di tenere il passo) di un paesaggio intellettuale nel quale risalta la parola-chiave “eredità”. Il cosiddetto “discorso sull’eredità” lo troviamo nel testo della Lettera ai Galati e della Lettera ai Romani; naturalmente si tratta di un discorso assai complesso a causa del linguaggio che Paolo decide di usare ma non è difficile capire il senso di ciò che Paolo vuole affermare: “Io non ho prove, non sono riuscito ad acquisire prove – scrive Paolo – sulla risurrezione di Gesù, so solo che questa è veramente una buona notizia”. “Soprattutto – scrive Paolo – ho capito perché Gesù è risorto. Gesù è risorto non perché diventassimo eredi di un rabbinato (qui polemizza con quelli di Gerusalemme), ma perché Gesù, risorgendo, è diventato una persona qualitativamente nuova, ed è questa condizione che ci ha lasciato in eredità che, nel suo nome, anche noi, siamo già risorti e anche noi siamo diventate persone qualitativamente nuove”. Con questo discorso Paolo di Tarso fa emergere nel paesaggio intellettuale dove spicca la parola “eredità” un termine e un concetto con il quale vuole spiegare il suo pensiero in proposito.

     Difatti è interessante notare che per definire l’espressione “persone qualitativamente nuove (la resurrezione non ci rende eredi ma persone qualitativamente nuove)” Paolo utilizza la parola “parthènoi” che significa “vergini”: ed ecco che Paolo – che, come sappiamo, non si è mai posto il problema della “concezione verginale” di Gesù come poi farà la Letteratura dei Vangeli – dà a questo termine un significato di altra natura, non materiale ma ideale. Per Paolo – filologicamente parlando – il termine “verginità” definisce uno stile di vita “qualitativamente nuovo”.

     Questa affermazione ci costringe a riflettere e a tornare ancora su questo tema, e non ne possiamo fare a meno perché per dare un significato a questa affermazione paolina – la “verginità” è uno stile di vita “qualitativamente nuovo” quindi non semplicisticamente il contrario della deflorazione – dobbiamo compiere un certo percorso piuttosto articolato (dobbiamo camminare su un sentiero tortuoso).

     Perché la “verginità” – secondo Paolo – non è semplicemente e meccanicamente il contrario della deflorazione? La nostra riflessione parte da un dato che non abbiamo per il momento messo in evidenza in relazione alla domanda che, ancora una volta, ci siamo poste e posti all’inizio di questo itinerario: che cosa si sa di Gesù nelle ekklesìe?

     Al tempo di Paolo di Tarso, negli anni 50 e 60, – come abbiamo studiato negli itinerari scorsi – non si è ancora sviluppata l’idea della “concezione verginale” di Gesù ma nelle ekklesìe circola la notizia che Gesù di Nazareth aveva fratelli e sorelle, cioè circola la notizia che Gesù ha avuto una madre “feconda” che ha partorito sette figli. In greco, per definire i fratelli di Gesù, viene usato il termine “adelphòi”, un termine che traduce proprio il concetto di “fratello carnale”: “adelphòi” sono i figli della stessa madre.

     Voi sapete che questa situazione – quando ha preso il sopravvento la “concezione verginale” di Gesù – è stata un po’ mascherata nel corso dei secoli e i “fratelli di Gesù (adelphòi)” sono diventati “cugini” anche se il significato dei termini non torna perché in greco “cugino” di traduce “anepsiòs” e gli autori della Letteratura dei Vangeli si sarebbero serviti di questa parola, “anepsiòi”, se fossero stati davvero “cugini”. Sappiamo che, nella cultura dell’ebraismo, una “donna è benedetta da Dio” quando è feconda e partorisce molti figli e al tempo di Paolo, negli anni 50 e 60, questa idea è diffusa nelle ekklesìe in relazione al tema della nascita di Gesù. Negli anni 50 e 60 la cultura greca, orfico-dionisiaca, non fa sentire ancora il suo influsso preponderante e la corrente gnostica del cristianesimo non si è ancora affermata: sul tema del confronto tra “fecondità” e “verginità” il divario è ancora netto a vantaggio della cultura ebraica e la corrente ebionita rifiuta il fatto che nella cultura greca – nelle opere di Esiodo, per esempio – essere per una donna “enghiòs, sempre pregna”, sia una maledizione per cui, come sappiamo, le dèe dell’Olimpo sono vergini e lo stesso Zeus le figlie e i figli se li partorisce da solo.

REPERTORIO E TRAMA ... per dieci minuti al giorno di lettura e di scrittura:

Il ventaglio di parole che fanno riferimento al termine “verginità” è molto ampio…

Quali di queste parole, non più di tre, mettereste per prime accanto alla parola “verginità”: purezza, innocenza, candore, castità, integrità, innocenza, ingenuità, freschezza, rettitudine, lealtà, sincerità, onestà, stima, reputazione?…  

Scegliete e scrivete…

     C’è sempre stato un animato dibattito sul fatto che intorno alla “verginità di Maria” si sia costruito un dogma, cioè un punto fermo: questo argomento non può essere circoscritto in un dogma, in un punto fermo, perché questo tema (soprattutto questo tema) ha un “valore culturale” che – come sappiamo – si è formato attraverso un percorso storico e intellettuale complesso e di grande interesse. Noi sappiamo che è necessario spiegare (don Milani dice che bisogna alfabetizzare per evangelizzare) che “la storia della salvezza” passa attraverso un processo intellettuale di integrazione tra due culture diverse, quella ebrea e quella greca, che sono per molti aspetti aporetiche, in contraddizione tra loro, quindi, è necessario imbastire un sofisticato esercizio di conciliazione degli opposti (“conteggiare il paradosso”).

     Nella Lettera ai Romani e nei testi del Vangelo secondo Marco e del Vangelo secondo Matteo Maria appare soprattutto come una donna “benedetta da Dio” perché è “feconda” – e in ambiente ebionita circola la notizia che sia madre di almeno sette figli – e, proprio per questo, è degna di essere la “madre del Signore”: noi sappiamo (perché lo abbiamo studiato, abbiamo governato questo tema nelle sue linee fondamentali) che nel testo del primo capitolo del Vangelo secondo Matteo l’autore inserisce quella famosa citazione tratta dal Libro di Isaia (capitolo 7 versetto 14) per poter definire la figura di Maria con l’attributo olimpico (tipico delle dèe greche) della “verginità” secondo il pensiero della corrente gnostica che sta portando la dottrina del Cristianesimo sempre più vicina alla cultura greca.

     Con il primo capitolo del Vangelo secondo Matteo – come abbiamo studiato – ha inizio, negli anni 80, un complesso e straordinario itinerario (perché ci permette di capire bene come si sviluppa e come si evolve lo stile letterario del midrash, del racconto cerimoniale in contesto ellenistico): l’itinerario de “l’iperdulia (la divinizzazione) di Maria”, che porta gradualmente (nel corso di circa due secoli) alla conciliazione di due estremi. L’ultimo passaggio letterario di questa operazione – che conduce Maria (attraverso i testi del Vangelo secondo Matteo e del Vangelo secondo Giovanni, così come abbiamo studiato) a diventare una “vergine feconda” – è contenuto nel testo di quello che viene considerato il più celebre dei Vangeli apocrifi: il Protovangelo di Giacomo.

     La Letteratura dei Vangeli apocrifi – ora noi su questo tema molto interessante abbiamo solo il tempo per dare alcune indicazioni in funzione della didattica della lettura e della scrittura (ciascuna e ciascuno di noi può approfondire questo argomento per proprio conto) – si forma sulla scia dei Vangeli canonici con la creazione di “favolose leggende” scritte con lo stile ellenistico del nascente genere letterario del romanzo. La parola greca “apocrifo”, letteralmente, significa “segreto, nascosto, riservato” perché quel testo esprime il pensiero di una certa comunità, di un certo gruppo di persone che disegna una particolare icona di Gesù: con la Letteratura apocrifa le “icone” di Gesù si moltiplicano. Mentre i testi dei Vangeli “canonici” (possediamo quattro testi canonici: Marco. Matteo. Luca. Giovanni) rappresentano – o dovrebbero rappresentare perché in realtà sono quattro modelli che si diversificano – la “regola per tutti (o per gruppi molto ampi)” perché la parola “canon” in greco significa “righello per misurare” e stabilisce una misura valida per molti, l’apocrifo, invece, è un testo riservato a un gruppo particolare.

     Noi possediamo 35 testi “apocrifi” e li trovate in biblioteca, e sono divisi a seconda delle loro diverse caratteristiche. Questi testi – scritti dopo i Vangeli canonici, dal II al IV secolo, da autori anonimi – sono una delle testimonianze più vive del cristianesimo delle origini. In questi testi i primi gruppi di cristiani, riversano il loro bisogno – anche un po’ ingenuo – di conoscere tutto ciò che i Vangeli canonici non hanno detto di Gesù: gli “apocrifi” raccolgono tutta la tradizione leggendaria sull’infanzia di Gesù, sulla storia dei suoi genitori, sui prodigi che accompagnano la sua vita, sui misteri che seguono la sua morte, mettendo in gioco – sviluppandola in modo leggendario – la storia di molti personaggi collaterali come Giuseppe il falegname, Nicodemo, Giuseppe d’Arimatea, c’è anche un ciclo su Pilato (e lo abbiamo detto all’inizio di ottobre quando siamo partite e partiti per questo viaggio nel momento in cui abbiamo letto il racconto intitolato “Il procuratore della Giudea” di Anatole France, pubblicato nel 1902).

     I testi degli “apocrifi” sono eccezionali dal punto di vista letterario perché sono stati elaborati con una fantasia ricca di tutta la cultura orientale ed ellenistica, e poi sono permeati dall’idea che “qualcosa di nuovo” sta accadendo, qualcosa di nuovo sta sorgendo sulla decadenza del mondo antico. Ecco che la bellezza artistica, poetica, di questi testi si mescola alla forza creativa che viene dalla volontà del cambiamento e questa amalgama fa degli “apocrifi” un capolavoro della Letteratura ellenistica di cui la Scuola consiglia la lettura o la rilettura.

     Ma ora dobbiamo puntare la nostra attenzione sul testo del Protovangelo di Giacomo, un testo bellissimo che lo si trova, di solito, collocato al primo posto nelle raccolte dei Vangeli apocrifi.

     Il Protovangelo di Giacomo è un’opera formata da tre testi diversi ricuciti insieme: la prima parte contiene una leggenda sulla vita di Maria di Nazareth, la seconda parte è formata da un racconto in cui Giuseppe cerca una levatrice e questa persona, competente, constata la verginità di Maria, la terza parte racconta la strage degli innocenti e l’uccisione del sacerdote Zaccaria. Il testo del Protovangelo di Giacomo è stato scoperto in un codice medioevale ed è stato intitolato così, in età moderna, da un umanista che si chiama Guillaume Postel che lo ha tradotto in latino dal greco e lo ha pubblicato a Basilea nel 1552.

REPERTORIO E TRAMA ... per dieci minuti al giorno di lettura e di scrittura:

Su Guillaume Postel [1510-1581] fate una piccola ricerca utilizzando l’enciclopedia o la rete: è interessante conoscere questo personaggio...

     Poiché l’autore del codice dice di chiamarsi Giacomo, Postel utilizza questo dato per attribuire idealmente questo scritto a Giacomo il Minore, il fratello del Signore (secondo la Lettera ai Galati di Paolo di Tarso) e siccome Giacomo, secondo la Tradizione, è morto a Gerusalemme prima dell’anno 62, Postel chiama questo scritto “proto-vangelo” perché dovrebbe essere precedente a tutti gli altri scritti della Letteratura dei Vangeli. Naturalmente l’analisi linguistica dice che questo testo è stato scritto nel IV secolo e la parola più significativa che emerge è il termine “Teotokos Teotòkos, la genitrice di Dio” e noi sappiamo che questo attributo nasce, e porta (quasi) a termine il processo di divinizzazione di Maria, proprio nel IV secolo con i primi Concili Ecumenici.

     Il testo del Protovangelo di Giacomo è un testo poetico (di sapienza poetica ellenistica) i cui racconti, ricchi di particolari leggendari, sono entrati nella Tradizione della Cristianità perché i Vangeli canonici sono avari di particolari e i credenti sentivano il bisogno di dare sfogo alla loro immaginazione.

REPERTORIO E TRAMA ... per dieci minuti al giorno di lettura e di scrittura:

La Scuola consiglia la lettura o la rilettura del testo del “Protovangelo di Giacomo” che ha dato spunto a molte altre opere: figurative, letterarie, teatrali, cinematografiche, canore…

     Abbiamo preso in considerazione i Vangeli apocrifi e il testo del Protovangelo di Giacomo per leggere il brano in cui troviamo l’ultimo tratto dell’itinerario che porta alla codificazione dell’idea della concezione verginaledi Gesù. Su questo tema – fino all’inizio del II secolo – gli autori dei Vangeli canonici erano stati molto cauti e, difatti, quest’ultimo tratto si trova fuori del canone. Leggiamo:

LEGERE MULTUM ….

Protovangelo di Giacomo   19,3  20,1

La levatrice uscì dalla grotta e s’imbatté in lei Salomè. Ed ella le disse: - Salomè, Salomè, ho da raccontarti un fatto straordinario: una vergine ha partorito, in modo contrario alla sua natura! -.  Ma Salomè rispose: - Come è vero che vive il Signore mio Dio, se non introdurrò il mio dito ed esaminerò la sua natura, non crederò mai che una vergine abbia partorito -.  Allora la levatrice entrò e disse a Maria: - Mettiti giù per bene, poiché c’è intorno a te una non piccola discussione -. E Salomè introdusse un dito nella natura di lei e mandò un urlo e disse: - Maledizione alla mia empietà e alla mia incredulità! Poiché ho messo alla prova il Dio vivente -.

     Abbiamo citato Guillaume Postel il quale ha insegnato greco, ebraico e arabo all’Università di Parigi poi ad un certo punto della sua vita, a Roma, si è fatto prete, è stato gesuita per un certo periodo di tempo, poi, dopo essere passato da Venezia (qui ha vissuto una singolare esperienza), è emigrato in Medio Oriente dove, nel 1548 – dopo aver constatato moltissime affinità tra la Letteratura dei Vangeli apocrifi e la Letteratura del Corano – ha teorizzato e predicato la conciliazione tra cristiani e mussulmani e nel 1549 torna in Italia per illustrare il suo progetto ma viene arrestato dall’Inquisizione: continuate voi ad informarvi su che fine fa questo “saggio” umanista (spesso quando si è troppo saggi si finisce in manicomio).

     E, a questo proposito, su ispirazione di Guillaume Postel – e in funzione della didattica della lettura e della scrittura – cogliamo l’occasione per informiamoci su come la pensa, nel VII secolo, la Letteratura del Corano (un territorio sul quale abbiamo viaggiato nell’anno 2002-2003) riguardo a Maria “vergine” e a Gesù “messia”. Leggiamo un passo dalla III sura, intitolata La sura della famiglia di ‘Imrān:

LEGERE MULTUM ….

Libro del Corano   III. La sura della famiglia di ‘Imrān   42-50

Nel nome di Dio, clemente misericordioso!        

Quando gli angeli dissero O Maria, Iddio ti ha prescelto, ti ha reso pura e ti ha preferito su tutte le donne del mondo. O Maria, obbedisci al tuo Signore, inchinati insieme a quelli che si inchinano. O Maria, Iddio ti annuncia il Suo Verbo, il cui nome sarà il Messia, Gesù figlio di Maria, eminente in questo mondo e nell’altro, uno di quelli che sta vicino a Dio. Parlerà agli uomini nella culla e da adulto, e sarà uno dei buoni. Disse Maria: Signore, io avrò un figlio, e nessun uomo mi ha toccato?. Rispose l’angelo: In questo modo Dio crea quel che vuole; decisa una cosa, dice sii ed essa è. Dio insegnerà a Gesù il Libro e la Sapienza, il Pentateuco e il Vangelo, egli sarà suo inviato ai figli d’Israele. Sono venuto a voi, dirà, con un segno da parte del vostro Signore; vi formerò di creta la forma di una colomba, vi soffierò sopra e sarà viva, col permesso di Dio. Guarirò il cieco e il lebbroso, risusciterò i morti, col permesso di Dio vi dirò che cosa dovete mangiare e che cosa accumulare nelle vostre case; tutto questo sarà un segno per voi, se siete credenti. Sono venuto per confermare il Pentateuco, rivelato prima di me, per rendervi lecite cose già a voi vietate, con un segno da parte del vostro Signore; temete dunque Iddio e obbeditemi, in verità Iddio è il mio Signore e il Signore vostro: adoratelo è questo il retto Sentiero

     Sulla Letteratura del Corano torneremo a suo tempo, in Età di mezzo.

    E ora torniamo sul sentiero tortuoso che stiamo percorrendo: nel testo del Protovangelo di Giacomo, scritto nel IV secolo, viene messa in atto la conciliazione degli opposti. Maria è feconda ed è benedetta da Dio perché partorisce da donna ebrea ma – meraviglia delle meraviglie – la levatrice che ha assistito al parto e Salomè, una donna dapprima incredula, constatano e proclamano la sua verginità, il suo “essere sempre vergine” come lo sono le divinità femminili dell’Olimpo, ed ecco che una donna ebrea feconda è vergine come una dea greca.

     Questa affermazione – una vergine è feconda –, che contiene due termini in contraddizione, permette l’elaborazione di una riflessione significativa: se una donna feconda è vergine allora la verginità è un concetto fecondo e, quindi, “verginità” non significa, tanto per un uomo quanto per una donna, astenersi da rapporti carnali – questa è la castità – ma significa che tutti i rapporti comunicativi, tutti i gesti diventano “nuovi (parthènoi, vergini)”: lo stato di verginità è un continuo esercizio di rinnovamento, una durevole disposizione alla novità. E non lo stava già facendo Paolo di Tarso questo discorso negli anni 50 prima che si mettesse in moto l’itinerario della “concezione verginale”? E forse Paolo oggi direbbe che non c’era bisogno di arrivare a forzare la mano alla natura sul tema della nascita di Gesù perché la condizione “verginale” corrisponde alla “novità” insita nella “buona notizia della risurrezione di Gesù”. Paolo media tra le culture utilizzando come bussola la “buona notizia della risurrezione di Gesù”: con la risurrezione (l’anastasia) tutti i rapporti interpersonali sono cambiati, tutti i rapporti umani di comunicazione, tutti i gesti sono diventati nuovi, “verginali”.

     Paolo utilizza la parola “parthènos, vergine” in modo da valorizzarne tanto l’aspetto ideale quanto la vicinanza che questo termine ha con l’idea della “fecondità” e, difatti, nella sua etimologia questo termine significa “trovarsi in una nuova condizione”, difatti l’avvento del ciclo mestruale conduce una bambina dentro ad una nuova condizione: diventa una fanciulla “feconda”.

     La condizione (katastasis) nuova (parthènosis, verginale) – stiamo citando la Prima Lettera ai Corinti – che si è venuta a creare per il fatto di essere stati rinnovati dalla risurrezione di Gesù è feconda perché siamo stati “ripartoriti come persone nuove (vergini)”. Nel testo della Prima Lettera ai Corinti si legge: «Katastasis (in condizione) parthènosis (di verginità, di novità) ke ephtheriosis (e di libertà)», traduciamo in modo che il senso di questa sentenza risulti comprensibile: «Se volete essere persone libere dovete vivere in una condizione di novità (di verginità)».

     Per Paolo l’idea della “verginità” corrisponde all’esercizio di “rinnovarsi continuamente” e nel testo della Prima Lettera ai Corinti perde la pazienza e di fronte a tutte le beghe – abbiamo già studiato a suo tempo questo argomento – che ci sono nella ekklesìa di Corinto inveisce (s’indigna) scrivendo: «E allora comportatevi di conseguenza. Rinnovatevi! È inutile che mi veniate a chiedere se si può far questo e far quello» e, alla fine, esasperato, visto che non sono in grado di recepire il suo discorso di rinnovamento (della novità insita nella buona notizia della risurrezione di Gesù) è costretto a manifestare la sua idea su tutta una serie di comportamenti che lui ritiene sbagliati, appartenenti ad una vecchia mentalità affaristica e consumistica.

REPERTORIO E TRAMA ... per dieci minuti al giorno di lettura e di scrittura:

Nei testi dell’Epistolario di Paolo di Tarso c’è un continuo invito a “vivere in una condizione di novità [di verginità] per poter essere liberi da ogni condizionamento imposto dal potere politico ed economico”... Leggete dalla Prima Lettera ai Corinti i versetti dal 29 al 31 del capitolo 7...  In quale circostanza vi è capitato di dire: «Questa è una novità»...

Scrivete quattro righe in proposito...

     Ma il sentiero è tortuoso e abbiamo lasciato in sospeso la notizia che circola nelle ekklesìe al tempo di Paolo, negli anni 50, sui fratelli e sulle sorelle di Gesù.

     Il testo del Vangelo secondo Marco – un’opera degli anni 70 – al capitolo 6 versetto 3 parla dei quattro fratelli di Gesù e ne fa i nomi: Giuda, Giuseppe, Simone e Giacomo (quello citato da Paolo nella Lettera ai Galati), delle sorelle, invece, non si fa il nome, né si dice il numero ma, visto che se ne parla al plurale, ne dobbiamo mettere in conto almeno due. Quindi: quattro fratelli più due sorelle più Gesù fanno sette figli per Maria. E questa è la notizia che circola nelle ekklesìe al tempo di Paolo.

REPERTORIO E TRAMA ... per dieci minuti al giorno di lettura e di scrittura:

Leggete i versetti 3 e 4 del capitolo 6 del testo del Vangelo secondo Marco...

Voi avete fratelli, avete sorelle, ne avreste voluto, non ne avreste voluto, ne vorreste?... E che cosa avete da raccontare di quando da bambini abitavate insieme?...

Scrivete quattro righe in proposito...

     Il testo del Vangelo secondo Marco riporta questo dato – che viene anche ripreso da testo del Vangelo secondo Matteo – eppure ci siamo poi raffigurate e raffigurati un Gesù figlio unico piuttosto che affratellato anche se al tempo di Paolo pensare ad una mamma di Gesù con un figlio solo voleva dire considerala poco feconda e, quindi, poco benedetta da Dio. Fino a quando Gesù di Nazareth non comincia ad essere equiparato al Logos (alla Parola di Dio), alla gnosi (alla Conoscenza), si pensa ad una persona che nasce e cresce in una solida famiglia ebrea: solida perché c’è una madre feconda, quindi benedetta da Dio. Se andate a leggere i versetti 3 e 4 del capitolo 6 del testo del Vangelo secondo Marco – come chiede di fare il punto 5 del REPERTORIO ... – si scopre che si parla della solida famiglia di Gesù proprio perché lui la sta rinnegando come istituzione ed è proprio una caratteristica dei profeti quella di contestare tutte le istituzioni gerarchiche e di potere. L’autore del testo del Vangelo secondo Marco è filo-paolino e le studiose e gli studiosi di filologia pensano che questo autore in questo brano abbia sviluppato il pensiero che emerge nelle Lettere di Paolo sul tema della famiglia: non è la solida famiglia familista che fa diventare più buone e più giuste le persone, ma sono le persone rinnovate dalla notizia della risurrezione (in stato verginale) che rendono la famiglia modello di vera comunità umana.

     Nelle ekklesìe, al tempo di Paolo, il fratello carnale di Gesù più conosciuto è Giacomo (adelphòs Kiriei, il fratello del Signore). La figura di Giacomo, oltre che nel testo della Lettera ai Galati, dei Vangeli secondo Marco e secondo Matteo e in relazione al più significativo dei Vangeli apocrifi viene citata anche dallo storico Giuseppe Flavio nell’opera intitolata La guerra giudaica e nel testo degli Atti degli Apostoli. Il primo contatto con il testo della Lettera ai Galati è bene averlo proprio con le citazioni che vedono Giacomo come protagonista e così ci si rende subito conto del clima particolarmente effervescente descritto da Paolo in questa sua opera.

REPERTORIO E TRAMA ... per dieci minuti al giorno di lettura e di scrittura:

Paolo cita Giacomo nel capitolo 1 al versetto 19 e nel capitolo 2 al versetto 9 della Lettera ai Galati...  Andate a leggere i primi due capitoli di questa Lettera dove s’incontrano queste due citazioni…

     La figura di Giacomo il Minore (o Micros ò Micròs), il fratello di Gesù, bisogna distinguerla da altri due personaggi, due apostoli, che portano lo stesso nome: Giacomo il Maggiore, uno dei figli di Zebedeo (quello di Santiago de Compostela) e Giacomo il Minore conosciuto come figlio di Alfeo. Di Giacomo, il fratello di Gesù, le studiose e gli studiosi hanno ipotizzato anche la data della morte avvenuta a Gerusalemme prima dell’anno 62 in circostanze violente, nel corso di uno dei tanti scontri popolari contro il Sinedrio in mano ai Sadducei (i Sadducei erano collaborazionisti dei Romani) con l’intromissione dei Romani: una morte simile a quella che ha fatto Gesù. Nel testo degli Atti degli Apostoli si dà notizia della morte di Giacomo e se ne attribuisce la responsabilità a Erode: il testo degli Atti tende sempre a scagionare i Romani perché i cittadini romani diventati cristiani, negli anni 90, sono già un buon numero e non vanno colpevolizzati.

     Giacomo a Gerusalemme è il rappresentante della famiglia di Gesù che ne vuole raccogliere l’eredità, cioè il ruolo e la funzione nel rabbinato: si parla di lui come di un uomo giusto, ebreo ortodosso, fariseo ebionita, asceta e cresciuto, molto probabilmente anche lui, nel gruppo di Giovanni il Battezzatore. Giacomo, il fratello minore del Signore, è senza dubbio la guida più autorevole del movimento cristiano ebionita a Gerusalemme: il pensiero di questa corrente si sviluppa e si diffonde anche sul territorio dell’Ellenismo e abbiamo incontrato la figura di Apollo (o Apollonio) di Alessandria, citato nell’Epistolario di Paolo e dal testo degli Atti degli Apostoli. Si capisce che Giacomo interpreta la notizia della risurrezione di Gesù facendo riferimento alla Legge di Mosè e per lui Gesù è un rabbi ebraico che ha predicato non l’abolizione della Legge ma la sua piena attuazione.

     Tra le Lettere canoniche della Letteratura dei Vangeli, oltre alle Lettere di Paolo, ci sono sette Lettere, cosiddette, “apostoliche o ecumeniche (perché sono documenti che si rivolgono alla Chiesa universale)” che hanno un intento di carattere pastorale: sono opere di Scuola clementina e noi sappiamo bene quale ruolo strategico ha avuto, negli anni 90 a Roma, questa Scuola per la formazione della dottrina della Chiesa. Queste Lettere sono intitolate agli Apostoli Pietro e Giovanni (due Lettere di Pietro e tre Lettere di Giovanni) e a due fratelli di Gesù: a Giuda (il fratello di Gesù) e a Giacomo. La Lettera di Giacomo – la prima della lista perché Giacomo, il fratello del Signore, continua ad essere considerato molto autorevole dalla Chiesa di Roma – è significativa perché si presenta anche come se fosse un commento della Lettera ai Romani di Paolo di Tarso.

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Leggete la Lettera di Giacomo: è formata di cinque capitoletti che stanno in due pagine e contiene anche il riferimento, di carattere pastorale, per l’istituzione del sacramento dell’Unzione dei malati che poi – sempre con il Concilio di Trento – è diventata l’Estrema unzione e che ora, con il Concilio Ecumenico Vaticano II, è tornata ad essere, secondo il testo della Lettera di Giacomo, l’Unzione dei malati...

     Giacomo, il fratello di Gesù, è un personaggio ben conosciuto nelle ekklesìe e anche il suo pensiero – attraverso i gruppi degli ebioniti che a lui fanno riferimento – è ben conosciuto e, di conseguenza, non si possono far dire a Giacomo cose che lui non pensa. Perché le studiose e gli studiosi di filologia c’inducono a fare questa affermazione? Questa affermazione fa parte della strategia che Paolo di Tarso adotta come metodo nella predicazione della buona notizia della risurrezione di Gesù e Paolo questa strategia la mette in chiaro nel testo della Lettera ai Galati perché Paolo teme che se il “messaggio della salvezza” non verrà “sentenziato” nell’abito della cultura ellenistica e non verrà liberato da tutta una serie di rituali ebraici che lui considera ormai inutili, non potrà avere gambe per camminare e propagarsi nell’Ecumene.

     Se si legge il testo della Lettera ai Galati possiamo constatare che Pietro risulta essere un personaggio “minore” rispetto a Giacomo a cui Pietro sembra sottomesso e di cui sembra aver paura. Nel capitolo 2 della Lettera ai Galati troviamo pesanti parole di rimprovero di Paolo che, ad Antiochia, rinfaccia a Pietro di essere sottomesso a Giacomo: Paolo, con la Lettera ai Galati, lancia una sfida tanto a Pietro (e questo era più facile perché Pietro è  più gregario) quanto a Giacomo (questo era meno facile perché Giacomo è un leader). Pietro e Giacomo, come sappiamo (è Paolo che dà questa notizia), si scontrano per la questione dell’eredità rabbinica di Gesù – è sull’onda di questo scontro che Pietro decide di allontanarsi, per breve tempo, da Gerusalemme? –; Pietro e Giacomo si scontrano però ideologicamente rimangono molto vicini: Pietro è sulla stessa linea d’onda di Giacomo e prende delle decisioni facendo riferimento all’ortodossia ebraica professata da Giacomo e ricusando le proposte di Paolo.

     Ma leggiamo che cosa c’è scritto nel capitolo 2 della Lettera ai Galati:

LEGERE MULTUM ….

Lettera ai Galati  2

Quattordici anni più tardi, dopo una rivelazione del Signore, ritornai a Gerusalemme. Vi andai insieme con Bàrnaba portando con me anche Tito. Là esposi privatamente alle persone più autorevoli la parola del Signore che annunzio ai pagani. Non volevo che risultasse inutile il lavoro che avevo compiuto e che stavo facendo. Ebbene, neppure Tito che era con me, benché non fosse Ebreo, fu obbligato a sottomettersi al rito della circoncisione.

Alcuni intrusi, falsi fratelli, avrebbero voluto farlo circoncidere. Costoro si erano infiltrati tra noi per insidiare la libertà che ci viene da Cristo e per ricondurci sotto la schiavitù della legge di Mosè. Ma non ci siamo piegati di fronte a questa gente e non abbiamo ceduto neppure per un istante: dovevamo mantenere salda per voi la verità della parola di Cristo.

Del resto, le persone considerate più autorevoli, non mi imposero nulla. Per me non ha alcuna importanza chi erano in passato, perché Dio sceglie chi vuole. Lo ripeto: quelli che hanno autorità dovettero riconoscere che Dio aveva affidato a me l’incarico di annunziare la parola di Cristo tra i non Ebrei, così come aveva affidato a Pietro di annunziarla tra gli Ebrei.

Giacomo, Pietro e Giovanni, che sono considerati le colonne, riconobbero che Dio mi aveva affidato questo incarico particolare, e trovandosi d’accordo con noi, strinsero fraternamente la mano a me e a Bàrnaba. Fu così deciso che noi saremmo andati fra i pagani ed essi tra gli Ebrei. Ci raccomandarono soltanto di ricordarci dei poveri di Gerusalemme. E questo ho sempre cercato di farlo.

Ma quando Pietro venne ad Antiòchia, io mi opposi a lui apertamente perché aveva torto. Prima infatti egli aveva l’abitudine di sedersi a tavola con i credenti di origine pagana, ma quando giunsero alcuni che stavano dalla parte di Giacomo, egli cominciò a evitare quelli che non erano Ebrei e si tenne in disparte per paura dei sostenitori della circoncisione. Anche gli altri fratelli di origine ebraica si comportarono come Pietro in questo modo equivoco. Persino Bàrnaba fu trascinato dalla loro ipocrisia. Ma quando mi accorsi che essi non agivano secondo la parola del Signore, dissi a Pietro, in presenza di tutti: «Se tu che sei Ebreo di origine ti comporti come uno che non lo è, vivendo come chi non è sottoposto alla legge ebraica, perché poi costringi gli altri a vivere come gli Ebrei?».

Noi siamo Ebrei di nascita. Non proveniamo dagli altri popoli che non conoscono la legge di Mosè. Eppure noi sappiamo che Dio salva non perché la persona osserva le pratiche della legge di Mosè ma perché crede in Gesù Cristo. E noi abbiamo creduto in Gesù Cristo, per essere salvati da Dio per mezzo della fede in Cristo, e non per mezzo delle opere comandate dalla legge. Nessuno infatti sarà salvato solo perché osserva le pratiche dettate dalla legge. Ora, se noi che cerchiamo di essere salvati da Dio per mezzo di Gesù Cristo, cadiamo in peccato, significa forse che Cristo ci spinge a peccare? No di certo! Significa soltanto che io mi dimostro peccatore perché do ancora valore a una legge che ormai è scaduta. In realtà per me non c’è vita nelle pratiche della legge. Essa non mi riguarda più: ora vivo per Dio. Sono stato crocifisso con Cristo.

Non sono più io che vivo: è Cristo che vive in me. La vita che ora vivo in questo mondo la vivo per la fede il lui che mi ha amato e volle morire per me. Io non rendo inutile la grazia di Dio. Ma se fosse vero che siamo salvati perché osserviamo le norme della legge, allora Cristo sarebbe morto per niente.

     Questa pagina è esemplare perché in questo testo emergono con chiarezza, così come ce le presenta Paolo, le tre linee di pensiero del Cristianesimo degli albori: la linea filo-ebionita di Giacomo e della famiglia di Gesù, la linea ondivaga di Pietro che – secondo Paolo – è “un pescatore che non sa che pesci prendere”, e la linea filo-ellenistica di Paolo (la linea paolina). Naturalmente – come ben sappiamo – a questa situazione di profonda divisione descritta da Paolo nella Lettera ai Galati pone rimedio (attraverso il passaggio dialettico tra la storia, la leggenda, il mito e la tradizione) la Scuola ellenistica clementina con la composizione del testo degli Atti degli Apostoli, il primo catechismo cristiano. Se leggiamo i primi ventuno versetti del capitolo 15 degli Atti degli Apostoli, dove si racconta la riunione o il “concilio” di Gerusalemme, e li confrontiamo con i primi dieci versetti del capitolo 2 della Lettera ai Galati possiamo constatare come gli stessi avvenimenti vengano visti e interpretati attraverso ottiche diverse a distanza di più di trent’anni. Il testo degli Atti degli Apostoli trasfigura (attraverso il passaggio dialettico tra la storia, la leggenda, il mito e la tradizione) anche la figura di Giacomo oltre che quella di Pietro e di Paolo. A Giacomo il testo degli Atti fa dire parole che contrastano con il pensiero del personaggio storico che Paolo ci presenta nella Lettera ai Galati, per giunta Giacomo è già morto eroicamente – fatto uccidere da Erode – due capitoli prima.

     Lo stile con cui è scritto il testo degli Atti degli Apostoli è di natura apologetica e vuole “conciliare” posizioni contrastanti che avevano creato aspre divisioni trent’anni prima, dagli anni 50, tra i cristiani filo-ebioniti di Gerusalemme e i cristiani filo-ellenisti di Antiochia, mentre ora, negli anni novanta a Roma la causa dell’aspra contesa si era ormai attenuata. Su che cosa verteva la discussione negli anni 50 tra Antiochia e Gerusalemme? «In quel tempo – si legge nel testo degli Atti degli Apostolialcuni cristiani della Giudea arrivarono ad Antiochia nella Ekklesìa e si misero a diffondere questo insegnamento: voi non potete essere salvati se non vi fate circoncidere come ordina la Legge di Mosè». Prende la parola Giacomo e fa un discorso strategico come se fosse Paolo di Tarso a parlare e dice: «Io ritengo che non si debbano imporre dei pesi a quelli che si convertono a Dio dal paganesimo. Ma si attengano a queste regole …» e tra le regole non è contemplata la circoncisione che era, negli anni 50, un cavallo di battaglia della corrente ebionita.

     C’è un’usurpazione del pensiero di Giacomo? In proposito dobbiamo ragionare in termini filologici: il testo degli Atti degli Apostoli, negli anni 90, può parlare di conciliazione sul tema della circoncisione perché dopo anni di polemiche – quando ormai sono quasi esclusivamente i pagani ad aderire al Cristianesimo – la questione è andata risolvendosi come Paolo auspicava a suo tempo e Clemente Romano nell’anno 96 o 97 vuole liquidare il problema una volta per tutte (ecco che cosa significa seguire – da parte degli autori della Letteratura dei Vangeli – la trafila dialettica tra la storia, la leggenda, il mito e la tradizione). Paolo aveva ragione ma negli anni 50 le sue idee erano in minoranza. Ma come sono andate le cose nella disputa tra Gerusalemme e Antiochia?

REPERTORIO E TRAMA ... per dieci minuti al giorno di lettura e di scrittura:

Leggete i primi ventuno versetti del capitolo 15 degli Atti degli Apostoli, dove si racconta la riunione o il “concilio” di Gerusalemme e confrontateli con i primi dieci versetti del capitolo 2 della Lettera ai Galati

     Paolo nel testo della Lettera ai Galati ci racconta che, in quegli anni, non c’è stata alcuna riunione a Gerusalemme, non c’è stata riconciliazione tra le parti, anzi si è verificato uno scontro insanabile con una presa d’atto di un modo molto diverso di pensare a come attuare le strategie per diffondere la buona notizia della risurrezione di Gesù e questa incomprensione viene decretata con una sorta di divisione delle sfere d’influenza che non assomiglia ad un accordo ma piuttosto ad un forzato compromesso. Paolo nel suo Epistolario afferma di essere andato due volte a Gerusalemme e di aver trovato un clima ostile mentre gli autori del testo degli Atti degli Apostoli ce lo fanno andare tre volte: una volta in più per poter creare una situazione di riconciliazione. Paolo afferma di aver sempre incontrato privatamente e separatamente le colonne (usa volutamente e anche con una certa ironia questo termine di carattere ellenistico) di Gerusalemme, prima Pietro – e afferma di non aver visto nessun altro degli Apostoli, cita Giovanni ma non dice di averlo incontrato – e poi, come sappiamo, incontra Giacomo e delle persone autorevoli non ben identificate. Sulla vita di Gesù Paolo riesce a sapere poco dalle persone incontrate a Gerusalemme ma questo poco per lui è essenziale: riesce a sapere che Gesù ha celebrato la Pasqua con i suoi amici, che è stato tradito da uno dei suoi, che è stato processato in un affare zelota ed è stato crocifisso dai Romani. Sa che la notizia della risurrezione è sostenuta non tanto da prove ma da testimonianze sulle apparizioni del risorto e noi sappiamo che Paolo – con la famosa sentenza del kerigma nel capitolo 15 della Prima Lettera ai Corinti – costruisce di sua iniziativa una gerarchia sul primato delle apparizioni del risorto. Paolo scrive: prima è apparso a Pietro, poi ai Dodici, poi a 500 discepoli, poi a Giacomo e dopo anche a me. Si capisce che Paolo – formatosi nel contesto della cultura ellenistica – considera un po’ provinciale la mentalità ebraica di quelli di Gerusalemme ed è solito affermare che se non ci fosse lui (promotore culturale, inviato speciale, apostolo) a mettere a punto la dottrina intorno alla buona notizia della risurrezione di Gesù questa notizia si sarebbe da tempo persa nei meandri della cronaca.

     Perché Paolo nella gerarchia che costruisce con la famosa sentenza del kerigma nel capitolo 15 della Prima Lettera ai Corinti prende la decisione di collocare Giacomo – che negli anni 50 è il personaggio più autorevole tra coloro i quali predicano la buona notizia della resurrezione di Gesù – in posizione subalterna? Per rispondere a questa domanda dobbiamo occuparci di un tema che le studiose e gli studiosi hanno chiamato: la questione della controversia in Galazia.

     Ma prima di occuparci di questa famosa questione (ce ne occuperemo la prossima settimana al termine di questo Percorso) dobbiamo fare un’incursione nella Letteratura contemporanea perché la Letteratura contemporanea – seguendo una tradizione antica che attraversa il territorio ellenistico, medioevale e moderno – ha pensato bene di utilizzare il concetto delle apparizioni dei defunti che si presentano come se fossero risorti facendone, soprattutto nel genere letterario del romanzo, un tema ricorrente. Per fare questa riflessione la Scuola propone la lettura o la rilettura di un romanzo. 

     L’autore di questo romanzo è lo scrittore portoghese José Saramago (1922-2010), che più volte abbiamo incontrato, al quale è stato attribuito il premio Nobel per la Letteratura nel 1998. Il romanzo sul quale vogliamo puntare la nostra attenzione s’intitola L’anno della morte di Ricardo Reis ed è stato pubblicato nel 1984. È la fine di dicembre, l’anno sta per concludersi e da un piroscafo partito da Rio de Janeiro sbarca a Lisbona Ricardo Reis, medico e poeta, autore di Odi oraziane. Chi Ricardo Reis? È un personaggio reale o è un personaggio d’invenzione? Ricardo Reis è un nome d’invenzione ma dietro a questo nome si nasconde un personaggio reale: come sarebbe a dire? Sarebbe a dire che Ricardo Reis è uno dei personaggi inventati dietro ai quali si nasconde il grande scrittore portoghese Fernando Pessoa (1888-1935). Àlvaro de Campos, Alberto Caeiro, Ricardo Reis sono i personaggi attraverso i quali Fernando Pessoa pubblica le sue opere. Siamo tentati di pensare e di dire che Pessoa ama semplicemente cambiarsi nome, ma non è proprio così: i suoi alter-ego sono dei veri e propri personaggi dotati di una loro sensibilità e di una loro visione del mondo.

     Che cosa vuole ribadire Fernando Pessoa, su quale tema vuole aprire una riflessione? Pessoa – e naturalmente Saramago, autore del romanzo che abbiamo incontrato, lo asseconda – vuole ribadire che l’io è capace di frantumarsi, vuole riflettere e far riflettere sul fatto che il nostro essere si frantuma perché è capace di raccontarsi. Noi siamo quello che siamo – scrive Pessoa – oppure siamo quello che saremmo voluti diventare? La nostra realtà materiale non ce lo consente ma – afferma Pessoa (anche Pirandello fa questo ragionamento) – la nostra realtà intellettuale permette al nostro io di diventare il contenitore di tutti i personaggi che in noi possono convivere, e la consapevolezza di questo fatto ci aiuta a sopportare l’esistenza.

     Saramago fa vivere Ricardo Reis in carne ed ossa, gli dà un corpo, gli dà gambe perché lo possano portare anche a rendere omaggio alla tomba del suo creatore: Pessoa. Ricardo Reis si accorge che Pessoa non è ancora morto del tutto ma continua ancora a vivere come un risorto nello spirito, nell’anima, nell’intelletto di Ricardo Reis il quale, a rigor di logica, non è mai esistito ma che Pessoa ha fatto intellettualmente vivere: questo concetto – che prende il nome di anastasis – è, in principio, fortemente radicato nei testi dell’Epistolario di Paolo di Tarso ed è un’idea che continua a produrre riflessione, pensiero, letteratura. E ora leggiamo:

LEGERE MULTUM ….

José Saramago,  L’anno della morte di Ricardo Reis  (1984)

Ricardo Reis torna all’albergo. Non mancano in questa città posti dove la festa continua, con luci, spumante, o vero champagne, e animazione, deliri, come i giornali non tralasciano di scrivere, donne facili o non tanto, dirette e inequivocabili le une, le altre che non si esimono da certi riti di avvicinamento, ma quest’uomo non è un intrepido sperimentatore di avventure, le conosce per averne sentito parlare, se talvolta ha osato è stato un entra ed esci.

… continua la lettura …

     Il vero protagonista di questo romanzo è l’anno 1936: un anno critico per l’Europa, e questo è un motivo in più per leggere o rileggere questo testo.

     Abbiamo cominciato nel corso di questo penultimo itinerario a mettere in evidenza alcuni aspetti della Lettera ai Galati: ma come si configura il testo della Lettera ai Galati? Il testo della Lettera ai Galati è un documento fondamentale per conoscere e per capire che cosa sia la cosiddetta controversia in Galazia: un tema importante perché riguarda un aspetto significativo della cultura dell’Ellenismo di cui Paolo di Tarso è un attento interprete. In che cosa consiste la famosa controversia in Galazia? Ce ne occuperemo la prossima settimana in occasione della fine di questo Percorso.

     Il punto di arrivo nei nostri Percorsi (questo è il ventottesimo) corrisponde sempre con un nuovo punto di partenza perché l’Apprendimento è un’attività di carattere permanente, ed è un diritto e un dovere di ogni persona. Le persone che, da adulte, animano la Scuola sanno di dover imparare ad alimentare buone passioni e a controllarle con giuste ragioni e sanno che, in ogni punto di arrivo – perché sia davvero un punto di arrivo – ci deve essere l’aspirazione per una nuova partenza. Coltiviamo insieme questa aspirazione…

 

 

Lezione del: 
Venerdì, Maggio 20, 2011