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SUL TERRITORIO DELLA SAPIENZA POETICA E FILOSOFICA DELL’ETÀ MEDIOEVALE SI SENTE, IN PARTENZA, L’INFLUSSO DELLE SCHOLAE PALATINAE E DELLA SCUOLA DI TOLEDO ...

Lezione N.: 
2

Prof. Giuseppe Nibbi    La sapienza poetica e filosofica dell’età medioevale      15-16-17  ottobre  2014

 

SUL TERRITORIO DELLA SAPIENZA POETICA E FILOSOFICA DELL’ETÀ MEDIOEVALE SI SENTE, IN PARTENZA, L’INFLUSSO

DELLE SCHOLAE PALATINAE E DELLA SCUOLA DI TOLEDO ...

 

   La scorsa settimana abbiamo dato inizio a questo Percorso di studio cominciando a celebrare il tradizionale e ripetitivo “rituale della partenza”. Questa celebrazione non è ancora terminata e non c’è viaggio - sia di andata che di ritorno - che non inizi con la partenza [la lingua greca puntualizza e distingue il viaggio “di andata, poreia-poreìa”, e quello “di ritorno, nostos -nostos”, utilizzando due termini diversi perché una caratteristica ha l’andata e un’altra caratteristica ha il ritorno].

   Non si può pensare di fare un viaggio, tanto reale quanto virtuale, eliminando l’azione della “partenza” e, a questo proposito, abbiamo già ricordato la scorsa settimana che, tradizionalmente, nella Storia dell’Umanità, le persone partono [dalla notte dei tempi, e spesse volte si mettono in viaggio andando allo sbaraglio] per alcuni motivi fondamentali. Così come nel passato anche oggi si parte per “migrare”: per motivi di sostentamento e di sopravvivenza, e questo motivo è legato all’idea del “lavoro”, della cura materiale. Si parte per “conoscere”: per motivi di curiosità e di apprendimento, e questo motivo è legato all’idea dello “studio”, della cura intellettuale. Si parte per “andare in pellegrinaggio [nel senso più ampio del termine, e la parola “pellegrinaggio” deriva dal verbo latino “perègere”, che è formato dalla preposizione “per” nel senso di “attraverso” e dal sostantivo “àgeri, i campi”, per cui “pellegrinare” significa “camminare fuori dall’abitato, attraverso i campi, per entrare a far parte del paesaggio naturale”]”: e si va in pellegrinaggio per motivi legati al mito, al rito, alla cerimonia, al racconto, e questo motivo è collegato all’idea della “riflessione”, della cura spirituale ma, per estensione, il termine “peregrinare [con il significato di girovagare, vagare, vagabondare, errare]” ha assunto anche una valenza in cui emerge il dato materiale.

   E, a questo proposito, nel rispettare una tradizione ormai consolidata, che serve per fluidificare la liturgia del “rituale della partenza”, stiamo utilizzando il testo di un libro nel quale l’azione del “peregrinare ” [del girovagare, del vagare, del vagabondare, dell’errare] risulta determinante. Questo libro, pubblicato nel 1972, s’intitola Storie dell’anno Mille ed è stato composto - a quattro mani, come si suol dire, - da Tonino Guerra e Luigi Malerba e nell’itinerario della scorsa settimana abbiamo già letto i primi tre racconti che fungono da incipit attraverso i quali abbiamo fatto conoscenza con i protagonisti di quest’opera: Millemosche, Pannocchia e Carestia.

   Gli sciagurati protagonisti di Storie dell’anno Mille - [li abbiamo già conosciuti] Millemosche, Pannocchia e Carestia - sono tre “morti di fame”, e l’essere “morti di fame” alla fine del primo Millennio nel territorio del Sacro romano impero non è affatto un insulto perché risulta essere una caratteristica che definisce - soprattutto come luogo comune - la persona che vive nel Medioevo ma, in questo caso, per i personaggi di Millemosche, Pannocchia e Carestia l’essere “morti di fame” è una qualità, di natura letteraria, che va oltre il realismo: il loro essere “morti di fame e peregrinanti per tentare, invano, di uscire da questa condizione” è una connotazione dinamica che non rimanda alla fame vera perché gli autori, Guerra e Malerba, si propongono di perseguire un intento allegorico legato a tutta una tradizione letteraria di “affamati peregrinanti” che vengono mossi da una forza che, ad un certo momento, sfugge al controllo dei personaggi stessi per cui è come se assistessero con meraviglia [in qualità di pupi] alle prodezze e alle malefatte di cui sono capaci divertendosi allo stesso modo delle lettrici e dei lettori.

   Tonino Guerra e Luigi Malerba hanno raccolto e portato all’estremo della caricatura tutti i luoghi comuni con cui viene descritto il Medioevo utilizzando lo stile della favola picaresca che va [tanto per fare alcuni esempi che hanno la valenza di interessanti intrecci filologici] dal  Cunto de li Cunti di Giambattista Basile al Morgante di Luigi Pulci, dal Bertoldo di Giulio Cesare Croce fino a Il buon soldato Švejk di Jaroslav Hašek. La fame, la pestilenza, la guerra, e tutti i grandi flagelli che vengono attribuiti dell’epoca medioevale [come se oggi fossero stati debellati] in cui si muovono i protagonisti del racconto vengono comicamente stravolti e perfino la morte diventa buffa. Millemosche è, come sappiamo, un cavaliere senza cavalcatura, mentre Pannocchia e Carestia non hanno l’intenzione di fare i soldati e si mettono insieme loro malgrado per affrontare i disagi che li attendono: le battaglie pericolose, le camminate sfiancanti, i digiuni interminabili, la caccia disperata e inutile al cibo - che, quando finalmente capita a portata di mano, pare un’allucinazione -, le azzardate avventure in convento, i falsi miracoli, l’interessata partecipazione ad un assedio, il rischio di finire sul rogo come indemoniati, le fughe precipitose per scampare agli incendi, al mare in tempesta, ai pirati. Ma, soprattutto, è la fame la compagna inseparabile di questi personaggi, e la fame dell’anno Mille si presenta come una condizione che produce ironia [un’ironia dove la comicità e la disperazione s’incontrano] e permette agli autori di far scattare le formule stilistiche più divertenti: «Le lucertole, dicono i nostri tre eroi, si mangiano solo quando si è proprio affamati, cioè sempre».

   Millemosche, Pannocchia e Carestia sono la proiezione della particolare capacità inventiva di due autori, molto esperti anche di teatro e soprattutto di cinema, che sanno mettere in scena l’assurdità costruendo un mondo nel quale non ci sono più confini fra il dentro e il fuori, il sogno e la veglia, il linguaggio figurato e il linguaggio letterale e, difatti, l’insieme delle storie architettate da Tonino Guerra e Luigi Malerba obbedisce ad una logica che è impeccabile nella forma e folle nella sostanza, per cui Millemosche, Pannocchia e Carestia agiscono nello stesso modo in cui parlano nei loro dialoghi, che sono, quasi sempre, divertenti esempi di non-senso; li sentiamo dire: «Certo che i piedi sono un disastro. Sarebbe meglio non averceli». «Giusto. Se uno non ha i piedi non ha nemmeno il mal di piedi». «A me piacerebbe di non aver la pancia così non avrei più fame». «E la schiena? A che cosa serve? Solo per avere il mal di schiena. Anche quella sarebbe meglio non avercela». «A me sono i pensieri che mi disturbano. Penso troppo e poi mi viene il mal di testa. Mi piacerebbe non averci la testa». Storie dell’anno Mille è un bell’esempio dell’influenza che la Letteratura ha sulla realtà e ricorda anche il teatro di Eugène Ionesco [il teatro dell’assurdo] e talune folli sequenze dei film dei fratelli Marx.

   Pannocchia, Carestia e Millemosche sono sciamannati ma non sono affatto stupidi, essi sono, in quanto personaggi allegorici, a loro modo, dei poeti [perché gli autori sono poeti, gran creatori di metafore] e ai loro occhi, nel corso del loro incessante “peregrinare”, tutta la realtà appare come una metafora: girovagano di metafora in metafora.

 

REPERTORIO E TRAMA ... per dieci minuti al giorno di lettura e di scrittura:

Vi è capitato di girovagare, di vagare, di vagabondare, di errare, di andare in giro senza una meta precisa [dove come quando perché]?...  Non perdete l’occasione di fissare un ricordo perché questo esercizio permette di investire in intelligenza per il fatto che favorisce la messa in moto delle azioni dell’apprendimento [conoscere capire applicare analizzare sintetizzare valutare]...  

Scrivete quattro righe in proposito...

 

   Storie dell’anno Mille è, nel suo insieme, una favola ironica che gioca fra il puro divertimento, l’antica facezia e il gusto moderno per la “follia” utilizzando, in modo esemplare il meccanismo del paradosso: «[Millemosche Pannocchia e Carestia] si mettono a camminare gattoni tenendo gli occhi chiusi per non essere visti». Quel gran gioco con le Parole che è la Letteratura in Storie dell’anno Mille chiama in causa il divertimento ma in senso pungente [si resta sempre con l’amaro in bocca] perché, alla fine, emergono la nostalgia e la malinconia: due sentimenti che risultano essere propedeutici alla riflessione sulla condizione umana, la cui tematica, dal Medioevo ad oggi, continua a rimanere, quasi, la stessa.

   I dialoghi che s’intrecciano tra i tre protagonisti sono solo in apparenza privi di concetti intellettuali: dal discorrere a ruota libera di Millemosche Pannocchia e Carestia viene fuori una filosofia semplice ma non priva di una sua logica: la logica del “senso comune” che tende a diventare “buon senso” e, in una certa misura, anche il movimento intellettuale della Scolastica persegue questo obiettivo.

   Dobbiamo anche presentare, e conoscere meglio, gli autori di quest’opera, Tonino Guerra e Luigi Malerba, ma lo faremo prossimamente, prima andiamo avanti a leggere Storie dell’anno Mille. Le domande che Millemosche Pannocchia e Carestia si pongono sono solo apparentemente ingenue e, siccome a certi interrogativi non è possibile dare una risposta, i nostri eroi [soprattutto Millemosche] si affidano ad un perentorio «non te lo dirò mai» come per vantare una presunta superiorità [quella dei saccenti].

   E, a questo proposito, l’interrogativo che noi ora non possiamo non porci è relativo al fatto che se noi non avessimo avuto degli antenati non saremmo qui questa sera: chissà chi erano, dove vivevano, come si chiamavano, che cosa facevano e come ce li immaginiamo i nostri antenati [la nostra proto-nonna e il nostro proto-nonno] dell’anno Mille? [Poniamocela questa domanda anche se risposta non c’è o, forse, chi lo sa?]. È molto probabile che i nostri antenati alto-medioevali non assomigliassero affatto a Millemosche a Pannocchia e a Carestia ma non per questo sarebbe giusto prendere le distanze da queste figure letterarie che allegoricamente rappresentano comunque i nostri antenati.

   E ora leggiamo questo altro racconto in cui, a tratti, aleggia anche lo spirito di Samuel Beckett di Aspettando Godot.

 

LEGERE MULTUM….

Tonino Guerra  Luigi Malerba,  Storie dell’anno Mille

LA TERRA DA DOVE VIENE

Da dove vengono tutti quei sassi rossi e azzurri e verdi che ci sono nei fiumi? Vengono dalle montagne. C’è una spiegazione per tutte le cose, basta trovarla. E i colori da dove vengono? Quello dev’essere Dio quando si diverte e dice questo sasso lo faccio rosso e questo verde e questo un po’ verde e un po’ rosso, a righe. E questi li faccio a punta così quelli che ci camminano sopra si fanno male ai piedi. E infatti Millemosche Pannocchia e Carestia se la prendono con lui per il male di piedi, perché secondo loro la colpa è sua.  Vanno avanti scalzi sui sassi sguaiolando come dei cani e ogni tanto tirano su uno dei piedi e ci soffiano sopra per mandare via il bruciore.  «Certo che i piedi sono un disastro. Sarebbe meglio non averceli». «Giusto. Se uno non ha i piedi non ha nemmeno il mal di piedi».   «A me piacerebbe non avere la pancia così non avrei più fame»«E la schiena? A che cosa serve? Solo per avere il mal di schiena. Anche quella sarebbe meglio non avercela». «Anche lo stomaco allora».   «E i ginocchi?».  «A me sono i pensieri che mi disturbano. Penso troppo e poi mi viene il mal di testa. Mi piacerebbe non averci la testa». «Sarebbe bello non averci niente».

... continua la lettura ...

 

   Noi, contrariamente a Millemosche Pannocchia e Carestia, sappiamo invece dove dobbiamo andare, e per raggiungere questo luogo – mentre ci accingiamo anche a concludere il “rituale della partenza” – utilizziamo come mezzo di trasporto la terza parte del questionario con il quale abbiamo dato “forma [filologica]” al territorio sul quale abbiamo viaggiato lo scorso anno scolastico. Come sapete dobbiamo ancora osservare i risultati del terzo blocco di parole del questionario: come ricorderete, le tabelle con i risultati dei primi due blocchi di parole li abbiamo osservati e commentati la scorsa settimana.

   Il terzo blocco di parole del questionario con il quale abbiamo dato “forma ” [filologica] al territorio della “sapienza poetica e filosofica dell’Età alto-medioevale” che abbiamo attraversato durante il viaggio dello scorso anno scolastico contiene un certo numero di parole [ben settanta parole] di origine araba che sono entrate nei dizionari delle lingue neolatine [e che utilizziamo regolarmente].

   Osserviamo insieme il riquadro che riporta – secondo la grandezza dei caratteri – la quantità di consensi che queste parole hanno ricevuto.

 

il talismano il caffè il gelsomino l’algebra lo zero

il safari  la camelia  l’albicocca  l’ambra  lo zenith  

il sandalo  lo zafferano  l’arancia  la mussola  gli scacchi  la chitarra  il riso  il carciofo

il bergamotto  la cupola  l’haschisch  lo smeraldo  lo zaffiro  il baldacchino  l’almanacco il liuto

il divano  la canfora  il barocco  la caraffa  il carosello  la chimica  il trovatore

il materasso  il negozio  il talco   lo zucchero   lo sgabello  il caso  il monsone  il sorbetto  la giraffa  il dragoncello  la dama  la fanfara   l’ovatta  il rischio   la caravella   l’amuleto  la civetta 

la racchetta   la banana   la limonata il meschino   l’alcol   la gazzetta  la benzina  la cifra   la tara   la borsa   l’assegno  la mummia  la sottoveste  gli spinaci

[ la lacca    la garza   la dogana  l’ammiraglio  il sofà  la tariffa]

 

   Era proprio difficile fare delle previsioni in proposito: la parola talismano è quella che ha ricevuto il maggior numero di consensi, seguita dalla parola caffè, poi hanno ricevuto un buon numero di adesioni le parole gelsomino, algebra e zero, seguite dalle parole safari, camelia, albicocca, ambra e zenith. Poi hanno ricevuto consensi le parole sandalo, zafferano, arancia, mussola, scacchi, chitarra, riso, carciofo, bergamotto e cupola, mentre meno ne hanno ricevuto le parole haschisch, smeraldo, zaffiro, baldacchino, almanacco, liuto, divano, canfora, barocco, caraffa, carosello, chimica e trovatore. Pochi consensi hanno ricevuto le parole materasso, negozio, talco, zucchero, sgabello, caso, monsone, sorbetto, giraffa, dragoncello, dama, fanfara, ovatta, rischio, caravella, amuleto, civetta, racchetta, banana, limonata, meschino, alcol, gazzetta, benzina, cifra, tara, borsa, assegno, mummia, sottoveste e spinaci e, infine, le parole lacca, garza, dogana, ammiraglio, sofà e tariffa sono state collocate tra parentesi perché non hanno ricevuto alcun consenso.

   Che dire di fronte a questo quadro? Tutte queste settanta parole sono talmente evocative sul piano autobiografico che, per quanto riguarda i contenuti, ci sarebbero molte cose da dire e da scrivere Per quanto concerne la forma poi non ci si può esimere dal complimentarsi con ciascuna e ciascuno di voi che vi siete cimentate e cimentati nella scelta, assai varia e scrupolosa, su una batteria così ampia di parole [un certo numero di persone ha anche aggiunto altre parole di derivazione araba che non erano nell’elenco, facendo però disciplinatamente la propria scelta sui termini presenti].

   E allora, mentre stiamo per concludere la celebrazione del tradizionale rituale della partenza, approfittiamo del fatto che è stata compiuta una scrematura filologica che ci permette di continuare a riflettere sul valore che hanno per noi le parole talismano, caffè, gelsomino, algebra e zero, i cinque termini che hanno ricevuto il maggior numero di consensi e che fanno da battistrada nella fase iniziale del nostro viaggio sul territorio della sapienza poetica e filosofica dell’Età medioevale.

 

REPERTORIO E TRAMA ... per dieci minuti al giorno di lettura e di scrittura:

Oggi di queste parole – talismano, caffè, gelsomino, algebra, zero - quale scegliereste per prima, e che cosa vi ricorda la parola scelta?...

Scrivete quattro righe in proposito...

 

   Questo blocco di parole di derivazione araba e, in particolare, le cinque parole-chiave più scelte [talismano, caffè, gelsomino, algebra, zero] costituiscono un veicolo filologico che - celebrando il tradizionale “rituale della partenza” - stimola la nostra memoria e attiva la nostra mente: dobbiamo ricordare e dobbiamo sapere che il nostro Percorso precedente ci ha portate e portati, ai primi di giugno, nel territorio dei Califfati arabi della penisola Iberica da dove ora ha inizio il nostro viaggio sul territorio della “sapienza poetica e filosofica dell’Età medioevale”. Ai primi di giugno, durante il ventottesimo itinerario [l’ultimo e conviviale] del nostro viaggio precedente, abbiamo anticipato - con l’aiuto di due personaggi: Giovanni Scoto Eriùgena [presente a Toledo prima dell’anno 877] e di Gerberto d’Aurillac [presente a Toledo nel decennio precedente all’anno Mille] - quale importanza abbia avuto la Scuola di Toledo non solo nella formazione della cultura del Medioevo ma anche nella nostra cultura odierna: è da Toledo, quindi, che dobbiamo ripartire.

   Ma prima dobbiamo leggere un altro brano da Storie dell’anno Mille approfittando del fatto che la parola-chiave di origine araba che ha avuto il maggior numero di consensi è il termine “talismano” e, forse, secondo la natura del nostro Percorso che è in funzione della didattica della lettura e della scrittura, questo piccolo avvenimento filologico non è casuale [«Il Caso ha una sua logica?» hanno continuato a domandarsi gli Scolastici parafrasando Platone ed Aristotele, e noi con loro continuiamo a porci questo interrogativo]. Il Medioevo è un periodo sensibile ai “talismani” e nell’immaginario medioevale i “talismani [gli amuleti, i feticci]” più ricercati sono le “reliquie”, sono “parti del corpo o oggetti appartenuti ad una Santa o ad un Santo”, che si crede abbiano un potere miracoloso in senso taumaturgico, e questo fatto si presta anche a forme che hanno a che fare con l’imbroglio piuttosto che con la fede e questo aspetto, che sembra essere tipicamente medioevale, non ha però cessato di esistere perché oggi i “talismani [gli amuleti, i feticci]” continuano ad incrementare un florido mercato: il mercato delle illusioni.

   E ora leggiamo questo racconto che per ora introduce soltanto il tema delle “reliquie” [di una reliquia in particolare] e quello della “peste” con la comparsa di tre frati con i quali Millemosche Pannocchia e Carestia non si comportano molto bene.

 

LEGERE MULTUM….

Tonino Guerra  Luigi Malerba,  Storie dell’anno Mille

LA PESTE DIETRO LA CURVA

A pochi passi da dove sono seduti Millemosche Pannocchia e Carestia si vede una curva che gira dietro a un canneto. Però il canneto non ha importanza, quella che conta è la curva. Anche se girasse dietro a una roccia o a una collina, da una curva facilmente può arrivare qualcuno, cioè un uomo o anche un animale o chissà chi. Se la curva è in Africa può arrivare una tigre ma per fortuna non siamo in Africa.

Sarebbe un disastro se arrivasse una tigre. Con un po’ di fortuna potrebbe arrivare invece un carro carico di roba da mangiare ma di quelli ne passeranno cinque o sei in tutto il Medioevo e quindi è meglio non pensarci proprio. Il più delle volte da una curva non arriva niente e nessuno. Poi magari quando uno non se lo aspetta arriva la peste. Una volta è arrivato il Papa. Così Millemosche Pannocchia e Carestia, mentre si grattano i piedi e se li massaggiano con lo sputo, ogni tanto danno un’occhiata alla curva. Non si sa mai. E finalmente, a forza di guardare arrivano tre frati. Sono stracciati e rattoppati, camminano curvi in avanti come se spingessero qualcosa e invece spingono soltanto l’aria. Millemosche e gli altri due si alzano in piedi e aspettano che i frati gli arrivino fra i piedi.

... continua la lettura ...

 

   Lasciamo temporaneamente questi bricconcelli [è un complimento tipicamente medioevale ma, forse, è troppo tenero] di Millemosche Pannocchia e Carestia che si sono travestiti da frati [in modo poco ortodosso] e sono perfettamente consapevoli che l’abito non fa il monaco, e loro, come vedremo, ce la metteranno tutta per confermare questo fatto.

   Siamo nella bella città di Toledo che, collocata sulla cima di un’altura circondata per tre lati dall’alveo del fiume Tago, con le sue chiese [prima tra tutte la grandiosa Cattedrale in stile gotico francese] e le sue fortezze [prima tra tutte l’Alcazar che in arabo significa “castello, palazzo fortificato”], costituisce oggi un complesso monumentale e artistico di vaste proporzioni, che vale la pena visitare. Come sappiamo [ne abbiamo già parlato nella primavera scorsa] Toledo è stata dal 193 a.C. una città romana [Toletum, menzionata più volte dallo storico Tito Livio] che, durante l’implosione dell’Impero romano d’Occidente, viene occupata dai Visigoti nel 418, e nel 579 il re Leovigildo la proclama capitale del Regno visigoto e diventa un importante centro della cristianità dell’Alto-medioevo [a Toledo tra il V e l’VIII secolo - come abbiamo già ripetuto più volte - si sono tenuti ben diciotto Concilî ecumenici] e ancora oggi l’Arcivescovo di Toledo è il primate di Spagna. Nel 711 Toledo viene conquistata dagli Arabi guidati dal condottiero Tarik [dal quale ha preso il nome lo stretto di Gibilterra, Gebel el Tarik, il monte di Tarik], e il califfato arabo di Toledo [legato per un certo periodo di tempo a quello di Cordova] dura fino al 1085 quando la città viene conquistata dal re Alfonso V di Castiglia e per quattro secoli Toledo è stata il centro della vita politica e religiosa della Spagna fino a quando Filippo II trasferisce la capitale a Madrid nel 1560.

   I segni più evidenti della città araba si trovano nei pressi della Puerta del Sol, la più importante delle porte toledane, uno dei simboli della città, di fronte alla quale parte una gradinata che porta alla chiesa del Cristo de la Luz che era la moschea araba di Bâb-al-Mardom che, a sua volta, era stata edificata ristrutturando un edificio visigoto paleocristiano.

   Sappiamo che uno degli elementi virtuosi del governo arabo è stato quello di favorire l’integrazione tra islamici, ebrei e cristiani per utilizzarne – in favore di un’economia di mercato – le specifiche competenze: mercantili, finanziarie e agricolo-artigianali. Dobbiamo ricordare che a Toledo c’era e c’è ancora la più grande sinagoga ebraica di Spagna, la sinagoga del Trànsito, con accanto l’interessante museo Sefardì. L’integrazione collaborativa tra islamici, ebrei e cristiani [che avviene anche a Cordova, a Siviglia e a Granada] ha reso il territorio del sud della penisola Iberica [l’Andalusia e la Castiglia], tra l’anno Mille e il Millecinquecento, la regione più ricca e culturalmente più avanzata d’Europa [nel 1492 sarà la cristianissima regina Isabella a cacciare i mussulmani e a decretare l’espulsione degli ebrei rompendo questo equilibrio virtuoso].

 

REPERTORIO E TRAMA ... per dieci minuti al giorno di lettura e di scrittura:

Completate, con una guida della Spagna e navigando in rete, la vostra visita a Toledo già auspicata nel giugno scorso dal 28° REPERTORIO   del nostro viaggio precedente...

 

   In questo momento [nell’autunno dell’anno 877] siamo sedute e seduti sulla terrazza sovrastante la “Casa della saggezza” di Toledo, una vasta costruzione di forma cubica dalla linea architettonica semplice ed elegante, che è stata edificata nella parte più elevata della città dove adesso c’è l’Alcazar [il castello, la fortezza, il palazzo fortificato] in posizione dominante e panoramica con vista sul Tago e sulla campagna circostante: da qui ci prepariamo per la partenza selezionando gli oggetti da mettere nello zaino. Quali oggetti culturali [quale bagaglio intellettuale] dobbiamo predisporre con ordine nella nostra mente per prendere il passo sul territorio della “sapienza poetica e filosofica dell’Età medioevale”?

   Il primo oggetto culturale utile di cui abbiamo bisogno per prendere il passo sul territorio della “sapienza poetica e filosofica dell’Età medioevale” è legato alla parola-chiave “scuola”. Sappiamo già, ma dobbiamo ripeterlo, che l’evento più significativo che si è verificato in Europa al tempo di Carlo Magno, agli albori dell’epoca medioevale propriamente detta, è la nascita del movimento della Scolastica. Questo avvenimento lo si deve al pensiero e all’opera di Alcuino di York, il più saggio consigliere di Carlo Magno [con il quale abbiamo fatto conoscenza nel maggio scorso].

   Alcuino di York è l’autorevole personaggio che ci ha messo in contatto con il “paesaggio intellettuale della Scolastica alle sue origini”, e la Scolastica [un argomento di cui ci stiamo per occupare in modo specifico nel corso di questo viaggio che ci porta nel cuore del Medioevo], il primo serio tentativo di combattere, sul territorio dell’Ecumene, l’ignoranza generalizzata [foriera - allora come oggi - di molti mali che hanno un costo enorme per la società]. Nel 782, infatti, Carlo Magno istituisce, ad Aquisgrana, una Scuola denominata “Schola Palatina” su consiglio di Alcuino di York che ne diventa il direttore. Questo atto si dimostra fecondo perché, subito dopo, cominciano a fiorire le “scholae [le scuole]” su tutto il territorio europeo: è una diffusione limitata ma è comunque l’inizio di una nuova epoca nello sviluppo della Storia del Pensiero Umano.

   Le Scuole di “Palazzo” [lo abbiamo già ricordato nella primavera scorsa] sono frequentate dai figli dei ricchi [degli aristocratici] ma, tuttavia, questo limite non fa perdere lo slancio ideale al movimento della Scolastica nel combattere l’ignoranza anche perché sulla scia delle “Scuole di Palazzo” nascono “Scuole parrocchiali, monacali, episcopali, di piazza” a seconda del luogo dove vengono impartite le Lezioni e, quindi, in queste sedi frequentano la Scuola pure ragazzi senza una dote ma intellettualmente meritevoli che, a volte, riescono anche a fare carriera.

   Quali discipline insegna la Scolastica? La Scolastica insegna, prima di tutto [secondo la tradizione classica], le materie del trivio che comprendono la Retorica, la Grammatica e la Dialettica e quelle del quadrivio ovvero l’Aritmetica, la Geometria, la Musica e l’Astronomia. La Scolastica si distingue per essere un movimento culturale che dura nel tempo [e ci accompagnerà nei nostri prossimi viaggi]: ha inizio, abbiamo detto, nel 782 su impulso di Alcuino di York e arriva fino al Millequattrocento, fino agli albori del Rinascimento e termina con gli intellettuali dell’Età moderna [per una durata ci circa settecento anni]. Dal XII secolo il pensiero della Scolastica accompagna il cambiamento [antropologico ed economico] della società [nasce la borghesia, si moltiplicano i viaggi d’affari, si sviluppa il commercio], il movimento della Scolastica allarga il campo dei propri interessi dando vita a due correnti culturali: quella della “sapientia [coltivata dai monaci]” e quella della “scientia [gestita dagli intellettuali laici]”. Quando questi due indirizzi di pensiero si sovrappongono contribuiscono alla nascita delle Università che, all’inizio, sono dei luoghi privati dove gli studenti possono acquisire ed acquistare [sul mercato] la “cultura [sapientia et scientia]” da professori, i magisteri, che spesso sono monaci che godono, per la loro competenza intellettuale, di una certa indipendenza e vanno ad operare fuori dalle strutture ecclesiali.

   Il movimento della Scolastica, come abbiamo già ricordato la primavera scorsa, crea un “metodo didattico” secondo il quale la Lezione è divisa in tre parti: la prima parte si chiama “lectio” nella quale il magister legge un brano di un testo classico [uno dei tanti testi salvati dalla distruzione nei secoli precedenti]; la seconda parte si chiama “quaestio” dove il magister spiega il significato delle parole-chiave e delle idee-cardine contenute nel brano che ha letto ed espone le diverse interpretazioni che si possono dare dell’opera in questione; la terza parte si chiama “disputatio” dove intervengono gli studenti a dire quali riflessioni suggerisce loro il testo preso in considerazione [i pro e i contra] e la “disputatio” è un’esposizione di argomenti [una verifica che si avvarrà sempre di più dell’esercizio della scrittura] che dà modo al magister di esporre meglio i temi del testo classico preso in esame.

   Con la fondazione del Sacro romano impero [la notte di Natale dell’anno 800] il processo di cristianizzazione di quella che oggi chiamiamo l’Europa centro-occidentale si è concluso e la filosofia tende ad essere considerata come una “ancilla theologiae” ovvero come una “serva della religione” per cui la Fede deve avere sempre la precedenza sulla Ragione, ma in breve tempo, con il fiorire degli studi propiziato dal “metodo scolastico”, la situazione si modifica e la Fede e la Ragione cominciano a prendere le distanze e a definire ciascuna un proprio ambito autonomo di ricerca.

   Quindi il primo tema emergente sulla scia del fenomeno intellettuale della Scolastica è quello del “rapporto tra la Fede e la Ragione” dove si riflette sul fatto che la Fede, oltre che propiziata da valori legati ad una dottrina religiosa [che ha come punto di riferimento o la Letteratura dell’Antico Testamento o la Letteratura dei Vangeli o la Letteratura del Corano], può ispirarsi anche ad ideali di carattere laico [provenienti dalla Letteratura dei Classici greci e latini] e il movimento della Scolastica affronterà, a volte apertamente ma il più delle volte sotto traccia, questa riflessione che porta ad un confronto molto serrato tra varie correnti di pensiero [tra Scuole in competizione tra loro].

 

REPERTORIO E TRAMA ... per dieci minuti al giorno di lettura e di scrittura:

Qual è l’episodio vissuto a Scuola, nel corso della vostra esperienza di studentesse e di studenti,  che ricordate più volentieri?...  

Scrivete quattro righe in proposito...

 

   E ora, dopo aver collocato nel nostro virtuale zaino intellettuale la parola-chiave scuola e prima di sistemare il secondo oggetto utile a prendere il passo, andiamo a osservare che cosa capita a Millemosche Pannocchia e Carestia che, travestiti da frati, vengono a trovarsi in una situazione in cui sarebbe rischioso si scoprisse che l’abito che hanno indosso non fa di loro dei monaci ma degli impostori.

 

LEGERE MULTUM….

Tonino Guerra  Luigi Malerba,  Storie dell’anno Mille

US UM IBUS ORUM

Lungo una strada piena di sassi cammina una fila di gente impolverata. Strisciano i piedi per terra. Vengono da chissà dove. Davanti ci sono degli storpi che arrancano tenendosi a dei bastoni. Altri si trascinano a quattro zampe grattando il terreno con le unghie. E dopo gli storpi alcuni cardinali vestiti di rosso con la faccia e le mani di cera e dietro ai cardinali un gruppo di soldati e dietro ai soldati una portantina fatta di vimini intrecciati, con tende bianche e l’ombra piccola e rannicchiata del Papa nell’interno. E dietro la portantina gente che cammina in ginocchio e altra che cammina in piedi. Straccioni e anche qualche principe isolato con una candela in mano.

Dove va il Papa? Chi vuole incontrare? Nessuno lo sa perché lui non dice niente a nessuno. Ogni tanto gli storpi si fermano e anche la portantina si ferma per concedere un po’ di riposo ai portatori.

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   Millemosche Pannocchia e Carestia sono gli unici impostori? E questo papa sarà davvero quello “legittimo”? Intorno all’anno Mille [o giù di lì] c’è, a volte, una certa confusione in relazione all’elezione del papa per cui si creano delle sovrapposizioni, per esempio, tra il 964 e il 965 ci sono ben tre papi in ballo [e non è stata e non sarà la prima volta]: Giovanni XII, Leone VIII e Benedetto V [e questa storia, dai molti lati oscuri, se capita l’occasione, la racconteremo a suo tempo]. Del papa confessato da Millemosche non conosciamo il nome: si capisce solo che si è auto-assolto, ma i potenti che pretendono in modo ipocrita di “sfoggiare l’umiltà” non sono mai perdonabili non lo erano nel Medioevo e tanto meno lo sono oggi.

   Il secondo oggetto culturale utile di cui abbiamo bisogno per prendere il passo sul territorio della “sapienza poetica e filosofica dell’Età medioevale” [da sistemare nel nostro metaforico zainetto intellettuale] è il luogo [virtuale] dove noi ci troviamo in questo momento: “la Casa della saggezza”.            La “Casa della saggezza” di Toledo è il secondo oggetto culturale di cui abbiamo bisogno per prendere il passo sul territorio della “sapienza poetica e filosofica dell’Età medioevale”.

   La “Casa della saggezza” di Toledo, come sappiamo, è un edificio attrezzato per ospitare incontri culturali e viene fatta costruire dal califfo Omayyade intorno all’anno 870 nella parte più elevata e panoramica della città. Sappiamo che questi palazzi della Cultura [che sono qualche cosa di più di una biblioteca] vengono edificati in tutte le città islamiche sul modello della “Casa della saggezza [Bayt al Hikma]” di Baghdad: un’istituzione fondata nell’832 dal califfo al-Mamun [Abū Ja’far Abdullah al Ma’mūm], uno degli amministratori più accorti di tutta la Storia alto-medioevale.

   La “Casa della saggezza” non è solo una biblioteca, intesa come deposito di volumi, ma è un grande laboratorio culturale, è un’attrezzata officina di traduzioni che [a Baghdad, come abbiamo già ricordato a suo tempo] raggiunge il massimo splendore sotto la direzione del saggio Honayn [809-873], un intellettuale di straordinaria competenza, un umanista animato da un’inesauribile passione per il recupero degli antichi testi della cultura classica [un personaggio già pre-rinascimentale]: le “Case della saggezza” si diffondono [su tutto il territorio dell’espansione araba] da Baghdad fino a Toledo e diventano centri di studio molto importanti perché accolgono studiosi che curano le traduzioni, dal greco in arabo o in siriaco, di tutte le Opere classiche ritrovate con la massima preoccupazione filologica per la fedeltà al testo, e questo permette agli Arabi, già nel IX secolo [in anticipo sulla cristianità latina] di leggere nella loro lingua, i Dialoghi di Platone, la Fisica e la Metafisica di Aristotele, le Opere scientifiche di Euclide, di Tolomeo, di Galeno, le Enneadi di Plotino e molti altri testi.

   Come abbiamo detto più di una volta, sappiamo che attraverso la filiera delle “Case della saggezza” si mette in movimento una sorta di straordinaria “girandola intellettuale” per cui l’eredità filosofica platonico-aristotelica, che ha già ruotato [da ovest a est] da Atene a Damasco fino a Baghdad, ora continua il suo moto [da est a ovest] da Baghdad a Toledo e poi [da sud a nord] da Toledo a Parigi. Quindi, a Toledo, in territorio iberico amministrato dagli Arabi, dalla fine del IX secolo, si riuniscono nella “Casa della saggezza” intellettuali arabi, ebrei, cristiani e laici per tenere dei “convegni di studio [lo spunto parte dal dialogo intitolato “Simposio” di Platone], e gli argomenti in discussione emergono dai testi delle Opere [i Dialoghi, la Fisica, la Metafisica] di Platone e di Aristotele riportati in Occidente dagli Arabi nella loro versione integrale e originaria [filologicamente corretta].

 

REPERTORIO E TRAMA ... per dieci minuti al giorno di lettura e di scrittura:

Avete partecipato ad un convegno, ad un congresso, ad un meeting, ad un seminario di studi: dove, quando, come, perché?...   

Scrivete quattro righe in proposito...

 

   A Toledo intellettuali di diversa provenienza, riuniti insieme, si domandano in primo luogo: “che cosa unisce oggi le nostre culture?”. La risposta che si danno è esemplare: le parole-chiave e le idee-cardine del pensiero di Platone e di Aristotele potrebbero essere un punto d’unione [temi di riflessione] per i popoli europei e per i popoli che si affacciano sul bacino del Mediterraneo: questo auspicio si traduce in molti programmi scolastici [materiali per promuovere una Campagna di Alfabetizzazione permanente] che, proprio perché spesso contrapposti tra loro, forniscono una vitalità intellettuale che fa battere con un buon ritmo il cuore del Medioevo.

   Dopo aver confessato anche il papa [un papa che ci sembra assomigli poco al pontefice dell’anno Mille che rincontreremo prossimamente strada facendo] a Millemosche Pannocchia e Carestia viene ancora più fame di quella che già hanno. Quindi  andiamo avanti a leggere con la consapevolezza del fatto che Fra Guidone, per ora, compare solo nel titolo, e domandandoci: “meglio niente che forse o meglio forse che niente?”, che sembra un gioco di parole ma è invece un quesito dalla forte valenza esistenziale.

 

LEGERE MULTUM….

Tonino Guerra  Luigi Malerba,  Storie dell’anno Mille

FRA GUIDONE ECCETERA ECCETERONE

Millemosche Pannocchia e Carestia attraversano i campi inciampando nelle tonache e facendosi lo sgambetto e cadono a terra e si rialzano e riprendono a camminare senza protestare tanto sanno benissimo che ormai le gambe stanno in piedi per miracolo. La fame fa di questi scherzi e anche peggio come per esempio le nuvole che prendono la forma di bistecche. Se invece guardano per terra allora i sassi somigliano alle salsicce. A un tratto si mettono tutti e tre a correre dietro a un uccello che vola basso e quando lo hanno preso e pulito dalle penne, pronto per essere mangiato, si accorgono che era una farfalla e che nelle loro mani c’è soltanto un pizzico di polvere. Allora è meglio niente piuttosto che mangiare una farfalla. Guai a stuzzicare la fame. Tu mangi una farfalla o una cavalletta credendo di calmarti e invece ti accorgi che lo stomaco si mette a urlare e a rotolarsi per terra perché vuole tre bistecche una gallina due uova e una pera cotta. Siccome Millemosche queste cose le sa a memoria, come vede quattro o cinque ghiande per terra gli dà un calcio per non farsi venire la tentazione di raccoglierle.

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   Tradizionalmente, secondo la Storia della Filosofia, colui che viene considerato il primo dei pensatori del movimento della “Scolastica medioevale” è un intellettuale che si chiama Giovanni Scoto Eriùgena che noi abbiamo già incontrato nel mese di maggio, ma adesso, sul punto di partire, dobbiamo riconsiderare gli elementi più significativi del suo pensiero perché costituiscono il presupposto per identificare il terzo oggetto da inserire [dopo la Scuola palatina e la Casa della saggezza] nel nostro virtuale zaino intellettuale che stiamo preparando, e il terzo oggetto è un tema, il rapporto tra Fede e Ragione.

   Sapete già [molte e molti di voi] che il primo impatto con Giovanni Scoto Eriùgena riguarda l’enigma legato ai suoi nomi che, a sua volta, rimanda alla questione non risolta del suo luogo di nascita [ricordate?]. Fra le tante questioni non risolte della Storia della filosofia c’è anche quella che riguarda i nomi [i topònimi, i nomi derivanti da un luogo] di Giovanni Scoto Eriùgena: infatti c’è chi ritiene debba essere chiamato “Scoto” perché sarebbe nato in Scozia ma c’è pure chi sostiene che si debba chiamare “Eriùgena [dalla forma celtica Eriu, che significa Irlanda]” perché sarebbe nato in Irlanda. L’enigma del luogo di nascita di questa persona [anche se c’è una tesi predominante che privilegia l’Irlanda] rimane irrisolto e così, a scanso di equivoci, i due nomi, Scoto ed Eriùgena, Giovanni se li porta e se li porterà entrambi, e per sempre, con sé.

   Giovanni Scoto Eriùgena è nato o in Scozia o in Irlanda intorno all’anno 810. Di sicuro sappiamo che si trovava in Irlanda [ed è per questo motivo che la tesi che sia nato in Irlanda è la più accreditata] quando i Danesi hanno invaso questa terra e, quindi, lui è stato costretto, nell’846 o 847, a fuggire in Francia dove viene accolto da Carlo il Calvo [uno dei tre figli di Ludovico il Pio, uno dei nipoti di Carlo Magno] e per le sue competenze intellettuali Giovanni Scoto Eriùgena viene assunto a corte come magister e poco dopo viene nominato direttore della Scuola [Schola] Palatina. Giovanni Scoto Eriùgena conosce bene il greco [dopo di lui nessuno lo parlerà più così correttamente in occidente fino al XIII secolo] tanto da poter tradurre in latino il testo della Fonte della conoscenza di Giovanni Damasceno e il testo del Dionigi l’Areopagita, due opere che abbiamo incontrato e studiato nelle loro linee generali durante il nostro viaggio precedente.

   Nel tradurre queste due opere [ricche di citazioni provenienti dai Dialoghi di Platone, dalla Metafisica di Aristotele, dalle Enneadi di Plotino e dall’Isagoge di Porfirio] Giovanni Scoto Eriùgena eredita il gusto per la conoscenza dei grandi sistemi con cui i Filosofi greci e i Padri della Chiesa hanno dato forma all’Universo: si pensa e si crede [e anche  Giovanni Scoto Eriùgena lo pensa e lo crede] che l’Universo sia il frutto di un progetto di una mente ordinatrice, ed è sulla base di questo pensiero che emerge il tema del rapporto tra la Fede [il credere che l’Universo sia il frutto di un progetto di una mente ordinatrice] e la Ragione [il pensare che questo progetto si possa descrivere].

   Per Giovanni Scoto Eriùgena la Fede e la Ragione, in quanto create dalla stessa Persona [da Dio], non possono essere considerate in antitesi tra loro. «Sia che noi vogliamo credere in Dio, scrive Giovanni Scoto Eriùgena, perché ne avvertiamo la presenza o ne sentiamo il bisogno nel profondo del nostro cuore, o che noi pensiamo alla esistenza di Dio attraverso una serie di ragionamenti più o meno complessi non comporta molta differenza perché in entrambi i casi ragioniamo sulla necessità di avere un Creatore» e questa riflessione sottintende che la Ragione sia, sebbene appena appena, più importante della Fede, quindi, «la Filosofia, scrive Giovanni Scoto Eriùgena, è un’alleata preziosa della religione, ed è uno strumento utile per arrivare alla comprensione della propria Fede». Queste considerazioni – dalle quali emerge, anche se non in modo esplicito, che “la Ragione fosse più importante della Fede” – procurano a Giovanni Scoto Eriùgena, da prima una ammonizione e poi la condanna da parte di due Sinodi, quello dell’855 [con papa Leone IV] e quello dell’859 [con papa Niccolò I] in cui si ribadisce “il primato della Fede sulla Ragione”.

   Dopo la condanna, Giovanni Scoto Eriùgena, cerca di essere più prudente [per giunta non ha alcuna intenzione di contestare l’autorità della Chiesa] e scrive che «senza la Ragione la Fede è lenta e senza la Fede la Ragione è vuota», ma non può fare a meno di continuare a pensare con la sua testa per ribadire che la Fede e la Ragione, in quanto emanano da un’unica fonte che è Dio, non possono mai ostacolarsi l’una con l’altra ma, in realtà, si rafforzano a vicenda perché l’autorità della Fede conferma la Ragione e, a sua volta, la facoltà della Ragione chiarisce il contenuto della Fede e, di conseguenza, se ne deduce che il primo posto spetta alla Ragione che, al contrario della Fede, ha la possibilità di basarsi su se stessa ed è conscia del proprio perimetro e dei propri limiti.

   Questa riflessione di Giovanni Scoto Eriùgena sul rapporto tra Fede e Ragione - con il piatto della bilancia che pende, sebbene appena un po’, dalla parte della Ragione - costituisce il primo passo sul territorio della Scolastica. Da questa riflessione dipende il fatto che la Filosofia [la Ragione] e la Teologia [la Fede] sono due discipline interdipendenti nel disegnare il quadro dinamico dell’Universo e interagiscono tra loro in modo che tocchi alla Fede - secondo l’insegnamento dei Padri Apostolici e dei Padri Apologisti - aprire un varco verso la vera conoscenza e [secondo la visione dei Padri] la Sacra Scrittura e la Natura [il Mondo creato] sono i due oggetti fondamentali in cui si manifesta la stessa Verità eterna, con una perfetta consonanza. Ma poi, però [precisa Giovanni Scoto Eriùgena], tocca alla Ragione leggere la Natura [il Mondo creato] e, per quanto riguarda la Sacra Scrittura, siccome la sue pagine contengono molti significati - e visto che i Padri della Chiesa offrono diverse interpretazioni della Scrittura - bisogna scegliere, e scegliere, afferma Giovanni Scoto Eriùgena, è ancora un esercizio che dipende dal “ragionare” e, quindi, è evidente che il primo posto, nel disegnare il quadro dinamico dell’Universo, spetta comunque alla Ragione, e «per mezzo della Ragione, scrive Giovanni Scoto Eriùgena, possiamo anche affermare che la Fede è la massima virtù che ci sia al mondo».

   Questo modo di considerare [in senso dialettico] il rapporto tra la Fede e la Ragione diventa un metodo di lavoro con il quale Giovanni Scoto Eriùgena descrive, nel testo della sua opera principale intitolata De divisione naturae [La divisione della natura], la forma dell’Universo.

   A proposito dei vari aspetti della Natura.

 

REPERTORIO E TRAMA ... per dieci minuti al giorno di lettura e di scrittura:

Di quali aspetti della Natura [la montagna, la collina, la pianura, il lago, il fiume, il mare, o di quale altro aspetto] avete usufruito nel corso dell’estate appena trascorsa?...  

Scrivete quattro righe in proposito...

 

   Tra l’862 e l’866 Giovanni Scoto Eriùgena scrive la sua opera principale intitolata De divisione naturae [La divisione della natura] e quest’opera [che abbiamo già osservato alla fine del maggio scorso e che rappresenta il primo passo sul territorio della Scolastica] consiste in una descrizione sistematica dell’Universo a partire dall’idea [mutuata dal pensiero neoplatonico contenuto nel Dionigi Areopagita,] che tutto il Cosmo si muova con un duplice movimento, discendente ed ascendente, il cui punto di partenza e di arrivo è Dio [secondo la concezione che Tutto è emanato dall’Uno e Tutto ritorna all’Uno].

   E di quest’opera [che rappresenta il primo passo sul territorio della Scolastica] e del suo autore [che come molte e molti di voi sanno paga con la vita il fatto di aver affrontato una tematica pericolosa, invisa ai fondamentalisti] ce ne occuperemo nel prossimo itinerario che ci porta davanti al primo “paesaggio intellettuale” che dobbiamo osservare: quello della “Scolastica alle sue origini”.

   Queste sera, in conclusione del tradizionale rituale della partenza, abbiamo preparato il nostro metaforico zaino intellettuale nel quale abbiamo sistemato tre oggetti culturali: la Scuola [la Scuola palatina carolingia], la Casa della saggezza [il laboratorio dove si svolge l’attività della Scuola di Toledo] e il tema del rapporto tra la Fede e la Ragione.

   Quindi siamo pronte e siamo pronti per partire spronati da un significativo interrogativo: come si evolve il tema del rapporto tra la Fede e la Ragione? È affrontando questo tema [in certi casi in modo non indolore] che il movimento della Scolastica comincia ad investire in intelligenza.

   E Millemosche Pannocchia e Carestia come lo affrontano questo tema? A modo loro naturalmente. E, quindi, per concludere, leggiamo e consumiamo l’ultimo boccone della nostra razione settimanale di Storie dell’anno Mille.

 

LEGERE MULTUM….

Tonino Guerra  Luigi Malerba,  Storie dell’anno Mille

UN SACCO PIENO DI BARBA

Il convento era un convento così sperduto in mezzo alle montagne che nessuno sapeva che ci fosse. Per vederlo bisognava arrivare davanti alla porta, proprio come sono arrivati per caso Millemosche Pannocchia e Carestia. Lo avevano fondato dei frati che si erano persi in mezzo alla boscaglia, ma un giorno era arrivata la peste e se l’era portati via tutti. Così il convento restò chiuso e abbandonato per cento anni e più. Lo scoprirono per caso dei frati randagi che venivano dall’Oriente e li guidava Fra Guidone che era il più grande frate del Medioevo.

Dopo la sua morte ogni tanto dal converto partiva un frate per andare a Roma a parlare con il Papa e chiedergli di santificare Fra Guidone, ma nessuno di questi frati era mai ritornato indietro. I frati erano sicuri che un bel giorno Fra Guidone sarebbe andato a finire sugli altari in mezzo a tutti gli altri Santi e avrebbe avuto anche lui il suo giorno sul calendario.  

 

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   Che cosa sta succedendo a Millemosche? Lo scopriremo la prossima settimana, ma soprattutto la prossima settimana iniziamo ad occuparci di come si evolve il tema del rapporto tra la Fede e la Ragione e con questo argomento in cantiere prendiamo decisamente il passo con lo spirito utopico che lo studio porta con sé sulla scia dell’Alfabetizzazione funzionale e culturale consapevoli che non dobbiamo mai perdere la volontà d’imparare.

   La Scuola è qui, il viaggio è cominciato…

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Lezione del: 
Venerdì, Ottobre 17, 2014