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SUL TERRITORIO DELLA SAPIENZA POETICA E FILOSOFICA DELL’ETÀ ALTO-MEDIOEVALE S’INCONTRANO I PADRI DEL DESERTO CHE CONDIVIDONO L’ESPERIENZA DELLA “SOLITUDINE DI DIO” …

Lezione N.: 
19

Prof. Giuseppe Nibbi    La sapienza poetica e filosofica dell’età alto-medioevale  12-13-14  marzo  2014

Fëdor Dostoevskij

 

SUL TERRITORIO DELLA SAPIENZA POETICA E FILOSOFICA DELL’ETÀ ALTO-MEDIOEVALE  

S’INCONTRANO I PADRI DEL DESERTO CHE CONDIVIDONO L’ESPERIENZA DELLA “SOLITUDINE DI DIO”

   Questo è il diciannovesimo itinerario del nostro viaggio e ci troviamo sul “territorio della sapienza poetica e filosofica dell’Età alto-medioevale” di fronte al “paesaggio intellettuale della Letteratura del Corano” e stiamo percorrendo il sentiero che attraversa lo scenario che illustra la vita di Muhammad, il protagonista, dopo Allah, del Libro del Corano, un testo che, alla metà del VII secolo, ha preso forma. Questa sera [come abbiamo anticipato la scorsa settimana] dobbiamo incontrare i “Padri del deserto” perché, quando si parla di cultura islamica e di Letteratura del Corano, non si può fare a meno di occuparci di questo importante tema: per quale ragione?

   Sappiamo già [dall’itinerario della scorsa settimana] che due “monaci cristiani sirani” che vivono nel deserto – Bahira e Nèstor – vengono citati dalla tradizione islamica, in un testo raccolto nella Sira, la vita-modello del Profeta, in quanto riconoscono, nel giovane Muhammad, “il dono della profezia”. I monaci Bahira e Nèstor sono due personaggi non identificati storicamente e rappresentano la metafora di una situazione storica: il giovane Muhammad ha frequentato molti “ritiri spirituali” negli èremi cristiani del deserto siriano, e lì ha acquisito una conoscenza significativa dei testi evangelici, dei Libri del Pentateuco, dei Libri dei Profeti, del Libro dei Salmi ed ha potuto apprendere i concetti del “monoteismo”, della “risurrezione”, del “giorno del giudizio”: tre temi [fondamentali per la Letteratura biblica, evangelica, indiana dei Veda] che sono diventati gli assi portanti della Letteratura del Corano.

   Le figure di Bahira e Nèstor rappresentano un tipo di monachesimo che si coniuga con quell’elemento affascinante – materiale e allegorico – che è il “deserto”. Ma chi sono i “Padri del deserto” e quale tipo di cultura esprimono? Per orientarci noi abbiamo a disposizione un testo, che è stato stampato in molte edizioni, via via sempre più approfondite: questo testo s’intitola Detti dei Padri del deserto. Dobbiamo subito fare una riflessione di carattere filologico: in greco il termine “deserto” corrisponde alla parola “èremos” e tutte e tutti noi abbiamo frequentato degli eremi, viviamo in una zona del mondo dove ci sono famosi eremi.

   Con i Detti dei Padri del deserto sono state composte numerose antologie e, quindi, abbiamo a disposizione molto materiale da leggere: le antologie dei Detti dei Padri del deserto le trovate in biblioteca e sulla rete ci sono decine di siti che si occupano di questo tema [ho qui “Detti editi e inediti dei Padri del deserto”, edizioni Qiqajon, casa editrice della Comunità di Bose dove è priore Enzo Bianchi]. Questo tema interessa non solo a chi studia l’ascetismo, il monachesimo o a chi abbia una fede religiosa ma coinvolge anche chi non coltiva interessi relativi all’umanesimo perché, dal III al V secolo, nei deserti intorno a noi – il Sahara, per esempio – i monaci hanno dato forma ad una sottile e delicata scienza psicologica d’impronta laica e materiale: essi diventano dei dolcissimi, ma anche durissimi, Padri spirituali che, per la loro competenza, dimostrano di non vivere “campati per aria” perché il loro isolamento, che favorisce la loro capacità di riflessione, più che allontanarli dalla realtà li avvicina ad essa. I “Padri del deserto”, pur vivendo la maggior parte del loro tempo in solitudine assoluta, hanno tuttavia uno sguardo assai lucido sull’attualità delle cose terrene, sono coscienti della “complessità del cuore umano [Gerolamo ci ha già fatto scuola in proposito]”, hanno una grande tolleranza verso chi cade nel peccato e riconosce i suoi errori, e sono molto ironici rispetto a qualsiasi teoria morale prefabbricata. Questi Padri pensano che soltanto fuori da ogni società – quindi nel deserto – si possano mettere alla prova e studiare perfettamente le caratteristiche dell’animo umano. I “Padri” della prima generazione sono quelli che vivono nel deserto egiziano e libico tra il III e il V secolo.

   Il classico modello di “Padre del deserto” è Antonio [251 circa - 356], il Santo abate, protettore degli animali domestici, e la conoscenza della “vita di Antonio” deriva, come sappiamo, da una famosa “agiografia [il racconto della vita di un Santo]” scritta, verso la metà del IV secolo, da Atanasio di Alessandria [295 circa - 373]. Il personaggio di Atanasio lo abbiamo incontrato, in concomitanza con Gerolamo, all’inizio di novembre [nel corso del IV itinerario]. La Vita di Antonio di Atanasio vescovo di Alessandria [Padre della Chiesa e papa della Chiesa copta] viene considerata l’opera fondamentale della Storia del pensiero del movimento monastico dei “Padri del deserto” e ha avuto un grande successo di pubblico.

REPERTORIO E TRAMA ... per dieci minuti al giorno di lettura e di scrittura:

Richiedete quest’opera in biblioteca – è stata recentemente pubblicata dalla Fondazione Lorenzo Valla con un ricco apparato di note – sfogliatela e leggetene qualche pagina

E ora leggiamo un brano, molto significativo, dalla Vita di Antonio di Atanasio di Alessandria: l’itinerario di questa sera, per la ricchezza intellettuale contenuta in questo brano, potrebbe anche fermarsi qui.

LEGERE MULTUM….

Atanasio di Alessandria, Vita di Antonio

Antonio ha abbandonato le città e le campagne e si è inoltrato nel deserto egiziano: il deserto della Tebaide. Abita in grotte, in cimiteri, in fortificazioni diroccate e, penetrando sempre più profondamente nel territorio desertico, trova una piccola oasi, con un ruscello limpido e un boschetto di palme.      Lì vive come se fosse sempre altrove, senza luogo o, se volete, in un non-luogo [u-topos]: senza una patria, né una cella, straniero a tutti i pensieri e a tutte le cose, come un cane che, quando è cacciato, se ne va, e, quando è chiamato, viene.    Si lascia dietro i valori umani: la casa, la patria, la famiglia, il possesso anche di un coltello o di una zappa, si lascia dietro soprattutto se stesso e persino la Scrittura, alla quale deve rinunciare come a tutti i libri, andando sempre più oltre, sempre più in là, senza più niente, nel vuoto e nel nudo, toccando l’assoluta solitudine. Lì, è solo come Dio. Lui e Dio, sono soli al mondo: solitudine contro solitudine, silenzio contro silenzio, comunione contro comunione.   E, se Dio qualche volta ha parlato nella storia, la voce del monaco non rompe mai il silenzio del deserto. Se è assalito dal dolore, tace; se è assalito dalla tentazione, tace; se è assalito dalla gioia, tace; se la stuoia che è sotto di lui non parla, neanche lui parlerà.

   Questo brano, molto significativo, meriterebbe di essere commentato in profondità, noi facciamo un’osservazione che ci permette di portare avanti la nostra riflessione.

   Il monaco cerca la solitudine e c’è un motivo teologico, una ragione ideologica in questa ricerca che ha la sua radice nell’affermazione: «Sono solo come Dio. Io e Dio siamo soli al mondo». La ricerca della solitudine, del “monologos” [scrive Atanasio] equivale alla ricerca del Dio-Unico, equivale a quella profonda riflessione sul “monoteismo” che, in questi secoli [nei primi secoli dell’Alto-medioevo], sta avvenendo all’interno della cultura del cristianesimo.

   Il primo importante atto in questo senso è contenuto nei documenti del Concilio di Nicea del 325 e [come ben sappiamo] c’è una polemica feroce nella cristianità sul tema della natura e della forma di Dio. Questa questione – la grande polemica sulla natura e sulla forma di Dio – riguarda anche l’esistenza dei Padri del deserto, riguarda la nascita di questo fenomeno, infatti, alla domanda: per quali ragioni nasce e si sviluppa il fenomeno dei Padri del deserto? Dobbiamo rispondere che ci sono due ragioni fondamentali.

   Da una parte c’è una ragione di carattere mistico, mitico e psicologico e, in proposito, Atanasio, nella Vita di Antonio, scrive: «Vanno nel deserto i monaci per combattere i demòni». Attenzione all’accento: i demòni [con l’accento sulla ò] non i dèmoni, perché il “dèmone [con l’accento sulla è, come lo legge Socrate]” è la “coscienza”, i “demòni” rappresentano, invece, le “forze del male”. Antonio [ci racconta Atanasio] abita il deserto soprattutto per combattere i demòni. Dopo che la parola di Cristo, pensa Antonio [come scrive Atanasio], ha conquistato le città e le campagne, i demòni si sono rifugiati, in folla, nei deserti: li hanno posseduti, vi si sono arroccati e di lì continuano a tessere malefici, e Antonio e i suoi seguaci [scrive Atanasio] penetrano sempre più profondamente nei deserti proprio per combattere le potenze del male [per snidare i demòni]. Mentre si legge la Vita di Antonio di Atanasio colpisce il fatto che “l’onnipresenza del male” venga messa così in rilievo: non sono tanto le descrizioni in proposito che inquietano, anzi, le descrizioni sono molto pittoresche, e sono belle dal punto di vista simbolico tanto che molte artiste e molti artisti hanno prodotto grandi opere d’arte influenzate e influenzati da queste descrizioni. I demòni, descritti da Atanasio, prendono tutte le forme possibili [per la gioia delle miniaturiste e dei miniatori]: leoni, leopardi, serpenti, tori, aspidi, scorpioni, donne e uomini bestiali,  animali triplici e immaginari.

REPERTORIO E TRAMA ... per dieci minuti al giorno di lettura e di scrittura:

Ci possiamo fare un’idea di questa influenza ricercando su un catalogo che trovate in biblioteca o sulla rete un’opera intitolata “Tentazioni di sant’Antonio” di un pittore che si chiama Matthias Grünewald [1480circa-1528]…  Fate una piccola ricerca in proposito…

   Abbiamo evocato i “demòni” in funzione della didattica della lettura e della scrittura e, quindi, l’intreccio filologico che, inevitabilmente, ci si presenta dinnanzi è il famoso romanzo di Fëdor Dostoevskij che porta come titolo questa parola-chiave sulla quale, per tradizione, viene fatto cadere l’accento sulla lettera “e” per cui sentiamo pronunciare “I dèmoni” mentre le studiose e gli studiosi di filologia affermano che lo scrittore – il quale riflette anche sulla scia del pensiero dei Padri del deserto – intende riferirsi a “I demònî [in russo “Besy”]”.

   Il romanzo I demonî di Fëdor Dostoevskij [1821-1881] è stato pubblicato nel 1871 e se adesso cominciassimo a parlare di questo scrittore [che abbiamo incontrato molte volte in questi anni] e della sua opera noi arriveremmo alla fine del nostro viaggio senza aver esaurito l’argomento. La trama del romanzo I demonî è complessa e si sviluppa intorno a molti significativi personaggi: la Scuola consiglia la lettura o la rilettura di quest’opera con il metodo del LEGERE MULTUM, al ritmo di quattro pagine al giorno. Dobbiamo dire che, soprattutto in questo romanzo, e come sempre in Dostoevskij, il tema del Male – il tema autobiografico della “raffinata capacità che l’essere umano ha di fare il Male” – è centrale. Dostoevskij si presenta come uno spietato analizzatore che fa tremare la coscienza trasmettendo alla lettrice e al lettore una sottile sensazione di sgomento: l’acutezza dell’indagine psicologica in Dostoevskij è straordinaria, e la lettura [e la periodica rilettura] delle sue opere è un’avventura alla quale non si deve rinunciare. La vita – per la presenza incombente del Male [Dostoevskij scrive questa parola con la lettera maiuscola] – va considerata come un Inferno e, in questo Inferno [abitato da demònî], lo scrittore continua a porsi costantemente, attraverso i suoi personaggi, una domanda provocatoria: che ruolo ha Dio in tutta questa storia? Perché Dio non si oppone indiscutibilmente contro il Male? Se Dio è buono ed è onnipotente allora il Male non ci dovrebbe essere perché Dio, nella sua infinita misericordia, userebbe la sua onnipotenza a fin di bene preservando dal male l’essere umano. Se Dio è buono e il Male continua a trionfare nell’Universo – si domanda angosciato Dostoevskij – questo che cosa significa: che Dio non è onnipotente? Se Dio invece è onnipotente [prerogativa indispensabile per la natura divina] e lascia l’essere umano in questo Inferno allora [scrive Dostoevskij] che cosa dobbiamo pensare: che Dio non è buono, non è clemente, non è misericordioso? La persona fa esistere Dio solo perché ha paura e vive nel dolore? Oppure la persona – siccome non tutto si può spiegare – non è in grado di capire il significato dell’esistenza per cui, anche in questo caso, vive nella paura e concepisce Dio “nel dolore della paura di morire”?

   Dostoevskij – studiando soprattutto l’Apocalisse di Giovanni – è ossessionato dall’immagine di Dio il quale si presenta come un “benefico Signore di misericordia [lui pensa di essere stato salvato da Dio quando, nel dicembre del 1849, è stato graziato davanti al plotone di esecuzione]” ma, contemporaneamente, Dio si presenta come il “Demiurgo di tutto il male che c’è sulla terra [perché io sono stato salvato - si domanda - e moltissimi altri no?]”. Il romanzo I demonî affronta quindi anche il dilemma se Dio debba essere affermato o debba essere negato e come si debba fare per affermarlo o per negarlo. Il linguaggio di Dostoevskij, in modo particolare in questo romanzo, assume spesso lo stile “apocalittico” che è tipico della Letteratura dei Padri del deserto.

   Sono due i personaggi che lo scrittore, in questo romanzo, fa parlare in modo apocalittico [tragico, atroce], il primo si chiama Nikolaj Stavrogin. Nikolaj Stavrogin è uno dei quattro personaggi principali del romanzo e, secondo le parole stesse di Dostoevskij, in una lettera al critico Katkov: «Nikolaj Stavrogin è la figura più tragica del romanzo, un personaggio apocalittico». Stavrogin si presenta come una persona non priva di senso morale, ma il suo senso morale l’ha voluto soffocare in sé, razionalmente, e razionalmente dirige tutta la sua forza verso il male, compiendo atroci nefandezze; il fatto è che questa forza potrebbe dirigerla, volendo – perché ne è cosciente –, verso il bene, ma non è intenzionato a farlo: Stavrogin si compiace intellettualmente di fare il male e di mettere a disposizione il proprio intelletto a vantaggio di un’attività distruttrice [l’omicidio, l’attentato, la violenza carnale …]: I demonî è un romanzo che denuncia il terrorismo e l’idea che si possa fare politica attraverso la pratica del terrorismo. Stavrogin è moralmente disprezzabile proprio perché è una figura a cui non mancano, oltre alle attraenti caratteristiche esteriori della ricchezza, della nobiltà, della bellezza e della forza, anche elementi positivi interiori come una costante malinconia che rasenta la tristezza [sentimenti che lo inducono a riflettere sul senso dell’esistenza] e ha inoltre la forza di umiliarsi con castighi tremendi vissuti anche con ironia come il matrimonio che egli contrae: sapete con chi decide di sposarsi?

   Andate a leggere il romanzo e ne proverete meraviglia. Come si prova meraviglia per la lucida “confessione” che egli fa della più vile delle sue azioni che ha una conseguenza nefasta: di che azione si tratta? Lo potrete scoprire leggendo quest’opera: è utile – soprattutto nei confronti di chi non l’avesse ancora letta – non svelarne i marchingegni narrativi. E, leggendo, si scopre anche che dietro l’arrogante razionalismo di Stavrogin, ogni tanto, per un attimo, brilla una scintilla d’umanità ma, purtroppo, questa scintilla – che lui tende a spegnere subito – non basta a fargli compiere un atto di nobiltà che controbilanci le sue turpitudini. Esattamente otto anni fa [nel marzo del 2006, viaggiando in compagnia di Erodoto] abbiamo già incontrato [collocato in un altro contesto] questo romanzo e il personaggio di Stavrogin: abbiamo anche letto alcune pagine che riguardano questa figura “diabolica”.

   Il secondo personaggio che lo scrittore, in questo romanzo, fa parlare in modo apocalittico [tragico, atroce] si chiama Alessio Nylic Kirillov. Kirillov, come Stavrogin, coltiva l’ateismo ma in modo diverso perché è una figura di altissimo interesse spirituale che coltiva il suo ateismo non come una teoria enunciata soltanto ma tragicamente vissuta anche col sentimento. Kirillov afferma che le persone credono in Dio per paura della morte, e che il giorno in cui questa paura sarà vinta Dio non avrà più ragione d’essere, e lui perciò si uccide per negare l’esistenza di Dio. Lo scrittore vuole ironizzare sul fatto che anche l’ateismo può diventare una religione più vincolante delle religioni teiste e la logica che Dostoevskij attribuisce a Kirillov non è meno ferrea di quella con cui si può difendere il punto di vista dell’esistenza di Dio e, difatti, in questa logica c’è un punto di frattura quando Kirillov si lascia sfuggire che, sebbene sappia che Dio non c’è e non ci può essere, tuttavia è necessario, e questo Dio “necessario” non è quello del Cristianesimo ma è il Dio che l’uomo riconosce “identico a se stesso”, e Kirillov afferma che: «Ogni uomo è il proprio Dio. Io sono Dio e non c’è Dio all’infuori di me». Ci si domanda se Dostoevskij con la figura di Kirillov abbia precorso la teoria del Superuomo di Nietzsche, il fatto è che Dostoevskij, più che mai sarcastico, fa avere a Kirillov in punto di morte una straordinaria visione: se ora dicessimo di che visione si tratta sciuperemmo la sorpresa a chi voglia leggere questo romanzo e, in funzione della didattica della lettura e della scrittura, questo particolare non si deve rivelare ma è bene che ciascuna lettrice e ciascun lettore lo vada a scoprire.

   Dostoevskij ha sempre affermato di aver costruito le figure di Stavrogin e di Kirillov  “analizzando direttamente il proprio cuore”: questo romanzo ha suscitato molte polemiche ed è stato chiamato “il libro della grande ira”.

REPERTORIO E TRAMA ... per dieci minuti al giorno di lettura e di scrittura:

Richiedete in biblioteca il famoso romanzo “I demonî” di Fëdor Dostoevskij e leggetene qualche pagina al giorno in modo da trovare una risposta agli interrogativi emersi in questa digressione in relazione ai personaggi di cui abbiamo  parlato [chi sposa Stavrogin, qual è la sua azione più turpe, che visione ha Kirillov in punto di morte?]

   E ora, come preambolo, leggiamo due pagine dove Kirillov sostiene le ragioni del suo ateismo con un interlocutore che lo incalza su questo tema.

LEGERE MULTUM….

Fëdor Dostoevskij, I demonî

Io intanto esaminavo alla svelta il visitatore. Era ancora un giovanotto, di circa ventisette anni, vestito decorosamente, un bruno ben fatto e asciutto, con un viso pallido, di colorito un po’ terreo e con degli occhi neri senza splendore. Sembrava alquanto pensieroso e distratto, parlava a scatti e in certo modo senza grammatica, trasponeva curiosamente le parole in un modo strano e s’imbrogliava se gli accadeva di formare una frase un po’ lunga.

- Immaginate, - egli disse fermandosi davanti a me, - immaginate una pietra della grandezza d’una grossa casa; essa è sospesa e voi ci siete sotto; se vi cade addosso, sulla testa, vi fa male?

- Una pietra grande come una casa? Certamente, è terribile.

- Io non parlo del terrore; vi fa male?

- Una pietra grande come una montagna, ventimila tonnellate? Naturalmente, nessun dolore.

- Ma mettetevi sotto per davvero e, finché resterà sospesa, avrete una gran paura che vi faccia male. Il primo degli scienziati, il primo dei medici, tutti, tutti avranno molta paura. Ognuno saprà che non fa male, e ognuno avrà paura che faccia male.

- Ebbene, e la seconda ragione, quella grande?

- L’altro mondo!

- Cioè il castigo?

- Questo non importa. L’altro mondo; soltanto l’altro mondo.

- Non ci sono forse degli atei che non credono affatto nell’altro mondo?

Egli tacque di nuovo.    - Giudicate forse da voi stesso?

- Non tutti possono giudicare che da quello che sentono loro, - egli disse, arrossendo.

- Ci sarà piena libertà quando sarà indifferente vivere o non vivere. Ecco il fine di ogni cosa.

- Il fine? Ma allora, forse, nessuno più vorrà vivere.

- Nessuno, - egli proferì recisamente.

- L’uomo teme la morte perché ama la vita, ecco come la capisco io, - osservai, - e così ordina la natura.

- Questo è vile e tutto l’inganno è qui! - fece, e gli scintillarono gli occhi. - La vita è dolore, la vita è paura, e l’uomo è infelice. Oggi tutto è dolore e paura. Oggi l’uomo ama la vita, perché ama il dolore e la paura. E così l’hanno fatto. La vita si dà oggi in cambio di dolore e paura, e qui è tutto l’inganno. Oggi l’uomo non è ancora quello che deve essere. Verrà l’uomo nuovo, felice e orgoglioso. Quello per cui. sarà lo stesso vivere o non vivere, quello sarà l’uomo nuovo! Chi vincerà il dolore e la paura, sarà lui Dio. E quell’altro Dio non ci sarà più.

- Per conseguenza, quell’altro Dio c’è, secondo voi?

- Non c’è, ma c’è. Nella pietra non c’è dolore, ma nella paura della pietra c’è dolore. Dio è il dolore della paura di morire. Chi vincerà il dolore e la paura, diventerà lui stesso Dio. Allora ci sarà una vita nuova, un uomo nuovo, tutto nuovo Allora la storia sarà divisa in due parti: dal gorilla fino alla distruzione di Dio e dalla distruzione di Dio fino    - Al gorilla?     - alla trasformazione fisica della terra e dell’uomo. L’uomo sarà Dio e si trasformerà fisicamente. Anche il mondo si trasformerà e si trasformeranno le azioni e i pensieri e tutti i sentimenti. Che ne pensate, l’uomo, allora, si trasformerà fisicamente?

- Se sarà lo stesso vivere o non vivere, tutti si uccideranno, ed ecco in che cosa starà forse il cambiamento.

- Questo non importa. Si ucciderà l’inganno. Chiunque vuole la libertà essenziale, deve osare uccidersi. Chi osa uccidersi, ha scoperto il segreto dell’inganno. Più in là la libertà non esiste; tutto è qui, e più in là non c’è nulla. Chi osa uccidersi è Dio. Oggi ognuno può far sì che non ci sia più Dio e non ci sia più nulla. Ma nessuno l’ha ancora fatto nemmeno una volta.  

- Di suicidi ce ne sono stati milioni.

- Ma non mai con questo scopo, sempre con paura e non per questo. Non per uccidere la paura. Chi si ucciderà solo per uccidere la paura, diventerà subito un dio.

- Non ne avrà il tempo, forse, - osservai.

- Questo non importa, - egli rispose calmo, con una tranquilla fierezza, quasi con disprezzo. - Mi spiace che voi abbiate l’aria di ridere, - soggiunse dopo mezzo minuto.

- E per me è strano che voi poco fa foste così irascibile, mentre ora siete così tranquillo, sebbene parliate con calore.

- Poco fa? Poco fa era una cosa ridicola, - rispose con un sorriso, - io non amo ingiuriare e non rido mai, - soggiunse con malinconia.

- Sì, non passate allegramente le vostri notti, bevendo il tè - Mi alzai e presi il berretto. - Credete? - disse, sorridendo con una certa meraviglia: - perché mai? No, io io non so, - fece, turbandosi tutt’a un tratto, - non so come succeda agli altri, e sento che non posso essere come tutti. Tutti ci pensano e subito dopo pensano ad altro. Io non posso pensare ad altro, è tutta la vita che penso a una cosa sola. Dio mi ha tormentato tutta la vita, - concluse a un tratto con sorprendente espansività.

- Ma ditemi, se permettete, come mai parlate il russo non del tutto correttamente? Possibile che all’estero in cinque anni lo abbiate disimparato?

- Parlo forse scorrettamente? Non so. No, non è perché sono stato all’estero. Tutta la vita ho parlato così non me ne importa.

- Ancora una domanda più delicata: io vi credo perfettamente, quando dite che non siete portato a incontrarvi con la gente e che con la gente parlate poco. Perché ora vi siete lasciato trarre a parlare con me?

- Con voi? Poco fa stavate seduto così bene e  del resto, non importa   rassomigliate assai a mio fratello, molto, straordinariamente, - egli disse, arrossendo; - sono sette anni ch’è morto; era più vecchio, molto, enormemente.

- Si vede che ha esercitato una grande influenza sul vostro modo di pensare.

- N-no, parlava poco; non diceva nulla. Il vostro biglietto lo consegnerò.

Egli mi accompagnò con una lanterna fino al portone, per chiuderlo dopo che io fossi uscito. «Pazzo, s’intende», conclusi fra me.   Sul portone ci fu un nuovo incontro.

   Non rinunciate a fare quest’esperienza: a leggere, o a rileggere, I demonî di Fëdor Dostoevskij.

   E ora torniamo sul nostro sentiero specifico, sull’itinerario dei Padri del deserto  dicendo che Atanasio, nella sua opera intitolata Vita di Antonio, ci fa capire che questi personaggi sono perfettamente coscienti che i demòni sono figure metaforiche e gli animali feroci, disgustosi e rampanti che li rappresentano sono allegorie degli impulsi che si agitano nel profondo dei cuori e delle menti: i demòni sono i sentimenti umani quando vengono devastati dalle passioni, e persino il sentimento della devozione religiosa – fa dire Atanasio ad Antonio – può essere demoniaco, se dietro c’è l’orgoglio e il compiacimento della virtù. E, di conseguenza, la lotta contro i demòni è una battaglia, è una guerra santa per portare le passioni alla luce della coscienza, le tentazioni alla luce del sole. Le proprie passioni – secondo i Padri del deserto – vanno affrontate e vanno descritte, e le tentazioni sono necessarie per fortificare il proprio carattere.

   Leggiamo dai Detti dei Padri del deserto, un frammento significativo.

LEGERE MULTUM….

Detti dei Padri del deserto

Dice un Padre: «Ho trascorso ottant’anni nella vita monastica e non ho trovato pace un solo giorno. Le tentazioni sono necessarie: nessuno, se non avrà conosciuto la tentazione, potrà entrare nel Regno dei cieli. Togli le tentazioni e nessuno sarà salvato»

   I Padri del deserto non amano la virtù che si compiace di se stessa, non amano l’orgoglio delle opere: peccare, per i Padri, è paradossalmente meno grave che esaltare e compiacersi della propria presunta virtù, della propria volontà, della propria energia, della propria intelligenza, della propria morale.

   Leggiamo che cosa dice Padre Poimen nei Detti dei Padri del deserto.

LEGERE MULTUM….

Detti dei Padri del deserto

La volontà umana è un muro di bronzo interposto tra la persona e Dio, ed è una pietra d’inciampo: se vedi un giovane salire al cielo con la sua volontà, prendilo per un piede e gettalo a terra. Gli conviene.

   L’unica virtù consigliata dai Padri del deserto è il portare sull’anima la responsabilità di ogni peccato del mondo, ma – sebbene si macerino nell’ascesi – i monaci hanno sempre deriso con deliziosa ironia il loro ascetismo: i digiuni, le veglie, persino le preghiere.

   Leggiamo che cosa dice questo Detto attribuito ancora a Padre Poimen.

LEGERE MULTUM….

Detti dei Padri del deserto

 

Quando alcuni anziani chiesero a Padre Poimen: - Se vediamo dei fratelli presi dal sonno durante la preghiera comune, vuoi che li scuotiamo perché rimangano desti durante la veglia? -     Ed egli rispose: - Io, se vedo un fratello vinto dal sonno, metto la sua testa sulle mie ginocchia e lo lascio riposare -

   I Padri del deserto non si considerano né angeli né eletti ma semplici persone che, però, amano la contraddizione, il paradosso e l’ironia. Non vogliono essere un modello per nessuno anche se molti di loro, per tutta la vita, hanno insegnato commentando i Libri dell’Antico Testamento, i Libri dei Vangeli e dando un esempio coerente di vita ascetica, eppure predicano che niente è più pericoloso del desiderio di insegnare perché bisogna coltivare il desiderio di imparare: l’insegnare viene di conseguenza, in modo indiretto.

   Leggiamo che cosa dice Padre Alonio nei Detti dei Padri del deserto.

LEGERE MULTUM….

Detti dei Padri del deserto

Non insegnare prima del tempo, altrimenti, per tutta la vita, la tua intelligenza resterà limitata. Se una persona abitua se stessa ad insegnare, questo gli causerà pena. Insegnare, sia pure il bene, è una corruzione dello spirito: il monaco può soltanto alludere, raccontare piccole storie, brevi parabole, essenziali apologhi e velocissimi aforismi, dopo, arriva il compiacimento e con il compiacimento l’orgoglio, e con l’orgoglio, il maligno.

   [Questo brano ci fa capire che anche un  programma di alfabetizzazione deve tener conto del fatto che il vero insegnamento è qualcosa che avviene in modo indiretto. ] Da questo Detto scaturisce una domanda significativa: dove abita dunque la “saggezza” per i “Padri del deserto”? La risposta che danno è paradossale ed è in linea con il fenomeno dell’implosione istituzionale in corso: la “saggezza abita dove non esiste nessuna regola e nessuna legge e, quindi, entrare nel deserto significa uscire dal regno dell’ordine e della legge, perché l’ordine imperiale [secondo i Padri] è demoniaco e le leggi prodotte dalle monarchie assolute sono diaboliche.

   Il monaco del deserto si considera “monotropos”: espressione greca che significa “con un solo volto” cioè “sempre orientato verso lo stesso punto” ma, in realtà, [la scienza dei Padri del deserto] il loro stile di vita, preso nel suo insieme, è multiforme [politropos] e nasce da un sottilissimo equilibrio di tensioni, di spinte, di esperienze, di paradossi e di contraddizioni perché appena un Padre confeziona un precetto, un altro – per la paura che si sedimentino delle regole e possa nascere un atteggiamento conformistico – ne presenta subito uno, opposto. Se uno insegna, l’altro dice che non bisogna mai insegnare. Se uno sostiene che il cuore della vita è la misura, l’altro propone che dobbiamo essere smisurati. Se un Padre afferma che ogni preghiera è una lotta, l’altro sostiene che bisogna soltanto tendere le mani e attendere. Se uno insegna a tacere, l’altro risponde che il silenzio è l’ultima delle virtù. Se uno afferma che dobbiamo rinunciare a tutto, l’altro ricorda che dobbiamo amare tutte le cose di questo mondo. Se uno dice che siamo degli stranieri, l’altro insiste che abbiamo una patria. Se uno sostiene che annullarci è il massimo dono, l’altro ritiene che può essere il massimo vizio.

   L’errore – secondo i “Padri del deserto” – sta nel “fissarsi solo su una voce” perché è bene ed è utile conservare nella memoria l’eco di tutte le voci e questo è il compito del “Padre spirituale [una figura che non esiste più e che non è stata sostituita da altre figure simili]”. I “Padri del deserto” creano la figura del “Padre spirituale” e il compito del “Padre spirituale” è quello di orientare la persona perché sappia orchestrare le varie voci che percepisce e, per fare questo, il “Padre spirituale” estrae ogni volta la sentenza adatta, e poi consiglia, approva e, se necessario, rimprovera. Il “Padre spirituale del deserto” conosce tutte le contraddizioni e, quindi, tutte le passioni umane, tutti i peccati, tutti i meriti e, soprattutto, non giudica e non disprezza gli altri. Il “giudicare” e il “disprezzare” sono considerati dai “Padri spirituali del deserto” dei “peccati intellettuali” peggiori dei peccati fisici perché induriscono l’animo, offuscano l’intelligenza, uccidono l’amore e nessuna verità vale quanto “il non-disprezzare” perché Dio è clemente. Il “Padre spirituale del deserto” giunge a “giustificare” i peccati del prossimo con indulgenza tenendo conto del fatto che “Dio è misericordioso”, e deve nutrire un sentimento di rispetto e di ironia perché sa che sarebbe capace di compierli anche lui questi peccati. Il “Padre spirituale del deserto” è convinto del fatto che il dono di giudicare non è terreno e, quindi, si fa “interprete dell’animo” e non giudice, perché “uno solo è il giudice, Dio, e ogni essere umano che giudica un altro essere umano è, per così dire, un anti-giudice e, quindi, un anti-Dio”. La saggezza, di conseguenza, è confidare, è abbandonarsi nel Giudizio di Dio, clemente e misericordioso. Dicono i Padri: «Il mondo ha peccato, eppure è buono, vive nelle tenebre, eppure abita la luce; la colpa viene cancellata, o piuttosto dimenticata, fino al giorno del Giudizio». Scrive Atanasio: «Padre Antonio copriva le debolezze che vedeva come se non le vedesse, e quelle che udiva come se non le udisse».

   I “Padri del deserto” quando vengono rappresentati dalle artiste e dagli artisti [hanno dato origine ad un genere, soprattutto pittorico] appaiono come dei bambini innocenti che giocano come se fossero nel giardino dell’Eden ma, in realtà, non sono affatto né inconsapevoli né innocenti e vedono benissimo le debolezze, le passioni e i mali delle persone perché sono loro stessi ad esternare i propri mali, le proprie debolezze, le proprie passioni e non le soffocano e non le mascherano. I “Padri del deserto” cercano Dio nella solitudine ma sono convinti che ogni visione di Dio è impossibile, così come ogni conoscenza di Dio è vana: nel deserto non viene costruita alcuna teologia, e neppure tentata alcuna forma di estasi mistica sia pure per sperimentarne il fallimento perché se Dio vuole, è Lui che ti cerca. I “Padri del deserto” si lamentano del fatto che il testo della Scrittura non è chiaro, pensano che la Scrittura sia enigmatica, e l’unica risposta da dare di fronte alla difficoltà dei passi biblici è l’antica parola della sapienza socratica: «Non so, non so nulla».

REPERTORIO E TRAMA ... per dieci minuti al giorno di lettura e di scrittura:

A proposito di rappresentazioni artistiche sulla Vita dei Padri del deserto: se ci rechiamo alla Galleria degli Uffizi possiamo osservare una tempera su tela dipinta dal Beato Angelico intorno al 1420 [quando stava pensando di farsi frate] che porta il titolo di “Tebaide...

Quest’opera mostra, con dovizia di particolari, le Vite dei Santi Padri nel deserto egiziano presso Tebe, da qui il nome di “Tebaide” , un’espressione che definisce un vero e proprio genere pittorico...   Potete anche cercare quest’opera in biblioteca su un Catalogo dedicato al Beato Angelico e navigando in rete dove si possono osservare molte altre opere pittoriche dedicate al tema della “Tebaide”… 

Entrate in contatto con i “Padri del deserto” attraverso la Storia dell’Arte...

   Leggiamo ora, in proposito, un altro brano dai Detti dei Padri del deserto dove, ancora una volta, Padre Poimen gioca con il paradosso per indurre alla riflessione.

LEGERE MULTUM….

Detti dei Padri del deserto

Quando un prete di città cominciò a parlare a Padre Poimen di cose spirituali e celesti egli voltò la faccia e non gli diede risposta. Un discepolo gli chiese: «Padre, perché non gli hai parlato?»   Il Padre rispose: «Quello è di lassù e parla di cose celesti, io invece sono di quaggiù e parlo di cose terrene. Se mi avesse parlato di passioni dell’anima gli avrei risposto, ma le cose spirituali non le conosco»

   La risposta paradossale di Padre Poimen rivela che l’aspirazione del “monachesimo del deserto” è quella di capire la complessa dinamica delle passioni umane piuttosto che alienarsi con le incomprensibili logiche divine. I “Padri del deserto” cercano Dio nella solitudine ma sono convinti [abbiamo detto] che ogni visione di Dio è impossibile, così come ogni conoscenza di Dio è vana: nel deserto i Padri affermano di non voler costruire alcuna teologia, alcuna ideologia, però questa loro affermazione risulta contraddittoria. Se i “Padri del deserto” cercano la solitudine è perché in quest’atto [in questa ricerca] c’è proprio un motivo teologico, e l’affermazione che Atanasio attribuisce ad Antonio: «Sono solo come Dio. Io e Dio siamo soli al mondo» equivale [allude Atanasio] alla ricerca del Dio-Unico, equivale a quella profonda riflessione sul concetto di “monoteismo” che – in questi secoli, agli albori dell’Alto-medioevo – sta avvenendo all’interno della cultura del cristianesimo. Siamo negli anni del Concilio di Nicea, celebratosi [in modo non indolore, e voi conoscete bene questo argomento] nel 325.

   I vescovi quando s’incontrano a Nicea si guardano in cagnesco e sono divisi in gruppi che rappresentano quattro diverse correnti di pensiero ma l’imperatore Costantino, che è lo sponsor di questo Concilio [Costantino ce li portati di forza i vescovi a Nicea, mentre papa Silvestro è assente e ha delegato a presiedere i lavori i suoi più fedeli collaboratori: Osio, vescovo di Cordova, e i suoi due segretari, i presbiteri Vito e Vincenzo] esige che il Concilio prenda una decisione unitaria e, difatti, sappiamo che a Nicea si scrive il “Simbolo Niceno [il Credo]” e sappiamo che questo documento ufficiale [canonico] deve stabilire quale “forma” ha il Dio-cristiano e qual è la “natura” di Gesù Cristo [è un Uomo, è un Angelo, è un Dio, è contemporaneamente un Dio e un Uomo?], e sappiamo che questi temi provocano un’animata discussione nella cristianità: ci sono idee opposte su questi temi e a Nicea Costantino impone di forza una linea unitaria ma questo atteggiamento provoca la disunione: la stragrande maggioranza dei vescovi avrebbe voluto mantenere la “comunione nell’eterogeneità”.

   Nel grande dibattito in corso entra, con tutta la sua multiforme energia, la Filosofia greca [il Neoplatonismo], e questo fatto [che nel viaggio dello scorso anno abbiamo studiato nei particolari] determina una virtuosa situazione [un laboratorio] di contaminazione culturale che però – sotto l’egida dell’intransigenza imperiale – fa scatenare anche violente polemiche intellettuali e ideologiche. Ebbene, la grande polemica sulla “forma di Dio [è Uno, sono Tre, sono Tre in Uno, è Uno in Tre?]” riguarda anche l’esistenza dei “Padri del deserto”, riguarda la nascita di questo fenomeno. E per capire questo evento – per quali ragioni storiche, teologiche, ideologiche nasce il movimento dei “Padri del deserto” – dobbiamo imbastire un “ragionamento progressivo” e, quindi, dobbiamo seguire un sentiero impervio che già altre volte [in altri contesti] abbiamo percorso.

   Al Concilio di Nicea [come sappiamo] sono presenti circa trecento vescovi, e intorno alla domanda “chi è Gesù Cristo [qual è la natura del Cristo della fede]?” si fronteggiano i sostenitori di quattro diverse tesi.

   C’è la tesi “adozionista o ebionita [radicata nel testo del Vangelo secondo Marco]” sostenuta dai vescovi convinti che “Gesù è un Uomo”, è un Rabbi ebraico adottato da Dio-Padre [nel momento del battesimo] per rinnovare l’alleanza [la berit] con l’Umanità intera: questa tesi è patrocinata dalla Chiesa di Antiochia e poi [con alcune varianti] diventa la posizione del vescovo di Costantinopoli, Nestorio.

   C’è la tesi di Ario, il vescovo di Alessandria, che [secondo il pensiero di Origene] dichiara che il Figlio-Gesù è la prima creatura di Dio-Padre, è un angelo che assomiglia  [omoiousios omoiousios] al Padre e, quindi, è un essere divino di seconda categoria [deuterostheos deuterostheos].

   C’è la tesi “monofisita” sostenuta da un piccolo gruppo di vescovi i quali dichiarano che Gesù ha una sola natura, quella divina, e un secolo dopo il monaco Eutiche di Costantinopoli darà, con un trattato, corpo a questa tesi che risulterà maggioritaria nel Concilio di Efeso [nel 431].

   C’è la tesi [cosiddetta] “accomodante” incentrata sull’idea che “Gesù Cristo è vero Dio e vero Uomo, generato, non creato, della stessa sostanza del Padre [omoousios omoousios]”, un concetto che, dal papato di Clemente Romano [95-102, dal II secolo], si è sviluppato nella tradizione della Chiesa di Roma [radicata nel pensiero delle Lettere di Paolo di Tarso]: questa tesi è sostenuta [per motivi politici] dall’imperatore Costantino e a Nicea è questa la linea che s’impone – soprattutto per volontà dell’imperatore che vuole una forzata risoluzione unitaria – e, di conseguenza [come sapete] scoppia una guerra [sanguinosa, che dura per lungo tempo con alterne vicende] contro l’Arianesimo che ha un forte sostegno popolare, e gli Ariani si difendono militarmente con determinazione.

   A Nicea nel 325 viene scritto il “Credo”, il “Simbolo Niceno” che proclama la tesi della Chiesa di Roma come la linea “ortodossa” di tutta la Chiesa Universale: il Figlio di Dio [Gesù Cristo] viene identificato con il “Logos [la Parola divina creatrice e salvifica]”, viene riconosciuto come: “generato, non creato, della stessa sostanza del Padre [omooùsios]”.

   Al Concilio di Nicea e poi a quello di Costantinopoli e poi di Calcedonia [nel 451] avviene un fatto straordinario dal punto di vista ideologico: al centro del “Credo cristiano” viene a trovarsi un concetto non biblico, ma il concetto di “sostanza”, in greco “oùsia”, che corrisponde alla prima categoria di Aristotele. Che cosa sono le “categorie”? Le categorie [afferma Aristotele] sono i dieci concetti più generali che ci siano oltre i quali non si può andare nella scala [nella gerarchia] delle idee, quindi, è nel quadro di questi predicati supremi – la sostanza, la qualità, la quantità, la relazione, il luogo, il tempo, l’azione, la passività, lo stato e il possesso – che sta la possibilità della conoscenza della realtà: noi conosciamo la realtà perché abbiamo in mente queste dieci categorie [le forme del nostro intelletto]. Con la scelta di mettere al centro del “Credo” cristiano la categoria di “sostanza [oùsia, la prima categoria di Aristotele]” la Filosofia greca diventa, definitivamente, la base ideologica della dottrina del cristianesimo.

   E allora, veniamo al dunque [ci stiamo domandando per quale motivo si sviluppa il movimento dei Padri del deserto]: tutta questa situazione, che ora noi abbiamo [ancora una volta] sintetizzato, crea un grande disorientamento nella cristianità. In molti sono “disgustati” da questo scontro, dalla guerra di religione in atto, e sono anche scandalizzati dal processo in corso di contaminazione con la Filosofia greca che, secondo molti, snatura il significato biblico [vetero-testamentario] della Rivelazione. Ed è sull’onda di questa indignazione che nasce e si sviluppa il movimento dei “Padri del deserto” i quali si schierano contro Ario, ma guardano alla Chiesa di Roma con altrettanta diffidenza. Di fronte a questa situazione [frutto della lotta per il potere] molti Padri riflettono e poi reagiscono affermando che è meglio perdersi nel deserto piuttosto che essere coinvolti in una guerra fratricida. Nel deserto, in quella solitudine apparentemente paradossale, Dio, se vuole [affermano i Padri] ci farà ritrovare la bussola.

   Tra i molti personaggi che si sono opposti caparbiamente allo scandalo della guerra di religione scatenatasi dopo il Concilio di Nicea e all’uso della Filosofia greca per costruire la dottrina cristiana c’è il monaco Epifanio, metropolita di Cipro, vescovo di Salamina [315circa-403], il quale, con la sua predicazione dà l’avvio al movimento che porta nel deserto tutta una generazione di monaci, alla ricerca del “Dio-biblico [il Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe]” che è stato prima isolato e poi [sostiene Epifanio] mandato in esilio dai cultori della Filosofia greca. Anche Gerolamo [come sappiamo] subisce il “fascino del deserto” e segue Epifanio però, in quanto amante della Filosofia greca e della Letteratura classica, sostiene che la responsabilità del degrado non è della Filosofia e della Letteratura – due discipline che si sono sviluppate mediante il dono dell’Intelletto che Dio ha fatto agli esseri umani e, quindi, finalizzate al Ben-Essere – ma la colpa deriva dall’umana “superbia” e anche Epifanio finisce per condividere questo aspetto e la lotta dei “Padri del deserto” si orienta non tanto contro la Filosofia e la Letteratura ma soprattutto contro la “superbia”.

REPERTORIO E TRAMA ... per dieci minuti al giorno di lettura e di scrittura:

La “superbia” è in primo luogo “ostentazione della superiorità”: c’è una situazione in cui l’ostentazione della superiorità vi ha colpite, vi ha colpiti particolarmente    ?

Scrivete quattro righe in proposito...

   Nel quinto secolo, tanto gli eserciti imperiali legati alla Chiesa di Roma, quanto gli eserciti degli Ariani, animati dal fanatismo tipico delle guerre di religione, hanno invaso più volte le “Solitudini del deserto libico ed egiziano della Tebaide” e hanno dato fuoco alle dimore dei monaci, uccidendoli e costringendoli alla fuga. Molti Padri hanno capito che era accaduto qualcosa di più profondo: qualcosa che le discussioni teologiche non potevano spiegare [più il Cristianesimo andava al potere e più Dio taceva]. La decadenza della cristianità [i Padri del deserto reputano che la vittoria dell’imperatore cristiano favorisca la decadenza del messaggio evangelico] era un fatto “interiore”: l’amore si raffreddava, la preghiera era una stanca ripetizione di formule, l’insegnamento diventava accademico e nessuno più lo metteva in pratica, e nessuno era più capace di cogliere l’eco della voce di Dio, così “Dio [scrive un Padre] toglieva anche ai giusti la grazia della parola”.

   Nel V secolo i “Padri del deserto” – quelli che erano rimasti vivi – fuggono verso il deserto siriano, lì si appropriano di altri èremi, e lì cominciano a scrivere i “Detti” di quella che era ormai diventata una tradizione, la “scienza del deserto”, della quale era necessario lasciare memoria con un’azione di salvaguardia. La seconda generazione siriana dei Padri raccoglie i “Detti”, li commenta, li traduce [Gerolamo aveva fatto scuola in proposito] in ogni lingua: in greco, in latino, in armeno, in copto [egiziano], in siriano, in etiopico, in arabo, per portarli a conoscenza di tutti.

   Oggi questi “Detti” ci meravigliano per il loro splendore aforistico e metaforico, per la grazia dell’aneddoto, per lo schizzo dei caratteri, per l’intensità del dialogo, per la rapidità del racconto e per la complessità del simbolo. Leggendoli ci vengono in mente i Detti della cultura cinese, le sentenze del Talmud ebraico, le parabole dei Vangeli, le Massime gnostiche e anche gli Aforismi di Zürau di Franz Kafka, il quale in un certo momento della sua vita si è ritirato in un “ridente eremo” e lì ha scritto in modo aforistico. Non possiamo fare a meno di aprire un piccola parentesi per presentare gli Aforismi di Zürau di Kafka.

   Gli Aforismi di Zürau di Franz Kafka è un’opera singolare pubblicata, in Italia, nel 2004 a cura di Roberto Calasso. La prima pubblicazione era avvenuta nel 1953 a cura di Max Brod [amico di Kafka] con il nome di Considerazioni sul peccato, il dolore, la speranza e la vera via [non dite che questo titolo non fa venire in mente i Padri del deserto!]. L’opera si compone di 117 piccoli brani in prosa di natura prevalentemente aforistica scritti tra il settembre del 1917 e l’aprile del 1918 a Zürau, un ridente paesino nella campagna boema, dove Kafka – che ha appena scoperto d’essere malato di tubercolosi – trascorre il periodo forse più sereno della sua breve e angosciata esistenza ospite a casa della sorella Ottla. Kafka, nell’eremo di Zürau, dice di essere “felice [sentire Kafka che fa questa affermazione è un privilegio]” lontano dai quotidiani assilli del lavoro, lontano da Praga, libero da ogni vincolo o dovere.

REPERTORIO E TRAMA ... per dieci minuti al giorno di lettura e di scrittura:

Se con la rete navigate  verso Zürau potete vedere anche una serie di immagini di com’era questo luogo al tempo della permanenza di Kafka e se, in biblioteca, leggete le dieci pagine della post-fazione di Roberto Calasso - intitolata “Lo splendore velato” - potete rivivere questa esperienza kafkiana poco kafkiana…

   Kafka a Zürau si dispone ad ascoltare con orecchio attento la “voce una e molteplice dell’interiorità e della natura”, e la permanenza in questo piccolo paese boemo immerso nel verde, dove la presenza umana è rarefatta e il tempo sembra rallentare stimola nello scrittore la composizione di una serie di frammenti in prosa [Kafka, molto disciplinatamente, segue l’indicazione della Scuola: scrivete quattro righe al giorno!], frammenti tanto difficili da definire in modo univoco, eppure, intimamente e sottilmente collegati fra loro: ci sono aforismi veri e propri, micro-narrazioni, apologhi, riflessioni di sapore paradossale, immagini poetiche, parabole, stati dell’anima. Questi piccoli poemi in prosa sono difficili da leggere tuttavia non dobbiamo rinunciare anche perché hanno una dimensione ideale che ci costringe a un tipo di lettura alla quale ormai non siamo più abituati: una lettura lenta, faticosa, che chiede tempo e spazio per la digestione delle parole e dei pensieri, ma che è, alla fine, prodiga di doni, di spunti di riflessione [ci dobbiamo ribellare alla schizofrenia linguistica in atto che sta inquinando le Istituzioni a cominciare dal Parlamento]. Gli Aforismi di Zürau presentano un discorso frammentato ma non frammentario che diventa un vera e propria ampia riflessione unitaria sulla condizione umana della persona, contesa dalla terra e dal cielo, e sul desiderio inappagabile che la anima di comprendere il senso penultimo e ultimo delle cose. Leggeremo alcuni Aforismi al termine di questo itinerario.

   I Detti dei Padri del deserto – se vogliamo usare una metafora – sono come l’acqua fresca in cui fa il suo “bagno culturale” il giovane Muhammad quando frequenta gli èremi siriani, e possiamo pensare che questo “bagno spirituale” lo facesse volentieri perché è affascinato da questa cultura, da questo linguaggio, da questa interpretazione del concetto di Dio: Unico, Eterno, Solo. Quando i “Padri del deserto” parlano di Dio lo fanno con una “perfezione formale”, con una “leggerezza di contenuto”, con una “ironia dissimulata” sapendo che di Dio non si può dire nulla, che con Dio è impossibile parlare: è solo Lui che ti parla. Il linguaggio dei “Padri del deserto” nella mente di noi lettrici e lettori contemporanei suona apparentemente confuso e paradossale: dobbiamo rifarci l’orecchio in proposito. Lo stile delle sure del Corano – specialmente quando si riflette sulla “natura di Dio” – segue l’eco e la memoria di questo linguaggio: Muhammad conosce bene [dicono le studiose e gli studiosi di filologia] lo stile dei Detti dei Padri del deserto. E facciamo subito un esempio, in funzione della didattica della lettura e della scrittura, leggendo il testo della CXII. La sura del culto sincero.

   Il testo della CXII. La sura del culto sincero è brevissimo ed è composto da 4 versetti [è una delle sure più corte essendo la terzultima]. Questa sura è chiamata anche La sura dell’Eterno, dell’Unico o del Solo, a seconda di come si vuole tradurre la parola araba “as-samad” che ha in sé il significato di “Unico nel senso di Solo”. Questo elemento è molto interessante perché quella di “Essere Solo” è la caratteristica principale del Dio del monaco Epifanio e del Dio di Sant’Antonio abate: il “capostipite dei Padri del deserto” come lo definisce il suo agiografo Atanasio. Muhammad ha attinto da questa tradizione. Oggi la moderna esegesi islamica traduce la parola “as-samad” con il termine “Eterno” per ragioni di ecumenismo, in ragione dell’unità tra le culture.

REPERTORIO E TRAMA ... per dieci minuti al giorno di lettura e di scrittura:

Quale di queste tre idee [di queste tre parole-chiave] – Eterno, Unico, Solo – mettereste per prima in relazione al concetto della “completezza”?...  

Scrivetela...

   E ora leggiamo il testo della CXII. La sura del culto sincero che corrisponde ad una professione di fede nel monoteismo legata alla parola-chiave sinceritàperché non c’è verità senza la sincerità.

LEGERE MULTUM….

CXII. La Sura del culto sincero

Nel nome di Dio, clemente misericordioso!

Devi dire: Egli, Dio, è uno, Dio, l’Eterno [Allàh as-samad, Dio, l’Unico, il Solo]. Non generò né fu generato e nessuno Gli è pari.

   Nell’ambiente intellettuale e mistico dei “Padri del deserto siriano” Muhammad comincia a fare l’esperienza delle “rivelazioni”. Le prime “rivelazioni” si presentano a Muhammad come “visioni notturne”, come sogni, e sono precedute da lunghi e periodici “ritiri spirituali [tahannut]”: una pratica mistica che fa parte dell’esperienza di vita di Muhammad, mutuata dai “Padri del deserto siriano” presso i quali il futuro Profeta completa la sua formazione. Il testo del Corano ci dà notizia di “due visioni” differenti e la scorsa settimana abbiamo letto i testi delle due sure [la sura della Stella e La sura dell’Avvolgimento] contenenti queste “visioni”:  che cosa vede Muhammad? Muhammad vede un angelo, un “Messaggero Potente di Forze”, un angelo non ben identificato e, solo più tardi nel testo del Corano, emergerà il nome di Gabriele. In merito alle due “prime visioni” il testo del Corano non parla di “rivelazione di parole divine”: non si ha notizia di “manifestazioni auditive”.

   Il testo del Corano descrive le prime due “rivelazioni” avute da Muhammad limitandosi a riportare ciò che lui vede [non ode nulla], ma gli hadit – i racconti che hanno completato la tradizione islamica – dilatano lo scarno racconto coranico di queste “visioni”, e il Libro della Sira, la vita-modello del Profeta completa questo avvenimento con un bellissimo racconto: si tratta di un brano di grande interesse storico, religioso, mitico che ha assunto, per la cultura islamica, il valore che ha il racconto della “annunciazione” per la tradizione cristiana e la nostra mente si rivolge a “L’annunciazione a Maria da parte dell’arcangelo Gabriele” descritta dal testo del Vangelo secondo Luca: chi non ha negli occhi questa immagine?

REPERTORIO E TRAMA ... per dieci minuti al giorno di lettura e di scrittura:

Andate a rileggere questo episodio nel capitolo 1 dal versetto 26 al versetto 38 del “Vangelo secondo Luca Da questo testo derivano tutte le immagini che prendono il nome di  “Annunciazione” e che  fanno parte del patrimonio della Storia dell’Arte…      Quale immagine dell’Annunciazione [navigando in rete trovate moltissime immagini in proposito] vi è rimasta particolarmente impressa?…  

Scrivete quattro righe in proposito…

   E ora leggiamo il brano della Sira, la vita-modello del Profeta che ha il valore di una “annunciazione” e, difatti, non abbiamo nessuna difficoltà a rapportarci con questo “racconto” e se i “custodi” della dottrina islamica non avessero vietato la riproduzione di immagini sacre: chissà quali belle opere d’arte ne sarebbero venute fuori! Il racconto ha la caratteristica forma ellenistica del dialogo, e in questo brano, prima di tutto, è contenuto un “inno di lode all’esercizio della lettura e della scrittura”.

LEGERE MULTUM….

Ibn Ishaq-Ibn Hisam,  Sira - La vita-modello del Profeta

Dormivo [racconta Muhammad] quando Gabriele mi portò un panno di seta coperto di lettere e mi disse: Leggi!.  Risposi: Che devo leggere?. Allora mi strinse nel panno in modo tale che credetti di morire. Poi mi lasciò libero e mi disse ancora: Leggi! e ancora risposi e ancora mi strinse e la scena si ripeté per tre volte. Alla fine domandai che cosa dovevo leggere, per timore che mi trattasse ancora come aveva fatto, ed egli disse: Leggi, in nome del Tuo Signore, che ha creato, ha creato l’uomo da un grumo di sangue. Leggi, perché il Tuo Signore è il Generosissimo, colui che ha insegnato l’uso del calamo, ha insegnato all’uomo ciò che non sapeva [sura XCVI]”. Così io lessi, e Gabriele mi lasciò. Mi svegliai, ed era come se quelle parole mi si fossero impresse nel cuore. Uscii dalla caverna e mentre stavo ritto sul monte udii una voce dal cielo che chiamava: Muhammad! Tu sei l’Inviato di Dio e io sono Gabriele!. Alzai il capo per vedere chi mi parlava e vidi Gabriele in figura d’un uomo alato, coi piedi sull’orizzonte e chiamava: Muhammad! Tu sei l’Inviato di Dio e io sono Gabriele!. Rimasi immobile sul posto a guardarlo senza poter né avanzare né retrocedere, poi distolsi lo sguardo da lui volgendolo lungo l’orizzonte, ma non c’era punto dove non lo vedessi.

   Questo racconto, nella “tradizione islamica”, è diventato “canonico”. Il “ricevere una Rivelazione” comporta una serie di problemi e le studiose e gli studiosi di filologia hanno discusso a lungo se Muhammad sentisse “una vera e propria dettatura” proveniente dall’esterno della propria persona: una “dettatura” da parte di Dio, da parte dell’Angelo. Gli “indizi autobiografici” che si trovano nel testo del Corano confermano che Muhammad ha veramente vissuto un’esperienza “mistica”, però, sul fatto che gli abbia parlato proprio Dio o proprio un Angelo bisogna “sospendere il giudizio”: qui siamo ai confini tra la ragione e la fede [nei pressi dell’albero del giuggiolo].

   Tuttavia un passo del testo del Corano ci fornisce un indizio sul “meccanismo fisico” delle “Rivelazioni”, questo passo si trova nella LXXV. La sura della Resurrezione. Leggiamo i versetti dal 16 al 19 [quattro versetti] di questa sura.

LEGERE MULTUM….

LXXV. La sura della Resurrezione

Nel nome di Dio, clemente misericordioso!

E tu, non muover la lingua ad affrettarlo [il Corano-Qur’an, la recitazione], che a Noi sta raccoglierlo e recitarlo, e quando lo recitiamo, seguirne la recitazione, poi a Noi spetta spiegarlo!

   Facciamo alcune considerazioni su questo testo. La LXXV. La sura della Resurrezione è formata da 40 versetti e [come affermano le studiose e gli studiosi di filologia] il passo più interessante riguarda i versetti [dal 16 al 19, che abbiamo letto], dove si deduce che Muhammad, talvolta, nell’estasi mistica, anticipa le parole sacre: le intuisce, e le dice prima di averle udite da colui che le sta dettando. Muhammad, da mistico, “sentiva” quindi una vera e propria “dettatura” di Dio o dell’Angelo. Su questo passo si fonda l’idea che il testo sacro non è semplicemente “ispirato” da Dio ma proprio tutte le parole nell’ordine in cui vengono dette sono “pronunciate direttamente” da Dio. Quindi, non solo la lettura del testo, ma anche la sua “interpretazione” deve essere autorizzata da Dio, e su questa idea si basa la tradizione sciita.

   La corrente degli sciiti è nata quando, alla morte del Profeta, un gruppo di discepoli [shi at’Alì, i compagni di Alì] ha seguito il cugino [e genero] di Muhammad, Alì e, per gli sciiti, solo l’imam, la guida spirituale della comunità, ha il diritto di interpretare e di spiegare autorevolmente il testo del Corano. La tradizione sunnita – i sunniti sono il gruppo maggioritario [oggi l’85%], quello che ha seguìto il califfo Abu Bakr, il suocero di Muhammad, e la parola “sunnita” deriva dal termine “sunna” che significa “comportamento comune, uso diffuso” – responsabilizza il singolo credente ad agire secondo la propria coscienza. La tradizione sunnita attribuisce alla parola “raccoglierlo [a Noi sta raccoglierlo e recitarlo il Corano]” de La sura LXXV il significato di “raccogliere la parola di Dio nel proprio cuore” nel senso del “raccoglimento della mente”, e difatti – nel testo de La sura LXXV – prima viene il “raccoglierlo [nel proprio intimo], il Corano” e poi il “recitarlo”. Le parole “a Noi spetta spiegarlo” vengono interpretate dalla tradizione sunnita come “spiegazioni che Dio darà via via al Profeta sul testo che gli sta dettando”, come dire: “se non hai capito, strada facendo, te lo spiego io”.

   Quindi, le due principali correnti della cultura islamica, per quanto riguarda l’esegesi del testo del Corano, si dividono:  la corrente sciita afferma la necessità di una “guida spirituale” che interpreti il testo e dica al credente che cosa deve fare, mentre la corrente sunnita afferma la necessità di una “guida giuridica” che consigli il credente in modo che possa scegliere secondo la propria coscienza.

REPERTORIO E TRAMA ... per dieci minuti al giorno di lettura e di scrittura:

Tutti sentiamo la necessita di “chiedere delle spiegazioni”: su quale questione, o su quali questioni, avete sentito ultimamente la necessità di chiedere spiegazioni?...

Scrivete quattro righe in proposito

   La tradizione narra che spesso le Rivelazioni a Muhammad sono accompagnate da fenomeni di febbre, di freddo e di tremito e il Libro della Sira narra che il Profeta in stato di estasi, nel momento in cui riceve le Rivelazioni, trema tutto, suda, è preso da brividi e chiede di essere coperto da un mantello e resta per un certo tempo a gemere e ad ansimare. Leggiamo questo passo della Sira.

LEGERE MULTUM….

Ibn Ishaq-Ibn Hisam,  Sira - La vita-modello del Profeta

Il Profeta, investito dalla Rivelazione divina, cade febbricitante a terra, trema tutto, suda, e grida: «Zammiluni, zammiluni [Avvolgetemi in un mantello, avvolgetemi in un manto]!». E così per un po’ di tempo resta lì a gemere e ad ansimare come una cammella che sta per partorire!

   Probabilmente la tradizione “dell’essere avvolto nel mantello” ha un fondamento storico anche perché il testo del Corano riporta due sure che hanno un nome simile e che definiscono Muhammad, nel momento in cui riceve una Rivelazione, come “l’avvolto nel mantello”, e sono la LXXIII. La sura dell’Avvolto nel Manto e la LXXIV. La sura dell’Avvolto nel Mantello. Prima di leggere i 20 versetti della LXXIII. La sura dell’Avvolto nel Manto facciamo alcune considerazioni: nel testo di questa sura troviamo i temi tipici del genere letterario “apocalittico [rivelatorio]”: la promessa di salvezza per i credenti, il castigo per chi non segue la Via di Dio, l’evocazione del Giorno del giudizio, l’invito a fare la Carità in modo solidale, la dichiarazione dell’importanza della Preghiera, del valore della riflessione mistica e della contemplazione attuata soprattutto durante la notte secondo lo stile del monachesimo del deserto. Inoltre nel testo della LXXIII. La sura dell’Avvolto nel Manto c’è un esplicito riferimento a Mosè come “Messaggero di Dio, inviato al Faraone perché liberi il popolo d’Israele dalla schiavitù d’Egitto”. La citazione del personaggio di “Mosè” ci fa riflettere sul tema di come è stato utilizzato il Libro dell’Esodo [tanto nei contenuti quanto nelle forme] nella composizione del testo del Corano.

   Mosè [Musa] è il personaggio più citato nella Letteratura del Corano: sono ben 81 le citazioni significative che riguardano questo personaggio-chiave. Mosè è considerato dal Corano [ce lo conferma il testo della XXVIII. La sura del Racconto] il più importante dei profeti islamici, insieme ad Abramo e a Gesù, e la sua attività di profeta è paragonata a quella di Muhammad per molti aspetti: per la lotta al politeismo quando Mosè si contrappone al faraone egiziano, per l’esodo che viene paragonato all’egira [alla migrazione di Muhammad dalla Mecca a Medina], per il ruolo di legislatore e di ricevitore di una rivelazione divina. Nel testo del Corano troviamo tutti i motivi principali della vita e dell’opera di Mosè: Mosè come trovatello, nel drammatico conflitto con il faraone, nella gestione delle piaghe d’Egitto, nel passaggio del Mar Rosso, nei miracoli nel deserto [il dono dell’acqua, della manna], nel ricevere le Tavole delle Legge sul monte Sinai. Il personaggio di Mosè ha un posto fondamentale nella tradizione islamica così come lo ha in quella ebraica e in quella cristiana e la conoscenza e la comprensione di questo argomento ci fa riflettere sul fatto che lo “studio” favorisce l’incontro tra culture che si considerano “diverse”: sostituire il sistema dell’indottrinamento [tanto a oriente quanto a occidente] con l’Alfabetizzazione culturale e funzionale è di vitale importanza per lo sviluppo dell’Umanesimo.

   È interessante fare un esercizio di “comparazione” tra il testo del Libro dell’Esodo, in cui il personaggio di Mosè è il protagonista, e le citazioni del testo del Corano che parlano di Mosè secondo la tradizione islamica.

REPERTORIO E TRAMA ... per dieci minuti al giorno di lettura e di scrittura:

La Scuola propone un esercizio [se avete tempo e interesse per farlo] da eseguire sul testo del Corano – che trovate in biblioteca e in rete – che consiste nel leggere gli 88 versetti della “XXVIII. La sura del Racconto” in cui il protagonista è Mosè e poi, parallelamente, potete leggere i primi 24 capitoletti del “Libro dell’Esodo”…  è un semplice esercizio di esegesi per mezzo del quale si possono distinguere le somiglianze e le differenze di forma e di contenuto tra i due testi…  E l’esercizio del “distinguere” è un buon investimento in intelligenza…

   E ora leggiamo il testo, di carattere apocalittico, della LXXIII. La sura dell’Avvolto nel Manto in cui Muhammad raccoglie per volere divino l’eredità di Mosè e raccoglie anche la lezione dei Padri del deserto sul tema della preghiera, della meditazione, della contemplazione e della carità.

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LXXIII. La sura dell’Avvolto nel Manto

Nel nome di Dio, clemente misericordioso!

O tu che t’avvolgi nel manto! Veglia la notte tutta salvo un poco! Metà, oppure togline un poco, o aggiungine, e recita, cantando [il Corano]! Che noi rivolgeremo a te parole gravi. In verità il principiar della notte è tempo di marchio più forte e di parola più limpida, che, il giorno, hai tu occupazione lunga. Invoca dunque il Nome del Signore e vòtati a Lui devoto, il Signore dell’Oriente e dell’Occidente, non v’è altro dio che Lui: lasciaMi solo con gli smentitori, padroni di ricchezze; grevi catene e fiamme abbiamo in serbo! Il giorno in cui sarà scossa la terra e i monti, e diverranno i monti qual mucchio di sabbia friabile! In verità Noi v’abbiamo inviato un Messaggero così come inviammo già a Faraone un Messaggero e l’afferrammo d’una stretta rude. O come vi difenderete, se negate la Fede, da un Giorno che farà canuti i fanciulli, quando il cielo si spaccherà e la Promessa sarà compiuta? Prendete verso il Signore la Via. In verità il tuo Signore conosce che tu vegli in preghiera quasi due terzi della notte, o anche la metà, o un terzo, ma Dio, che misura e la notte e il giorno, sa che non contate bene, ma vi perdona. Recitate quindi ciò che vi vien facile [del Corano]: Dio sa che fra voi c’è chi è malato e chi viaggia per il mondo a cercare il favore di Dio, e altri ancora che perseverano sulla via di Dio; recitatene dunque quel che vi vien facile, e osservate la Preghiera e pagate la Decima e fate a Dio un prestito bello; e quel bene che avrete offerto per voi lo ritroverete presso Dio, e sarà per voi migliore e più sublime mercede. Chiedete dunque perdono a Dio, perché Dio è indulgente clemente!

   E adesso concludiamo l’itinerario di questa sera leggendo alcuni Aforismi di Zürau, e poi potrete continuare la lettura per conto vostro.

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Franz Kafka,  Aforismi di Zürau

C’è una meta, ma non una via; ciò che chiamiamo via è un indugiare.

Venne data loro la possibilità di scegliere fra diventare re o corrieri del re. Come bambini vollero tutti essere corrieri. Per questo ci sono soltanto corrieri, scorrazzano per il mondo e, poiché di re non ce ne sono, gridano i messaggi ormai privi di senso l’uno all’altro. Volentieri porrebbero fine alla loro miserevole vita, ma non osano farlo per via del giuramento che hanno prestato.

 

... continua la lettura ...

 

   Come è stato rivelato il Corano a Muhammad? Il Corano dice che, il Libro, è stato rivelato tutto in una notte, poi però dice anche che, il Libro, è stato rivelato poco per volta nel corso di circa tre anni. Come stanno le cose?

   Ce ne occuperemo la prossima settimana sulla via dell’Alfabetizzazione: «Da un certo punto in poi non c’è più ritorno. È questo il punto da raggiungere». Quest’aforisma kafkiano vale anche per noi che siamo ormai ben oltre la metà di questo Percorso: la Scuola è qui, il viaggio continua per soddisfare la nostra volontà di imparare…

 

 

Lezione del: 
Venerdì, Marzo 14, 2014