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SUL TERRITORIO DELLA SAPIENZA POETICA E FILOSOFICA DEL ‘600 SI MEDITA SUL FATTO CHE “CHI HA IMPARATO A MORIRE HA DISIMPARATO A SERVIRE” ...

Lezione N.: 
6

ASSOCIAZIONE ARTICOLO 34  -  «LA SCUOLA È APERTA A TUTTI.»

PERCORSO DI STORIA DEL PENSIERO UMANO IN FUNZIONE

DELLA DIDATTICA DELLA LETTURA E DELLA SCRITTURA

Prof. Giuseppe Nibbi 

La sapienza poetica e filosofica del ‘600: il secolo della scienza 21-22-23  novembre 2018

SUL TERRITORIO DELLA SAPIENZA POETICA E FILOSOFICA DEL ‘600

SI MEDITA SUL FATTO CHE “CHI HA IMPARATO A MORIRE HA DISIMPARATO A SERVIRE” ...

     Buona sera! Vedo che siete tutte e tutti molto eleganti, in abito da cerimonia e, infatti, siamo in attesa di partecipare alle nozze di Montaigne [di Michel e di Françoise], però i testimoni [piuttosto contrariati] ci comunicano che dobbiamo aspettare. Perché dobbiamo aspettare, che cosa sta accadendo? Ebbene, prima di prendere il passo sull’itinerario di questa sera, dobbiamo fare un preambolo che, naturalmente, è pertinente con il viaggio che stiamo facendo sul territorio della sapienza poetica e filosofica nel corso della seconda metà del ‘500. Comunque - direte voi - se “siamo di matrimonio” questa sera ci si diverte, si fa festa, si canta, si balla, si mangia, si beve, e poi il matrimonio rimanda al tema della vita [anche se si parla di “tomba dell’amore”], ma essendo Montaigne che si sposa, che è notoriamente “un bastian contrario”, può essere che si rimanga sorprese e sorpresi. Ma ora procediamo con ordine.
     Come già sappiamo, le nozze di Michel de Montaigne e di Françoise de La Chassaigne sono il frutto di un matrimonio combinato come tutti i matrimoni all’epoca, soprattutto quelli tra membri di famiglie altolocate per cui la questione matrimoniale è principalmente una faccenda di carattere patrimoniale e, difatti, abbiamo già sentito, qualche itinerario fa, come Montaigne, paragonando il rapporto di amicizia, che ritiene superiore, con quello matrimoniale, emetta un giudizio sferzante: Montaigne paragona il matrimonio a «una transazione economica che compromette la libertà personale e l’uguaglianza» I giudizi di Montaigne sul matrimonio sono sempre caustici ma realistici perché lui è cosciente dei limiti di un sistema [di un apparato radicato ancora sulle Leggi dell’imperatore Augusto che il cristianesimo, successivamente, ha creduto opportuno di non intaccare nella forma, una forma che garantisce il controllo sulla società]; tuttavia, Montaigne ha l’obbligo di adeguarsi alla realtà e, arrivato il momento, deve fare ciò che qualunque nobiluomo del suo tempo, in particolare se di famiglia abbiente, deve fare: prender moglie [e una moglie i suoi genitori, Pierre e Antoinette, gliela trovano nell’ambito delle buone famiglie di Bordeaux, e c’è anche un’agenzia che si occupava di questo settore]. Ma Montaigne è Montaigne e, di conseguenza, non rinuncia - per manifestare il suo pensiero - a prendere un’iniziativa non conforme alla prassi consueta e, non avendo mai, come vuole la tradizione durante il fidanzamento, potuto rivolgere la parola alla promessa sposa, chiede formalmente al notaio che si occupa della stipula del contratto tra le due famiglie che, prima della celebrazione della cerimonia, avvenga qualcosa che non è in uso perché Montaigne, al di là di tutti i formalismi contrattuali da rispettare, sente la necessità di conoscere quale sia l’opinione della sua futura moglie: secondo le Leggi Giulie varate da Augusto [millecinquecento anni prima, all’inizio del I secolo e sempre condizionanti perché, in effetti, “compromettono la libertà personale e l’uguaglianza”], il matrimonio,  come dice la parola, è un contratto basato “sui doveri [monia] della madre [matris]” senza che la futura madre abbia però voce in capitolo; Montaigne - che come sappiamo ha studiato giurisprudenza nelle Università in cui si tiene conto delle Opere filologiche di Lorenzo Valla che aveva insegnato quasi un secolo prima a far l’analisi semantica dei termini legali - ritiene doveroso ovviare, almeno in parte, al fatto che il termine “matris-monia” [i doveri della madre] risulta giuridicamente riduttivo alle sue orecchie di magistrato per il quale la Legge è [o, per lo meno, dovrebbe essere] uguale per tutti. Michel, prima della celebrazione del suo matrimonio con Françoise, desidera poter avere “un franco colloquio” con lei per chiederle, in quando futura procreatrice, se sia davvero consenziente a rivestire questo ruolo: Montaigne, da magistrato, vuole conoscere il parere delle parti in causa.  Questa prassi non è in uso perché il parere delle ragazze da marito conta nulla [conta «L’ubbidienza in funzione dell’interesse della famiglia del marito» per cui il ruolo della donna è quello di una mera fattrice, come si legge nel decreto sul matrimonio approvato dal concilio di Trento che si è appena concluso, nel 1564].

     Ma, il pensiero di Montaigne è ancorato ai principi dell’Umanesimo: Montaigne non è ancora un uomo moderno, e tanto meno un illuminista e quindi la sua iniziativa va saputa interpretare. Si potrebbe pensare che lui voglia agire in modo nuovo e trasgressivo di fronte a usanze che considera arcaiche, ma Montaigne diffida, persino in modo eccessivo, delle novità [l’innovazione, data dall’investimento in intelligenza, non è correre dietro alle novità seguendo le sirene della propaganda], Montaigne non si fida di coloro che “promettono delle novità che dovrebbero cambiare il mondo [oggi avrebbe detto che “sbandierare novità fittizie serve per vincere le elezioni e non per innovare realmente”, Montaigne non sopporta l’irresistibile fascino delle frottole]” e nel Libro III dei Saggi al capitolo IX intitolato Della vanità scrive: «Provocano danno alla comunità coloro che promettono delle novità. Chi predica i cambiamenti lo fa sempre per fare carriera, per avere il consenso popolare necessario a instaurare la tirannide. Chi dice di voler gettare all’aria tutto l’edificio per poi ricostruirlo da capo non dice mai dove nel frattempo si potrà andare ad abitare nell’attesa che tutto diventi nuovo. Pensare di riplasmare una grande massa dalle fondamenta equivale a fare come coloro che per pulire abradono. Predicare il mutamento senza aver puntellato l’edificio diventa un’operazione insidiosa e vana: un ho vale più di cento avrò». Con una buona dose di pessimismo che è tipica del suo carattere ma anche con la mente orientata verso la Filosofia umanistico-rinascimentale delle Accademie neoplatoniche, Montaigne pensa realisticamente  che sia meglio ristrutturare l’antico nel miglior modo possibile piuttosto che rifare tutto nuovo con il rischio, per la mania delle novità, di spazzare via cose di ieri che il domani non ci potrà restituire. Montaigne, con la sua iniziativa, presa in relazione a un fatto privato come le sue nozze, non vuole certo mettere in discussione né l’istituto matrimoniale [Montaigne, tuttavia, pensa si debba distinguere tra matrimonio e amore] né, tanto meno, vuol mettere in discussione l’istituto famigliare: queste due istituzioni sono [sembrano] due massicci edifici dei quali, pensa Montaigne, bisogna curare la struttura perché ci sono “elementi fatiscenti” che vanno ristrutturati e, quindi, la sua richiesta è condizionata dalla sua mentalità razionale da magistrato che si occupa di politica e vuole sentire l’opinione delle parti in causa, vuole ascoltare l’opinione di questa ragazza che deve sposare e, poi, vuole che lei ascolti anche la sua e dica il suo parere.

REPERTORIO E TRAMA ... per dieci minuti al giorno di lettura e di scrittura:

Voi ricordate quali accordi matrimoniali avete stipulato?… Oggi, che siate o non siate sposate e sposati, quali patti stipulereste?… 

Scrivete quattro righe in proposito per stendere il testo del contratto [non so se in questo caso potete usufruire della consulenza di Montaigne, quindi, fate di testa vostra]…

     La promessa sposa si è sentita lusingata e ha giudicato molto positivamente l’iniziativa del suo fidanzato. Françoise è una giovane piuttosto intraprendente, e Michel,  che ha qualche anno più di lei, ma questo rientra nella normalità, è un uomo che a lei non dispiace e, soprattutto, è ansiosa di sapere quale ruolo avrà nell’amministrare la tenuta del castello di Montaigne [e su questo è determinata a farsi valere perché c’è una suocera incombete]. E ora, dopo questo doveroso preambolo [mentre inizia il colloquio tra i due promessi sposi], mettiamoci in cammino sull’itinerario di questa sera.

     Questo è il sesto itinerario del nostro viaggio sul territorio de “la sapienza poetica e filosofica agli albori dell’Età moderna [siamo alla fine del ‘500] e stiamo sondando il pensiero di Michel de Montaigne che ci è diventato famigliare, facendo dei tasselli nel testo della sua opera: i Saggi, una delle opere più importanti della Storia del Pensiero Umano. In queste settimane di viaggio ci siamo rese e resi conto che esiste una relazione tra il testo dei Saggi e la biografia dell’autore e, quindi, stiamo procedendo sul nostro cammino coltivando questa relazione. La scorsa settimana abbiamo constatato come Michel de Montaigne dedichi molte pagine dei Saggi al tema della scoperta del Nuovo Mondo, l’America, e la sua riflessione parte dal ricordo di quando, nel 1562, incontra come sapete a Rouen tre indios appartenenti all’etnia dei Tupinamba brasiliani. Montaigne ribadisce [con un certo qual divertimento] che i tre indios osservano gli usi e i costumi dei francesi con meraviglia così come i colonizzatori guardano con supponenza le usanze di costoro che chiamano spregevolmente “selvaggi”. Anni dopo Montaigne prende spunto dal ricordo di questa esperienza per riflettere sul fenomeno del colonialismo e per esprimere, in proposito, un giudizio fortemente critico [a lui questa novità non piace affatto], e nel testo dei Saggi denuncia il fatto che il Nuovo Mondo è stato conquistato dalle monarchie europee non in base alla superiorità morale e alle virtù ma è stato piegato con la forza bruta, e gli è stato imposto un regime tirannico. Nel compiere la sua analisi sul tema della servitù - che viene imposta ai popoli del Nuovo Mondo, fino a farla diventare “una servitù volontaria” accettata da loro in nome di una presunta azione di civilizzazione e di cristianizzazione - Montaigne conta sull’insegnamento del suo amico fraterno, Étienne de La Boétie, il quale come ben sapete ha composto, giovanissimo, un’opera significativa intitolata Discorso sulla servitù volontaria o Contr’uno pubblicata nel 1576. Il Discorso sulla servitù volontaria di Étienne de La Boétie [del quale stiamo leggendo il testo] è un’opera che appare sempre attuale perché questo Discorso, provocatorio per l’epoca ma lungimirante, è rivolto contro “il concetto della tirannia”, indipendentemente dalle forme che la tirannide ha assunto e assume nel corso della storia, dall’antichità fino a oggi.
      E, ora [mentre Michel e Françoise sono a colloquio], continuiamo a leggere il testo del Discorso sulla servitù volontaria nel momento in cui Étienne de La Boétie comincia a descrivere i vari tipi di tiranni e, per far questo, utilizza la sua preparazione umanistica che ha acquisito in quanto assiduo lettore dei testi Classici: per La Boétie la persona deve smettere di servire i tiranni utilizzando oggi cose di ieri che il domani non ci potrà dare. Leggendo queste pagine ci si accorge di quanto Montaigne sia debitore nei confronti del pensiero di Étienne de La Boétie tanto per quanto riguarda il tema della libertà, della denuncia del colonialismo ma anche sul tema della necessità di avere “una testa ben fatta” ed è per questo che Montaigne avrebbe voluto inserire il testo del Discorso di La Boétie nel cuore dei suoi Saggi.  E ora leggiamo.

 LEGERE MULTUM….

Étienne de La Boétie, Discorso sulla servitù volontaria

Vi sono tre tipi di tiranni. Gli uni regnano per elezione popolare, gli altri per la forza delle armi, altri ancora per successione dinastica. Chi ha conquistato il potere con il diritto della guerra si comporta, come si è giustamente detto, come se fosse in terra di conquista. Chi nasce re non è generalmente migliore. Nato e allevato nel grembo della tirannia, succhia, con il latte, la natura del tiranno e considera i popoli a lui sottomessi come servi ereditari. Avaro o prodigo, prevale in esso la tendenza a disporre del regno come di una sua eredità. Chi ha ottenuto il potere dal popolo, potrebbe sembrare più sopportabile, e lo sarebbe, credo, se non ché, non appena si vede innalzato al di sopra degli altri, lusingato da quel non so che chiamato usualmente grandezza, decide di non lasciarlo più. Considera quasi sempre il potere attribuitogli dal popolo come trasmissibile ai propri figli. Ed è sorprendente constatare come, una volta adottata questa convinzione, costoro superino in ogni sorta di vizi e persino di crudeltà tutti gli altri tiranni. Non trovano mezzo migliore per consolidare la loro tirannia di quello che consiste nell’eliminare radicalmente le idee di libertà dalla mente dei loro sudditi e, per quanto recente ne sia il ricordo, esso viene, ben presto, cancellato dalla loro memoria. A dire il vero, vedo alcune differenze fra questi tiranni, ma scelte diverse non ne vedo: perché, pur conquistando il trono in modi diversi, il loro modo di regnare è presso a poco identico. Quelli che sono eletti dal popolo, lo trattano come un toro da domare, i conquistatori lo considerano loro preda, quelli che vi accedono per successione dinastica un gregge di schiavi che appartenga loro per diritto naturale. …  Ora mi domando: se il caso volesse che nascessero oggi persone non avvezze alla sottomissione né smaniosi di libertà, e ignorassero persino il nome dell’una e dell’altra, e se si proponesse loro di scegliere fra essere sottomessi o vivere liberi, quale sarebbe la loro scelta? Non vi è dubbio che preferirebbero, di gran lunga, obbedire alla ragione piuttosto che a un individuo, a meno che non fossero come quel popolo di Israele che, come si legge nella Bibbia, senza necessità né costrizione, si diede un tiranno. Non leggo mai la loro storia senza provare un vivissimo disappunto che mi indurrebbe quasi a mostrarmi inumano e a rallegrarmi delle sventure che lo colpirono. Infatti, perché gli esseri umani, finché umani sono, si lascino asservire, occorre una di queste due alternative: o che vi siano stati costretti o che siano stati ingannati. Costretti dalle armi straniere come accadde a Sparta e ad Atene sconfitte da Alessandro Magno, oppure ingannati dalle fazioni come il governo di Atene, caduto in precedenza nelle mani di Pisistrato. Sovente la libertà viene tolta alle persone con l’inganno, spesso perché sedotti da altri, ancor più sovente perché si ingannano da sé.  Così accadde al popolo di Siracusa, capitale della Sicilia, che oppresso dalle guerre, badando solo al pericolo immediato, elesse Dionigi Primo e gli affidò il comando dell’esercito. Si rese conto di avergli dato tanto potere solo quando quello scaltro, tornando vittorioso come se avesse sconfitto non i nemici ma i suoi concittadini, si fece capitano, poi re e, infine, da re tiranno. È sorprendente constatare come il popolo, non appena viene sottomesso, cade in un così profondo oblio della propria libertà da non potersi risvegliare per riconquistarla: serve così bene e con tanto zelo che, osservandolo, si potrebbe dire che non solo ha perduto la libertà, ma piuttosto conquistato il proprio asservimento.   È vero che all’inizio si serve a malincuore e costretti dalla forza, ma quelli che vengono dopo servono senza rammaricarsene e fanno di buon grado ciò che i loro predecessori avevano fatto perché costretti. Gli individui nati sotto il giogo, poi nutriti e allevati nell’asservimento, sono paghi, senza guardar più lontano, di vivere così come sono nati e non pensano affatto di aver altri beni e altri diritti che non siano quelli che hanno trovato: prendono come stato di natura il proprio stato di nascita.   Tuttavia, non vi è erede che un giorno non lasci cadere gli occhi sui registri paterni per vedere se gode tutti i diritti della sua successione. Ma l’abitudine, che esercita in ogni caso un enorme potere su di noi, ha soprattutto quello di insegnarci a servire e, come si tramanda di Mitridate che finì con l’assuefarsi al veleno, quello di insegnarci a inghiottire il veleno della servitù senza più trovarlo amaro. È indubbio che la Natura ci diriga dove vuole, ben o mal dotati, ma bisogna tuttavia riconoscere che essa ha meno potere su di noi di quanto non abbia l’abitudine. Per quanto buona sia l’indole naturale, essa si perde se non è alimentata, e l’abitudine ci modella sempre a modo suo, a dispetto della Natura. Le buone sementi che la Natura mette in noi sono così piccine, così fragili da non poter resistere al minimo scontro con un’abitudine contraria. Si mantengono intatte meno facilmente di quanto non degenerino, come quegli alberi da frutto che conservano i caratteri della loro specie sin tanto che si lasciano crescere naturalmente, ma che li perdono, dando frutti diversi dagli originari, a seconda del modo con cui li si innesta.  Anche le erbe hanno ciascuna la loro proprietà, la loro natura, la loro peculiarità; eppure il gelo, le intemperie, il suolo o la mano del giardiniere possono di gran lunga aumentare o diminuire le loro virtù. La pianta che abbiamo visto in un paese sovente non è più riconoscibile in un altro. …   Si narra che Licurgo, il legislatore di Sparta, avesse allevato due cuccioli, nati dalla stessa madre, nutriti con lo stesso latte. Uno ingrassato in cucina, l’altro abituato a correre nei campi al suono del corno. Volendo dimostrare ai suoi concittadini che gli individui sono come li ha fatti la cultura, portò i cani sulla pubblica piazza e mise fra di loro una scodella di zuppa e una lepre viva. Uno si precipitò sulla scodella, l’altro sulla lepre. Eppure, disse, sono fratelli! Egli con le Leggi e l’Arte della politica, educò e formò così bene gli spartani che ciascuno di essi avrebbe affrontato mille morti prima di sottomettersi ad altro signore che non fosse la Legge e la Ragione. Gli spartani rinfacciavano ai dignitari persiani di provare piacere nell’andare a cercare il favore del loro re, e li biasimavano per il fatto di non sapere quale sapore delizioso avesse la libertà. Infatti era impossibile per il persiano rimpiangere una libertà di cui non aveva mai goduto come era impossibile per gli spartani, che l’avevano gustata, sopportare la schiavitù.  Catone di Utica, ancora fanciullo, sotto la tutela del suo maestro, andava spesso a trovare il dittatore Silla presso il quale aveva libero accesso sia grazie al rango del suo casato che a legami di famiglia. Durante quelle visite era sempre accompagnato dal suo precettore come era consuetudine a Roma per i figli dei nobili. Un giorno si avvide che nel palazzo stesso di Siila, in sua presenza o dietro suo ordine, c’erano persone che venivano imprigionate o giustiziate o messe al bando o strozzate. Insomma, tutto si svolgeva non come davanti a un magistrato della città, ma come davanti a un tiranno del popolo, non nel santuario della giustizia ma nell’antro della tirannide. Quel fanciullo disse al precettore: «Perché non mi date un pugnale? Lo nasconderò sotto la mia veste. Sovente entro nella camera di Silla prima che sia alzato. Il mio braccio è abbastanza forte per sbarazzare la città da lui». Sono veramente le parole di un Catone. Già all’inizio la sua vita era all’altezza di quella che sarebbe stata la sua morte perché amara è la schiavitù, preziosa la libertà.  Eppure mi sembra che si debba aver pietà di coloro che si trovano dalla nascita sotto il giogo, che si debba giustificarli o perdonarli se, non avendo visto nemmeno l’ombra della libertà, non avendone udito parlare, non provano l’infelicità di essere schiavi. Se esistono paesi - come narra Omero di quello dei Cìmeri - ove il sole si mostra in modo che, dopo averli illuminati per sei mesi consecutivi li lascia nell’oscurità per gli altri sei mesi, ebbene, bisogna forse stupirsi se quelli che nascono durante la lunga notte, non avendo mai sentito parlare della luce né mai visto il giorno, si abituano alle tenebre in cui sono nati senza desiderare la luce? Non si rimpiange quello che non si ha mai avuto. Il dolore viene sempre dopo il piacere, alla consapevolezza dell’infelicità si mescola il ricordo di qualche gioia perduta. La natura degli esseri umani è di essere liberi e di volerlo essere, ma prende facilmente un’altra piega quando è l’educazione ad imprimergliela.  Diremo dunque che tutte le cose diventano naturali per la persona quando vi si abitua, rimane fedele alla Natura solo la persona che desidera ciò che è semplice e non adulterato. Pertanto la prima causa della servitù volontaria è l’abitudine. È quel che succede d’altronde ai più indomiti cavalli che, in un primo tempo, mordono il freno e poi se ne trastullano, che prima scalpitano sotto la sella per poi presentarsi spontaneamente ai finimenti e pavoneggiarsi tutti fieri della loro bardatura.   Le persone assoggettate dicono di esserlo sempre state, che così hanno vissuto i loro padri. Ritengono di dover subire il male, se ne convincono a forza di esempi e loro stessi consolidano, contribuendo alla sua durata, il potere di chi le tiranneggia. …  Ma gli anni non danno mai il diritto di mal agire, anzi aggravano l’ingiuria. Vi sono pur sempre alcune persone, nate meglio di altre, che sono insofferenti del peso del giogo e vogliono scrollarselo di dosso, che non si abituano mai all’asservimento e che, così come Ulisse cercava per terra e per mare di rivedere il fumo della sua casa, non dimenticano i propri diritti naturali, le loro origini, la loro prima condizione e colgono ogni occasione per rivendicarli. Esse, avendo un retto giudizio e una mente lungimirante, non si accontentano, come gli ignoranti, di vedere ciò che giace ai loro piedi senza guardare né indietro né innanzi. Ricordano il passato per giudicare il presente e prevedere il futuro. Avendo la testa naturalmente ben fatta, l’hanno ulteriormente affinata con lo studio e il sapere. Anche se la libertà fosse completamente perduta e bandita da questo mondo, queste persone se la raffigurerebbero, la sentirebbero nel loro spirito e l’assaporerebbero. Quanto alla servitù, esse l’aborriscono, qualsiasi cosa si faccia per mascherarla. Il tiranno si rende perfettamente conto che i Libri e il sapere danno alle persone, più di qualsiasi altra cosa, il sentimento della propria dignità e l’odio della tirannia. Capisco perché nei paesi dei tiranni non vi sono persone sapienti e perché essi non ne desiderino. La dedizione e l’ardore delle poche persone fautrici della libertà rimaste, sono, in genere, senza effetto, fossero, queste persone, pur numerose, perché non possono incontrarsi e comunicare. I tiranni le privano di ogni possibilità di agire, di parlare e quasi di pensare ed esse rimangono chiuse nei loro sogni.

     A che punto è [ci chiediamo] il colloquio tra i promessi sposi Michel e Françoise? Sembra che ci abbiano preso gusto a dialogare e, quindi, lasciamoli fare anche perché passare dall’altare al talamo senza neppure fare due chiacchiere non è consigliabile. Montaigne, per giunta, arriva al matrimonio in una condizione psicologica particolare perché, come sappiamo, ha subìto, due anni prima, il trauma della morte dell’amico fraterno Étienne de La Boétie, e questo trauma condizionerà tutta la sua vita [Montaigne è probabilmente preoccupato che questo pensiero influisca negativamente sul suo desiderio: l’amore non vuole pensieri!]. È molto probabile che nel colloquio con la sua promessa sposa Michel abbia voluto metterla al corrente della sua condizione psicologica informandola di come il tema della morte lo abbia sempre, fin da giovanissimo, indotto a riflettere sulle questioni della vita. La morte è uno dei grandi temi su cui Montaigne medita e su cui, nel testo dei Saggi, torna di continuo cosciente del fatto che invogliare e indirizzare la mente alla riflessione contribuisce sempre ad allargare la vita [a coltivare la qualità della vita] delle persone. Se così si può dire, Montaigne ha fatto tesoro della drammatica esperienza legata alla scomparsa del suo amico Étienne de La Boétie e ha iniziato a pensare - anche sulla scia degli autori classici dei quali ha letto le opere - che sia un esercizio necessario quello di prepararsi a morire: un evento ineluttabile al quale nessun essere umano può sfuggire, e i Saggi sono anche un’opera di preparazione alla morte a cominciare dal molto famoso capitolo XX del Libro I intitolato Filosofare è imparare a morire, del quale la Scuola non può che consigliare la lettura: sono una ventina di pagine e il testo dei Saggi lo trovate in biblioteca, e ora ne leggiamo un brano.

 LEGERE MULTUM….

Michel de Montaigne, Saggi   LIBRO I

CAPITOLO XX

Filosofare è imparare a morire

Cicerone dice che filosofare non è altro che prepararsi alla morte. Questo avviene perché lo studio e la contemplazione traggono in certa misura la nostra anima fuori di noi, e la occupano separatamente dal corpo, e questo è come un assaggio e una sembianza di morte; oppure, perché tutta la saggezza e i ragionamenti del mondo si riducono infine a questo, di insegnarci a non temere di morire. In verità, o la ragione si fa beffe di noi, o non deve mirare che alla nostra soddisfazione, e tutto il suo sforzo deve tendere in conclusione a farci vivere bene e a nostro agio, come dice la Sacra Scrittura. Tutte le opinioni del mondo concordano in questo, che il piacere è il nostro scopo, anche se esse scelgono mezzi diversi, altrimenti le si caccerebbero sul nascere, giacché chi ascolterebbe colui che si ponesse per fine la nostra pena e la nostra angustia? Poiché questa sillaba, mors [in latino il termine “mors-morte” è un monosillabo], colpiva troppo duramente i loro orecchi, e questo suono sembrava loro di cattivo augurio, i Romani avevano imparato ad addolcirlo o a distenderlo in perifrasi. Invece di dire: quella persona è morta, essi dicono ha cessato di vivere, ha vissuto. Purché si tratti di vita, anche se passata, essi si consolano. Noi abbiamo preso da loro il nostro modo di dire: fu Tizio.  È forse che, come si dice, dilazione è remissione, ma è un vantaggio rinviare le cose? Nacqui tra le undici e mezzogiorno, l’ultimo giorno di febbraio millecinquecentotrentatre, come contiamo adesso, iniziando l’anno in gennaio [dal 1567, prima l’anno iniziava a Pasqua]. Sono appena quindici giorni che ho compiuto trentanove anni, me ne occorrono per lo meno altrettanti, e preoccuparsi nel frattempo di pensare a una cosa tanto lontana sarebbe follia. Ma via! Giovani e vecchi lasciano la vita allo stesso modo. Nessuno ne esce altrimenti che se vi fosse appena entrato. Si aggiunga che non c’è persona, per quanto decrepita, che finché non abbia raggiunto l’età di Matusalemme, non pensi di avere ancora vent’anni in corpo. Inoltre, chi ti ha fissato i termini della vita? Ti basi sulle parole dei medici. [In margine alla sua copia personale dei “Saggi” - il cosiddetto “Esemplare di Bordeaux” - Montaigne, come è solito fare, a penna, annota una frase sulla quale torneremo a puntare l’attenzione strada facendo in relazione alla didattica della lettura e della scrittura] Spesso [scrive in margine Montaigne] la mia mente genera un incubo, immagino di incontrare qualcuno capace, con uno sguardo, di predire il giorno esatto e l’ora precisa della mia morte: un individuo dotato di un simile potere sarebbe comunque un personaggio da mettere in scena. [Vedremo a suo tempo chi coglie questa occasione] … Tu guarda piuttosto i fatti e l’esperienza. Secondo il comune andamento delle cose, tu vivi già da un pezzo per favore straordinario. Hai oltrepassato i comuni limiti del vivere. E per convincerti che sia così, conta tra i tuoi conoscenti quanti di più ne siano morti prima di avere la tua età rispetto a quelli che l’hanno raggiunta; e di quelli stessi che hanno nobilitato la loro vita con la fama, fa una lista, e io scommetto che ne troverò più che sono morti prima che non dopo i trentacinque anni. È oltremodo ragionevole e pio prendere esempio dall’umanità stessa di Gesù Cristo che terminò la sua vita a trentatré anni. Il più grande uomo, e semplicemente uomo, Alessandro Magno, morì anch’egli a questa età. Quanti modi di sorprenderci ha la morte?

Quid quisque vitet, nunquam homini satis / Cautum est in horas.

[«L’essere umano non prevede mai abbastanza ciò che deve evitare a ogni istante». Orazio, Odi]…

È incerto dove la morte ci attenda: attendiamola dovunque.

Omnes crede diem tibi diluxisse supremum. Grata superveniet, quae non sperabitur hora.

[«Pensa che ogni giorno sia l’ultimo che risplende per te. Sopraggiungerà gradita l’ora che non speravi». Orazio, Epistole]

La meditazione della morte è meditazione della libertà. Chi ha imparato a morire ha disimparato a servire. Il saper morire ci affranca da ogni soggezione e costrizione. Non c’è nulla di male nella vita per chi ha ben compreso che la privazione della vita non è un male. In verità, in tutte le cose, se la natura non presta un po’ d’aiuto, è difficile che l’arte e l’abilità facciano passi avanti. Io sono per natura non melanconico, ma meditabondo. Non c’è nulla su cui mi sia sempre intrattenuto di più che sui pensieri della morte: anche nella stagione più dissoluta della mia vita,

Iucundus cum aetas florida ver ageret

[«Quando l'età in fiore viveva una lieta primavera». Catullo, Carmina]…

Come la nostra nascita ci ha portato la nascita di tutte le cose, così la nostra morte produrrà la morte di tutte le cose. Perciò è uguale follia piangere perché di qui a cent’anni non saremo in vita, come piangere perché non vivevamo cent’anni fa. La morte è origine di un’altra vita. Allo stesso modo piangemmo; allo stesso modo ci costò entrare in questa; allo stesso modo ci spogliammo, entrandovi, del nostro antico velo. Non può essere doloroso ciò che è una sola volta. Vi è forse motivo di temere per un tempo così lungo una cosa di così breve durata? Vivere a lungo e vivere poco sono resi tutt’uno dalla morte. Poiché il lungo e il breve non possono riferirsi alle cose che non sono più. Aristotele dice che sul fiume Ipani ci sono animaletti che vivono un solo giorno. Quello che muore alle otto del mattino, muore in gioventù; quello che muore alle cinque di sera, muore di decrepitezza. Chi di noi non si burla di veder considerare fortuna o sfortuna questa durata di un istante? Il più e il meno della nostra, se la confrontiamo con l’eternità, o anche con la durata delle montagne, dei fiumi, delle stelle, degli alberi e perfino di alcuni animali non è meno ridicolo. Ma la Natura ci forza in tal senso. «Uscite» dice «da questo mondo, come ci siete entrati. Lo stesso passaggio che faceste dalla morte alla vita, senza sofferenza e senza spavento, rifatelo dalla vita alla morte. La vostra morte è una delle componenti dell’ordine dell’Universo; è una componente della vita del mondo». Inter se mortales mutua vivant / Et quasi cursores vitaï lampada tradunt [«Le persone vivono di mutui scambi e come corridori si passano la fiaccola della vita». Lucrezio, De rerum natura].

      «La meditazione della morte [scrive Montaigne] è meditazione della libertà. Chi ha imparato a morire ha disimparato a servire. Il saper morire ci affranca da ogni soggezione e costrizione», queste parole rappresentano la sintesi delle fruttuose conversazioni che Michel de Montaigne ed Étienne de La Boétie hanno imbastito sul tema del morire, del servire e dell’essere liberi. E la riflessione di Montaigne su questo tema è costante nel testo dei Saggi con l’uso di diversi registri compreso quello dell’apologo [della parabola].

     Come abbiamo detto, i Saggi di Montaigne sono anche un’opera di preparazione alla morte a cominciare [e ne abbiamo appena letto un brano] dal molto famoso capitolo XX del Libro I intitolato Filosofare è imparare a morire.

REPERTORIO E TRAMA ... per dieci minuti al giorno di lettura e di scrittura:

La Scuola consiglia la lettura di questo capitolo: si tratta di una ventina di pagine e il testo dei Saggi lo trovate in biblioteca…

     La riflessione di Montaigne su questo tema è presente in tutto il testo della sua opera e viene svolta dall’autore con l’uso di diversi registri compreso quello dell’apologo [della parabola] fino agli ultimi due capitoli, il XII e il XIII del Libro III.

     Montaigne, nel capitolo XII del Libro III intitolato Della fisionomia, tesse l’elogio dell’atteggiamento da filosofi stoici che a loro insaputa tengono i contadini i quali sono continuamente esposti alle devastazioni delle guerre e delle epidemie di peste e, ciononostante, «si mantengono, di fronte alla morte, saggi e imperturbabili come Socrate prima di bere la cicuta». Mentre, nel capitolo XIII del Libro III intitolato Dell’esperienza, Montaigne scrive una vera e propria “meditazione” [contenente un semplice ma significativo apologo] che ci fa pensare al testo del De rerum natura di Lucrezio, un autore molto apprezzato da Montaigne: «Dio è misericordioso con coloro ai quali toglie la vita un poco alla volta. È il solo privilegio della vecchiaia: l’ultima morte sarà meno piena e funesta, giacché ucciderà soltanto una metà o un quarto della persona. Mi è da poco caduto un dente, senza pena e senza sforzo: era arrivato al termine naturale della sua durata. Questa parte del mio essere, e molte altre, sono già morte; altre ancora, che erano fra le più attive e vigorose nel fiore dei miei anni [Montaigne pensa soprattutto al graduale affievolirsi della sua virilità], sono adesso moribonde. È così che mi dileguo e mi sottraggo a me stesso». Montaigne approfitta di ogni esperienza che lo avvicini ad essa per “saggiare” la morte: l’esperienza più significativa riguarda una caduta da cavallo, seguita da uno svenimento che gli è sembrato in tutto e per tutto simile a una morte dolce e serena, e di questo fatto ne parleremo tra poco perché viene descritto da Montaigne in una delle pagine più commoventi dei Saggi e più ricca di particolari, ma è soprattutto interessante seguire Montaigne quando conduce la sua riflessione su un tema così pesante come la morte, utilizzando la leggerezza: nel brano che abbiamo letto racconta un apologo offerto dalla caduta di un dente, e invecchiare [scrive ironicamente Montaigne] presenta perlomeno un vantaggio, quello di non morire di colpo ma a poco a poco, un pezzo alla volta. E «l’ultima morte »[così la definisce Montaigne] sarà meno esplicita che se fosse avvenuta in gioventù, nel fiore dell’età.
      Insomma, Montaigne si consola pensando [ma chissà se ci crede davvero?] che l’ultima morte,  quella definitiva, si porterà via solo un residuo della sua persona e non la persona completa e, quindi [si domanda], sarà un evento più lieve? Ma l’uso del punto interrogativo ci fa pensare che non sia veramente convinto, e porsi l’interrogativo implica di per sé un dubbio [Montagne è convinto dell’instabilità delle cose], ma l’importante è farsi delle domande [perché tutto si muove] e, sempre nel capitolo XIII del Libro III dei Saggi intitolato Dell’esperienza, scrive: «La morte si mescola e si confonde dappertutto con la nostra vita: il declino del corpo ne anticipa la venuta, e si insinua nel corso della nostra stessa esistenza. Possiedo ritratti che mi raffigurano a venticinque e a trentacinque anni. Li confronto con quello di adesso. Non è più il mio io, e in quale misura! Quante volte la mia immagine attuale è più lontana da quelle che non dall’aspetto che avrò da morto!». L’intelletto di Montaigne - e questa è una costante che si riscontra nel testo dei Saggi - fa la predica alla sua immaginazione e questa è una situazione della quale tutte e tutti noi facciamo esperienza [quando il nostro intelletto ci brontola dicendo: “Ma che cosa stai immaginando!”]. Tutte e tutti noi abbiamo fotografie [ritratti] che ci ritraggono in momenti diversi della nostra esistenza e pensiamo che quelle immagini [specialmente in bianco e nero] non ci rappresentano più. Noi - nel guardare i nostri ritratti datati - compiamo lo stesso esercizio di Montaigne quando insiste sulla differenza fra “il suo io attuale” e “il suo io di un tempo” e, con questo ragionamento, c’insegna che, però, qualcosa di noi resta integro perché, anche se ci sembra che sia svanito di volta in volta, “un io” permane comunque a dare un’identità a tutti i punti di morte che abbiamo già sperimentato! La morte, di conseguenza [si domanda ancora Montaigne, instancabile] sarà solo, alla fine, l’atto in cui svanisce “l’ultimo io”, un atto di cui abbiamo fatto molte volte già esperienza, e perché un’esperienza più volte fatta dovrebbe farci paura? Montaigne s’interroga e riflette, e come sapete la riflessione contribuisce sempre ad allargare la vita delle persone.

     Queste provocatorie considerazioni di Montaigne hanno influenzato anche il semiologo parigino Roland Barthes [1915-1980], nel momento in cui, analizzando il fenomeno della fotografia che “ferma l’attimo”, che “fissa la realtà storica”, ha dichiarato che si sarebbe arrivati ad un punto di saturazione [e ha avuto ragione, anche se non lo ha potuto constatare]. Pochi mesi prima della morte [nel 1980] Roland Barthes ha scritto una serie riflessioni, di considerazioni, di digressioni sul tema della fotografia: ha composto un saggio [Barthes scrive saggi sullo stile di Montaigne] e, con ironia, rovesciando i parametri, lo intitola La camera chiara. Roland Barthes - ricordando il passo dei Saggi di Montaigne che abbiamo letto - ironizza sulla mania [lo chiama “il medium bizzarro”] che oggi si ha di fotografare tutto e così si moltiplicano “i punti di morte” perché la fotografia [Montaigne parla di ritratti, e ne ha solo due!] fissa un istante che finisce lì, che rimane immobile in quel punto, ed è anche per questo motivo,  scrive Roland Barthes, che si è fortemente attratte e attratti dalla fotografia.  Nel saggio La camera chiara l’autore passa in rassegna una serie di fotografie e ragiona sui due elementi fondamentali costitutivi di quest’arte: la fotografia è “studium” e “punctum”. È “studium” perché la fotografia è una testimonianza, un quadro, un racconto della realtà e fa partecipare l’osservatrice e l’osservatore alle figure, alle espressioni, ai gesti, allo scenario, alle azioni che vengono rappresentate, e la fotografia, in quanto “studium” è culturalmente un’importante notazione di tipo storico, politico, sociale, psicologico. Ma la fotografia, oltre a questo, e in alternativa a questo, è anche “punctum” cioè [scrive Roland Barthes] è una puntura, è un piccolo buco, è un piccolo taglio: nella fotografia, “punctum”, è “un particolare che punge”, che fa pensare, riflettere, ragionare su qualcosa d’altro strettamente legato “all’io” dell’osservatrice e dell’osservatore.

REPERTORIO E TRAMA ... per dieci minuti al giorno di lettura e di scrittura:

Il saggio La camera chiara di Roland Barthes lo trovate in biblioteca e potete sfogliarlo: vedrete che l’autore presenta una serie di fotografie e le commenta brevemente, fa il “punctum” per ciascuna foto…  Se leggete i brevi commenti di Roland Barthes sotto ciascuna di queste fotografie potete fare anche voi lo stesso esercizio con una serie di foto che conservate in casa e che [magari in bianco e nero] vi ritraggono nel tempo… 

Cercate il “punctum [il particolare che vi colpisce]” in alcune foto che avete scelto e scrivetelo, bastano quattro righeA Montaigne [che è molto curioso e che ha già fatto questo esercizio guardando i suoi due ritratti] piacerebbe molto osservare le vostre foto per fare il punto

     E ora, come abbiamo detto poco fa, dobbiamo seguire Montaigne nel fare il punto su un’esperienza che descrive in una delle pagine più commoventi dei Saggi e più ricca di particolari che  riguarda una caduta da cavallo, seguita da uno svenimento che gli è sembrato in tutto e per tutto simile a una morte dolce e serena. Ma prima di raccontare l’episodio dobbiamo prendere in considerazione il rapporto quasi filosofico che Montaigne ha con i cavalli, animali che lui ama particolarmente.

     Michel de Montaigne ce lo dobbiamo immaginare a cavallo perché questo nobile e utile animale è il suo mezzo di locomozione e di tutti quelli che se lo possono permettere. Montaigne si sposta regolarmente a cavallo innanzitutto all’interno dei suoi possedimenti, poi per raggiungere Bordeaux e le varie città della Francia dove è solito recarsi [Parigi, Rouen, Blois], e si sposta a cavallo anche in occasione del lungo viaggio che nel 1580 lo porta in Svizzera, in Germania e a Roma, come vedremo a suo tempo. Ma a Montaigne piace cavalcare anche perché si sente davvero a suo agio quando è in sella a un cavallo, una situazione in cui “trova il suo equilibrio”, in cui “scopre il suo assetto”, e scrive: «…il viaggio mi pare un esercizio proficuo. Nei viaggi l’animo si esercita di continuo a notare cose sconosciute e nuove. E, come ho detto spesso, non conosco scuola migliore per plasmare la propria vita che metterle sotto gli occhi senza posa la diversità di tante altre vite, idee e usanze, e farle assaporare così la perpetua varietà delle forme della nostra natura. Nei viaggi il corpo non è in ozio né in affanno, e questo moto moderato lo corrobora. Io resto in sella senza mai smontare, pur soffrendo di coliche, e senza fastidio, anche per otto o dieci ore di fila». Montaigne afferma che il viaggio permette innanzitutto di entrare in contatto con la varietà del mondo, e ritiene che questo sia un fatto altamente educativo perché il viaggio illustra la ricchezza della Natura, mostra la relatività dei costumi e delle credenze, fa vacillare le certezze e, quindi, il viaggio insegna “lo scetticismo”, una delle dottrine filosofiche preferite da Montaigne. Inoltre Montaigne prova uno speciale piacere fisico nell’andare a cavallo, un’attività che, afferma, tiene insieme il movimento e la stabilità, e che dà al corpo un equilibrio e un ritmo che favorisce la meditazione e il sogno. Il cavallo, scrive Montaigne, libera dalla fatica senza far sprofondare nell’ozio e il cavalcare predispone la mente alla riflessione. Montaigne pensa che l’equitazione comporti [così lo chiama] «un moto moderato» cioè una sorta di qualità ideale del movimento. Montaigne ricorda che Aristotele pensava camminando e insegnava passeggiando [la Scuola peripatetica] mentre a lui le idee vengono quando va a cavallo, al trotto o al galoppo. E quando va a cavallo, scrive Montaigne, si dimentica persino dei calcoli renali che [come vedremo] lo facevano soffrire. Come è sua abitudine, però, Montaigne, non può fare a meno di guardare anche il rovescio della medaglia perché ammette che il piacere che prova nel viaggiare, in particolare a cavallo, può anche essere interpretato come segno di indecisione e debolezza e, a questo proposito, scrive: «So bene che, preso alla lettera, il piacere di viaggiare testimonia irrequietezza e incostanza. Del resto sono proprio queste le nostre qualità principali e predominanti. Sì, lo confesso: io non vedo niente, neppure in sogno o in ciò che desidero, che possa darmi requie. Solo la varietà mi soddisfa, e la constatazione delle differenze, ammesso che qualcosa possa soddisfarmi. Nel viaggiare mi piace anche il fatto di potermi fermare senza danno e di poter cambiare strada a mio agio». Quindi, amare troppo il viaggio significa, secondo Montaigne, preferire l’incostanza alla perseveranza. Per Montaigne il viaggio è una metafora della vita: lui vive come viaggia, aperto alle sollecitazioni del mondo. Montaigne scrive che se potesse scegliere come morire preferirebbe che avvenisse «a cavallo anziché in un letto; lontano da casa mia e dai miei», e questo fatto - anche se non troppo lontano da casa sua e dai suoi - si stava per avverare.

     Una delle pagine più toccanti dei Saggi la si può leggere nel capitolo VI del Libro II intitolato Dell’esercizio.  Montaigne racconta e descrive con dovizia di particolari una caduta da cavallo e lo svenimento che ne consegue: «Durante la nostra terza guerra, o la seconda (non ricordo con precisione), uscito un giorno per andare a fare una passeggiata a una lega da casa mia, che si trova proprio nel cuore del generale tumulto delle guerre civili di Francia, pensando di essere più che al sicuro, e talmente vicino al mio ricetto da non aver bisogno di miglior equipaggiamento, avevo preso un cavallo molto mansueto, ma niente affatto robusto. Al mio ritorno, inaspettatamente, uno dei miei uomini, aitante e forte, in sella a un possente corsiero insofferente del morso, e altresì fresco e focoso, per fare il prode e precedere i compagni lo lanciò a briglia sciolta dritto verso di me, con il risultato che si abbatté come un colosso sul piccolo uomo e sul piccolo cavallo, atterrandoli con la sua irruenza e il suo peso e spedendo l’uno e l’altro a gambe all’aria. Ecco così il cavallo lungo disteso a terra, tramortito, e io a dieci o dodici passi di distanza, supino, il volto pesto ed escoriato, la spada che avevo al fianco a più di dieci passi di distanza, la cintura tutta rotta, immobile ed esanime come un ceppo». La narrazione di Montaigne è piena di dettagli, le circostanze sono indicate con precisione nonostante non ricordi esattamente se fosse la seconda o la terza guerra di religione [sono state troppe, si lamenta Montaigne, le guerre], dunque siamo fra il 1567 e il 1570. Montaigne esce di casa in un momento di tregua [le guerre limitano la libertà personale, denuncia Montaigne] con una scorta esigua e una cavalcatura tranquilla, per andare a fare una passeggiata entro i confini delle sue terre, e il quadro che descrive è vivido e ci sembra quasi di vedere l’assolata campagna della Dordogne, i suoi vigneti e il gruppetto che avanza al trotto, e poi l’impatto: Montaigne a terra, riverso, senza più cintura né spada, contuso e, soprattutto, svenuto, privo di sensi. Ed ecco il punto: Montaigne non ricorda nulla, e tutti questi dettagli glieli hanno riferiti dopo i suoi uomini, e ciò che gli interessa raccontare è la perdita di coscienza di cui è stato vittima e il suo lento ritorno alla vita dopo che lo hanno riportato a casa dandolo per morto. Questo incidente [scrive Montaigne] è quanto di più vicino alla morte abbia mai sperimentato, ed è stata un’esperienza dolce e inaspettata tanto da fargli dire che non bisogna, quindi, avere troppa paura di morire. Ma, da questa esperienza Montaigne ricava un insegnamento ben più significativo e in questo caso moderno, infatti, è indotto a riflettere sull’identità, sulla relazione fra il corpo e la mente.
      Gli hanno raccontato che, mentre era in stato di incoscienza, ha agito, ha parlato e ha persino impartito ordini affinché si occupassero di sua moglie, la quale, informata dell’incidente, stava accorrendo verso di loro. Che cosa siamo dunque [si domanda Montaigne], se il nostro corpo si muove, se parliamo, se diamo ordini all’insaputa della nostra volontà? Dov’è il nostro io? Grazie a questa caduta da cavallo Montaigne concepisce una sua personale teoria dell’identità-precaria e discontinua e, di conseguenza, prima di Cartesio, prima della fenomenologia di Hegel, prima di Freud, anticipa il tema del ruolo della soggettività in relazione all’intenzionalità [la persona è sempre consapevole delle proprie azioni?], ma questa è un’altra storia che incontreremo sui territori dei prossimi viaggi [le riflessioni di Montaigne anticipano molti temi tipici della modernità].

REPERTORIO E TRAMA ... per dieci minuti al giorno di lettura e di scrittura:

La Scuola consiglia la lettura del capitolo VI del Libro II dei Saggi intitolato Dell’esercizio: si tratta di una quindicina di pagine e il volume dei Saggi lo trovate in biblioteca…

     Siamo qui a Bordeaux per una cerimonia nuziale [è il 23 settembre 1565] e non abbiamo fatto altro che parlare della morte! Ma non è un tema fuori luogo [e vedremo anche perché] nell’esperienza matrimoniale di Michel e di Françoise.

     Il matrimonio di Michel e di Françoise è una cerimonia nobiliare con molti illustri invitati, ma molto sobria, e si celebra [il celebrante è il vescovo] nel duomo di Bordeaux al mattino presto [«Secondo la tradizione i nobili si sposano all’alba …l’orario in cui vanno a caccia o a duello - scrive ironico Montaigne - contrariamente dormono fino a tardi»]. Ma il matrimonio di Michel e di Françoise deve essere celebrato per tempo anche perché, dopo la cerimonia, il corteo nuziale deve raggiungere la tenuta dei Montaigne e, con le carrozze, ci vogliono quasi sei ore di viaggio: il tempo necessario per sedersi a banchetto e per consumare il lauto pranzo nuziale.
      Come è destinata a funzionare l’unione di Michel e di Françoise, che andamento ha avuto il loro matrimonio [sono stati fiori d’arancio (amore romantico) o fiori di zucca (relazione pragmatica)]?  Per rispondere a questa e ad altre domande bisogna procedere con lo spirito utopico che lo studio porta con sé consapevoli del fatto che non c’è nulla di meglio di un banchetto nuziale per non perdere mai la volontà di imparare, almeno per quanto riguarda il gusto.
     Il matrimonio è stato celebrato e ora siamo a tavola in attesa che comincino a servire, ma tuttavia Montaigne non può fare a meno di domandarsi ancora una volta: «Ma la convivenza matrimoniale fa [farà] aumentare o fa [farà] diminuire la volontà d’imparare?». Ma, a questo punto, questo interrogativo se lo deve tenere per sé perché gli sposi non possono far altro che augurare a tutti: buon appetito! [Del menù ce ne occuperemo la prossima settimana, e non perdete la prossima Lezione perché poi, come da calendario (lo possedete tutti?), ci sarà la pausa per Sant’Ambrogio e per l’Immacolata concepita (il 7 e l’8 dicembre) e dopo ci sarà da percorrere l’itinerario pre-natalizio, l’ultimo di quest’anno solare].

     E ora non ci resta che urlare in coro: “Viva gli sposi!”, ricordandoci che la Scuola è qui e il viaggio continua…

 

 

 

 

 

Lezione del: 
Venerdì, Novembre 23, 2018